Corriere della Sera, 13 gennaio 2026
Il destino mancato delle «gesuite»
Nelle storie della Compagnia fondata da Ignazio di Loyola nel 1534 (e riconosciuta dalla Chiesa nel 1540) è rimasta traccia di una sola donna che ne abbia fatto parte. Una sola «gesuitessa» come la definisce Flaminia Morandi in Ignazio di Loyola. La storia mai raccontata, in uscita il 16 gennaio per Laterza. È Giovanna, Juana (1535-1573), Infanta di Spagna e arciduchessa d’Austria, figlia di Carlo V d’Asburgo e di Isabella d’Aviz. La madre era morta quando lei aveva quattro anni. Il padre l’aveva affidata, assieme ai fratelli, alle cure di Leonor Mascarenhas, «una delle più fedeli amiche di Ignazio», che la allevò nel culto della Compagnia di Gesù. Giovanissima avrebbe sposato, per decisione di suo padre, Giovanni Manuele del Portogallo, figlio del re Giovanni III e di Caterina d’Asburgo. Giovanni Manuele aveva due anni meno di lei e gravi problemi di salute. Per capire bene tali «strategie matrimoniali» dell’imperatore d’Asburgo, così come per approfondire molti aspetti di questa vicenda, è fondamentale rifarsi a due libri: Carlo V di Karl Brandi (Einaudi) e Il secolo d’oro spagnolo di Bartolomé Bennassar (Rizzoli). Il matrimonio di Juana era stato di breve durata, giusto il tempo di mettere al mondo un figlio. Figlio che Giovanni Manuele – morto prima di compiere diciott’anni – non aveva neanche potuto conoscere. Sebastiano, il bambino di Juana, era destinato a diventare re del Portogallo. Ma la madre, dopo la morte del marito, lo aveva abbandonato, affidandolo, quando aveva tre mesi, alle cure della suocera, la regina Caterina. Per non rivederlo più. Fece quel passo, Juana, perché richiamata dal padre a fare da reggente del Paese in cui era nata.
Fu, scrive Morandi, una reggente «decisa, matura autoritaria». Un «personaggio complesso e intimorente, a volte instabile». Trovò «un equilibrio e un’occasione di crescita nella compagnia del suo direttore di coscienza Francisco Borgia, gesuita in pectore». A seguito di quell’incontro – ma forse da prima, a seguito dell’educazione ricevuta da Leonor Mascarenhas – la sua massima aspirazione fu quella di entrare a far parte dell’ordine dei gesuiti. Anche per sottrarsi a ulteriori destinazioni matrimoniali decise – come la precedente – dal padre. Ignazio di Loyola, che aveva già respinto altre donne attratte dalla prospettiva di essere ammesse nella Compagnia di Gesù, avrebbe voluto dire di no anche a Juana. Ma, allo stesso tempo, non poteva opporsi a un desiderio della famiglia imperiale. E si piegò. Ma a condizione che nessuno, tranne pochissimi, venisse a conoscenza di quel suo cedimento.
Juana fu ammessa alla Compagnia di Gesù, scrive Morandi, «a titolo di prova, sotto il sigillo del segreto e con lo pseudonimo maschile di Matteo Sanchez». Lo stesso «con cui verrà citata nelle lettere tra gesuiti». A volte verrà indicata anche come «Montoya». Fece sue le cause dei gesuiti senza che mai venisse rivelata la sua appartenenza all’ordine. In più occasioni fu «utilissima» alla Compagnia. Nel 1557 aveva fondato un monastero di clarisse scalze, battezzate dal popolo «las descalzas reales».
Ma non è questa «la storia mai raccontata» di cui al sottotitolo del libro di Flaminia Morandi. Il vero tema del saggio è quello di provare a capire perché Ignazio, a dispetto dell’importanza che le donne (a partire dalla moglie di suo fratello, Maddalena de Araoz, già dama di corte della regina Isabella e da Maria de Santo Domingo con la quale aveva avuto colloqui spirituali assai «illuminanti») ebbero nella sua formazione umana e religiosa, le donne – dicevamo – furono poi escluse, con ostinazione, dalla Compagnia di Gesù. Perché, si domanda Morandi, proprio lui che aveva dimostrato nei fatti di stimare profondamente le donne, non le ha poi volute nell’istituzione che aveva fondato? Perché fu così fermo in questa decisione, nonostante «proprio con le donne Ignazio aveva testato i suoi Esercizi spirituali»? E a dispetto dell’opinione più duttile del suo braccio destro Antonio Araoz?
