Corriere della Sera, 13 gennaio 2026
La testa di Modigliani e il suo autore oncologo: «La cura delle beffe»
Una beffa non è quasi mai una cura. Eppure, nella storia del «dottor Pier Francesco», si è trasformata in una sorta di medicina, o meglio in una strategia clinica per combattere il cancro. La burla è quella delle teste di Modigliani (le sculture realizzate con un trapano elettrico nell’estate del 1984 da quattro ragazzi livornesi) che sconvolse il mondo della critica d’arte, perché molti esperti riconobbero per autentiche quelle pietre orribili forgiate nella pietra serena. Il medico Pier Francesco ha anche un cognome: Ferrucci, è un oncologo ed è stato uno dei protagonisti di quella vicenda straordinaria. Per trent’anni nello staff di Umberto Veronesi, Ferrucci oggi è il direttore del dipartimento oncologico di Multimedica (una struttura convenzionata con il servizio sanitario nazionale e l’Università Statale di Milano) e direttore scientifico della Fondazione Grazia Focacci.
«Quando i miei pazienti scoprono che sono stato uno degli attori di quella burla tutta toscana – spiega il medico – spesso accade qualcosa di speciale. Nel momento in cui si apre la discussione su quell’episodio i pazienti iniziano a sorridere. Si crea un’affinità elettiva, si condividono esperienze, si interagisce in modo diverso. La paura sembra quasi scomparire e il medico diventa un amico al quale chiedere tutto ma anche raccontare tutto. Che significa aprirsi con serenità e “confessare” anche quei sintomi, quelle sensazioni, quelle paure sepolte che invece sono spesso essenziali all’oncologo per stabilire la cura migliore».
Parole che ricordano l’esperienza ludica di Patch Adams, il medico statunitense ideatore della clown-terapia. «Ci sono certamente analogie – conferma Ferrucci – e come Fondazione abbiamo invitato spesso il dottor Adams per organizzare iniziative insieme e raccogliere fondi per combattere il cancro. Ma la mia esperienza è diversa. I miei pazienti sono adulti e l’interazione che si crea è differente. Si può definire una sorta di entanglement, sì proprio quel fenomeno descritto in fisica dalla meccanica quantistica nel quale due particelle sono strettamente connesse anche se sono distanti anni luce. E in più, ricordando la Beffa di Modì, si crea leggerezza tra paziente e medico, si alleggeriscono le esperienze cliniche che si vivono insieme. Con il tempo la cura scivola via più facilmente. Si eliminano una serie di sovrastrutture di comunicazione e di ruolo. È tutto questo accade grazie all’ironia e al racconto di quell’esperienza. Che non è una favola ma qualcosa di realmente accaduto e dunque reale». E poi? «E poi – risponde l’oncologo – si torna con i piedi per terra. Si parla di diagnosi, di cura, dei problemi da affrontare. Sinceramente, sobriamente, senza trucchi né scorciatoie».
Uno dei problemi più importanti per Ferrucci è quello del mantenimento dell’autorevolezza. «Non devo essere superficiale, non devo sminuire il problema. Le Teste di Modì – continua – stanno lì a semplificarci il percorso e in qualche modo sono anche un aiuto per andare al di là della terapia. La cura in medicina non è soltanto il rispetto dei protocolli, ma è anche creatività».
La Fondazione creata da Ferrucci ha il nome di Grazia Focacci. Toscana, era stata lei la prima paziente a ricordarsi della «beffa livornese». Come ricorda il medico: «Mi disse scherzando che noi livornesi ne combinavamo di cotte e di crude. E io le risposi che ne avevo fatta una grossa anch’io. Le si illuminò il viso e fu l’inizio di tutto».
Dopo di lei diversi pazienti hanno goduto di questa «nuova tecnica». Tanti sono guariti grazie alla medicina oncologica, ovviamente e alle nuove terapie, prima tra tutte l’immunoterapia. Il cancro è stato beffato, finalmente. E le teste false di Modigliani, che non sono medicine né tantomeno oggetti taumaturgici, hanno dato un aiuto. Non sono state la cura, non hanno superato le correnti gravitazionali che ci ha raccontato Battiato nella sua canzone, ma hanno aiutato il medico ad avere una maggiore cura (anche psicologica) del paziente.
Un ultimo aneddoto. Racconta Pier Francesco Ferrucci che Umberto Veronesi gli chiese di scolpirgli un’altra testa identica a quelle create con il trapano: «Ma alla fine quella pietra scolpita per lui è rimasta a casa mia e la custodisco gelosamente».