Neanche il gesuita Hugo Rahner – in Ignazio di Loyola e le donne del suo tempo (Edizioni Paoline) – che ha studiato le centotrentanove (ottantanove da lui scritte e cinquanta ricevute) lettere scambiate dal fondatore della Compagnia di Gesù con principesse, dame, benefattrici, figlie spirituali, amiche e madri di gesuiti, neppure Rahner – dicevamo – ha dato una risposta a queste domande. Anzi non si è neanche posto il problema. Stesso discorso vale per Guido Sommavilla che qualche decennio fa scrisse – con prefazione di Carlo Maria Martini – La compagnia di Gesù. Da sant’Ignazio a oggi (Rizzoli). Così come lo ha solo sfiorato Ricardo García-Villoslada in Sant’Ignazio di Loyola. Una nuova biografia (Edizioni San Paolo).
Forse perché, come in un certo senso ammette la stessa Morandi, è impossibile dare una risposta univoca e definitiva. Certo è che Ignazio si spinse a convincere lo stesso titubante Papa Paolo III, peraltro consenziente, ad inserire nella Costituzione della Compagnia un esplicito interdetto all’ingresso delle donne. L’unico ad aver fin qui affrontato la questione è stato – prima di Morandi – Claudio Ferlan in I gesuiti (il Mulino). Secondo Ferlan, Ignazio era stato sempre contrario all’idea di accogliere donne nella Compagnia. Ma a rinforzare questa sua convinzione fu l’iniziativa di Isabel Roser che, rimasta vedova nel 1542, rinunciò ai propri beni e, su concessione di Paolo III fece solenne professione di monacato assieme alla sua domestica, Francisca Cruyelles, e a un’amica, Lucrezia Bradine (o di Biadene). Ignazio, ricostruisce Ferlan, in quell’occasione «obbedì alla volontà pontificia». E destinò le donne alla casa di Santa Marta, un ricovero per le prostitute che avevano deciso di cambiare vita, fondato dallo stesso Ignazio. A Natale 1545 Roser, Cruyelles e Bradine pronunciarono i voti.
Nel maggio successivo, però, Isabel Roser, che poteva contare sull’appoggio di Margherita d’Austria, manifestò l’intenzione di tornare in Spagna come «gesuitessa». Poco dopo arrivò la richiesta di Sebastiana Exarch di essere ammessa nella comunità. Successivamente quella della duchessa Juana de Cardona. Poi fu la volta di Juana de Meneses sorella della viceregina di Catalogna Leonor Borgia moglie del duca Francisco, viceré. Dal Portogallo si muoveva nella stessa direzione la nobilissima dama Guiomar Coutinho (incoraggiata forse da padre Araoz). E così molte altre. Nel 1547 sembrava che il movimento delle aspiranti gesuitesse avesse rotto gli argini. In estate Ignazio allarmatissimo ne parlò con il cardinale Niccolò Ardinghelli, il quale ne riferì al Papa che a quel punto cambiò idea sull’intero tema. E si disse d’accordo con Loyola sull’inopportunità che la Compagnia tenesse donne in obbedienza. Anzi – sentenziò il Pontefice una volta per tutte – quel tema non doveva esser più riproposto.
Al cambiamento di idea del Papa contribuì una mossa falsa di Isabel Roser, la quale, sentendosi sicura, prese a sollevar questioni sul destino dei suoi soldi da lei stessa destinati alla Chiesa. Contemporaneamente manifestò intenzioni di comando che contraddicevano le precedenti dichiarazioni di sottomissione. Ignazio, con delicatezza (ma in modo risoluto), ottenne l’autorizzazione pontificia di «liberare dai voti» Roses, Cruyelles e Bradine. Isabel Roser nel 1549 fece ritorno a Barcellona dove entrò nel convento francescano di Santa Maria di Gerusalemme e tenne con Ignazio una corrispondenza da cui non traspariva nessun genere di risentimento. Loyola fu a tal punto abile da far apparire l’esito di quella vicenda del tutto naturale. Da quel momento la porta della Compagnia di Gesù per le donne restò definitivamente chiusa.
Anche nel secolo successivo, però, ci furono donne aspiranti «gesuitesse». Nel 1609-1610, cinquantatré anni dopo la morte di Ignazio, racconta Morandi, un’inglese di nobili origini, Mary Ward, aveva fondato a Saint-Omer, all’epoca nei Paesi Bassi spagnoli (oggi Pas-de-Calais, in Francia), ispirandosi alle Costituzioni della Compagnia di Gesù, l’Istituto della Beata Vergine Maria. Dette anche «Dame inglesi». Del caso si è occupato Claudio Ferlan in I gesuiti, facendo notare come la vicinanza con l’Inghilterra rendeva Saint Omer ideale luogo di rifugio per i cattolici provenienti da oltremanica. A Saint Omer, Ward conobbe Roger Lee (1568-1615), un gesuita insegnante nel locale collegio della Compagnia, «organizzato anche questo», scrive Ferlan, «per offrire ricovero ai cattolici inglesi in esilio sul continente». Le scuole dei gesuiti, però, offrivano istruzione solo ai maschi. Mary fece voto di obbedienza a padre Lee, suo futuro direttore spirituale, e decise di fondare lei stessa, come si è detto, «un istituto ispirato alle regole e alla spiritualità ignaziane, destinato all’educazione delle fanciulle cattoliche». Per la fondazione di nuove famiglie religiose, ricorda Ferlan, servivano tre requisiti: il sostegno di chierici maschi; l’esercizio «della pietà senza pretese di potere», il rango sociale. Per il primo non ci fu niente da fare. Cercato l’appoggio della Compagnia, Ward ricevette un durissimo diniego di Claudio Acquaviva (1543-1615, generale dei gesuiti dal 1581). Lee, che molto probabilmente aveva incoraggiato l’iniziativa, fu mandato via dalla Francia e morì mentre aspettava di imbarcarsi per l’Inghilterra.
Mary Ward chiese a tre Pontefici l’approvazione del suo istituto. Nel 1616 Paolo V concesse un «decreto di lode», lasciando aperta, scrive Morandi, «la speranza di un’approvazione». Ma le sollecitazioni di Mary Ward a Gregorio XV e a Urbano VIII restarono per lungo tempo senza risposta. Finché Urbano VIII nel 1631 ruppe il silenzio ed emise una bolla durissima con cui decretò la soppressione delle «Dame inglesi». Mary Ward sospettata di eresia fu mandata in prigione e le si offrì di essere rimessa in libertà solo se avesse firmato una carta in cui riconosceva le «colpe commesse contro la Chiesa». Cosa che lei rifiutò. Per non farne un caso troppo eclatante, era stata poi liberata. Ma con l’obbligo di restare a Roma finché non si fosse svolto il processo che la vedeva come imputata. Nel 1637 ottenne l’autorizzazione a tornare in Inghilterra dove trovò la morte nel 1645 mentre era in corso la guerra civile. Nel frattempo, gruppi di Dame inglesi si erano costituiti nelle Fiandre, in Austria, in Baviera e in Italia (a Napoli e a Perugia).
Le Dame inglesi ottennero nel 1703 un parziale via libera da Clemente XI: in realtà furono accettate le regole ma non l’istituto. Solo tre secoli dopo, nel 2003, la Santa Sede ha emanato un decreto che consente all’istituto fondato da Mary Ward l’adozione e l’uso ufficiale del nome Congregatio Iesu e «l’approvazione delle Costituzioni secondo la spiritualità e la forma di vita proposta da Ignazio di Loyola». Ma perché quell’ostinato diniego nel Seicento?
Secondo Ferlan la ragione dell’avversione è da ricondursi soprattutto alla necessità per i gesuiti di non mettere a rischio la loro reputazione relativamente alla promessa di castità. La proclamata astinenza sessuale distingueva infatti il clero cattolico da quello protestante e «contribuiva in grande misura a definirne l’autorità davanti al popolo dei fedeli». Bisognava dunque fare attenzione – a fronte anche delle frequenti violazioni che avevano indotto il Concilio di Trento a intervenire dettagliatamente in materia e della persistenza del reato di «sollicitatio ad turpia» (la fattispecie di diritto canonico che rimanda al caso in cui un chierico approfitta della confessione per provocare il o la penitente a qualche tipo di pratica sessuale) – si doveva fare attenzione, dicevamo, a non offrire spiragli o addirittura varchi che potessero infangare l’immagine dei gesuiti. Non a caso, aggiunge Ferlan, le voci più severe nei confronti delle compagne di Mary Ward le definivano «ragazze leggere» e «monache vagabonde». E tutto finì lì.
Flaminia Morandi è invece convinta che la storia dei «gesuiti donne» non si sia conclusa con quei tentativi e alcuni altri che si verificarono in tempi successivi. L’elasticità delle Costituzioni ignaziane, l’«inculturazione» di cui la Compagnia è stata ed è maestra, «la sua sapienza di adattamento a ogni cultura, tempo e situazione» potrebbero riservare «qualche sorpresa». Un’ipotesi convincente.