Corriere della Sera, 13 gennaio 2026
Intervista a Ricky Memphis
Con Claudio Amendola cominciò con un bel vaffa.
«Mi aveva visto al Costanzo Show, rimediò il numero e mi telefonò. Credevo fosse un mio amico che faceva uno scherzo, come al solito. Così ce lo mandai de core e gli riattaccai in faccia».
E lui?
«Mi richiamò. “Senti, caro Ricky Memphis, vaffan...lo ce vai te. Comunque io sono davvero Amendola, domani ci vediamo ai Parioli con altra gente, se ti va, passa».
E siete diventati amicissimi. Nel 1991 il primo film insieme: «Ultrà». Poi tanti altri. E adesso lo ritrova ne «I Cesaroni. Il ritorno» in onda prossimamente su Canale 5.
«Sono Carlo, il consuocero di Giulio/Claudio. Sul set per poco non l’ho ammazzato. In una scena io e Lucia Ocone, su una finta volante della Polizia, dovevamo inseguire la sua auto. Chi lo sa, lui è partito troppo veloce, quasi lo prendo in pieno, ho inchiodato a un millimetro».
Da quel primo ruolo in poi, spesso ha fatto il borgataro, il teppista, il ragazzo di strada. Insomma il coatto.
«Culturalmente vengo da là, dai quartieri popolari, dalla cultura stradaiola. Però non mi sono mai sentito un vero coatto. Per esserlo devi essere molto sicuro di te e io non lo sono mai stato».
Raccontò: «Con i miei amici avevamo tre argomenti: calcio, donne e politica».
«E quelli restano ancora, tolta la politica. Ho capito alcune cose, mi sono disamorato e ho detto basta».
Non vota più?
«A votare ci vado, ma nessuno mi rappresenta, né a destra né a sinistra né al centro».
Diventò famoso come «poeta metropolitano». Mi reciti un suo componimento dell’epoca.
«E chi se li ricorda più. Le poesie le ho pure perse. Facevo serate underground. Maurizio Costanzo lesse un articolo su di me e mi convocò».
Mandò a quel paese anche lui?
(Ride). «No, per fortuna. A Costanzo devo tutto. Mi accolse con molta simpatia. Se per caso gli stavi antipatico eri finito».
Suo padre morì a 30 anni in un incidente d’auto. Lei ne aveva appena quattro.
«Per tanto tempo mi sembrava di non sentirne la mancanza, nella mia vita. Crescendo invece mi sono ritrovato sempre più insicuro, la forza di una figura maschile mi sarebbe servita. Specie dopo che mia madre disse: “Ora sei tu il capofamiglia, ci dovrai proteggere”. Ma ero un bambino! Mi è salita un’ansia. Per me il mondo è diventato tutta una guerra, un’imboscata».
Per questo ha preso la patente solo dopo i trenta.
«Avevo paura, le auto mi sembravano pericolose, letali. Mi ero convinto che sarei morto alla stessa età di papà, in un incidente. Dopo averli compiuti mi sono deciso».
Secondo nome: Benito.
«Papà, che era un fascistone, voleva proprio quello. Mamma invece scelse Riccardo. Gli propose di lasciar decidere alla sorte, estraendo un bigliettino su 10. Lui barò: su 9 ci scrisse Benito».
Però uscì Riccardo.
«Un segno del destino. Ma lui mi chiamava lo stesso Benito».
Stesse idee di papà?
«Sono cresciuto in tutto un altro ambiente, di sinistra, popolare, comunista. Per emulazione e quieto vivere mi dichiaravo così anch’io. Quando ho cominciato a ragionare con il mio cervello ho cambiato direzione».
È molto religioso.
«Sì ma poi non è che sono ‘sto bravissimo cristiano, non ci riesco, fallisco in tutto, non è semplice».
La Bibbia sul comodino.
«Anche il Vangelo. Ogni sera ne leggo un pezzo. Però davvero, sono un cialtrone, pecco in ogni secondo della vita mia».
«Rido e parlo poco».
«Vero. Spesso in mezzo alla gente non trovo argomenti di cui mi interessa parlare. E nemmeno ascolto, lo ammetto. Penso tanto, troppo».
Ipocondriaco, pare.
«Non esageriamo, ma qualche paranoia sulla salute ce l’ho. Poi però, siccome, ripeto, sono un cialtrone, ho paura che mi venga un tumore eppure fumo. Bevo troppo e mangio troppo».
Poi si mette a dieta.
«E falliscono tutte. Ora sto a stecchetto, ho perso trenta chili, prima pesavo un botto, oltre cento. Li perdo e li riprendo. appena vedo i risultati mi dico: “Beh, mò però famme magnà un po’».
Davvero spazzola anche mezzo chilo di pasta?
«Sì, nei momenti di infognatura. Poi mi piace il vino e pure quello ingrassa».
Quante sbronze?
«Eh, un milione».
Tristi o allegre?
«Allegre. Ma da quando ho figli è capitato una volta sola, non voglio farmi vedere così».
Quanti anni hanno?
«Francesco 20, Maria 13».
Che padre è?
«Vorrei essere perfetto, ma sanno come sono, mi conoscono. Gli dico di non bere e di non fumare, che fa male, proprio perché io l’ho fatto e lo so. Droghe? Quelle mai».
Ha lavorato spesso con i fratelli Vanzina.
«Ci siamo tanto divertiti. Carlo ci portava sempre in posti bellissimi. Una sera a Las Vegas ci regalò i biglietti all’MGM per lo show di David Copperfield. Ero distratto, a un tratto vidi la faccia mia su tutti gli schermi. Il mago mi chiamò sul palco. Mi fece apparire un’automobile sulla schiena, mai capito come ci sia riuscito».
Con Raoul Bova siete amici. Che ne pensa dello scandalo che l’ha travolto l’estate scorsa?
«Non penso niente e non dico niente. Solo che l’infamità della gente non ha più confini».
Uscivate insieme la sera.
«Sì ma eravamo sempre fidanzati. Lui comunque è un santo, glielo giuro».
Era corteggiato?
«Avoja. Non se lo può immaginare. Ma lui niente, di ferro».
Lei invece raccontò: «Prima di fare l’attore le donne le vedevo col cannocchiale». Andava così male?
«Uh sì, malissimo. Possibilità ne avevo poche, stavo sempre a sede sur muricciolo, non avevo manco i soldi per pijà l’autobus. Alle feste andavo sempre in bianco. Ero timido. Poi con questo lavoro ho conosciuto più gente, ho preso più sicurezza».
Spendeva tutto per hotel di lusso.
«Tutto no, ma tanto sì. Avevo la fissa degli alberghi a cinque stelle, perché non me li potevo permettere. Mica ci andavo da solo eh. All’Hilton prenotai la suite Napoleone, più di così».
E in stivali da cowboy.
«Ne ho comprati un centinaio. Quando ero ragazzo andavano i camperos, i compagni di scuola li avevano, io no, erano un sogno. Una volta mia zia ne rimediò un paio da un’amica sua, mi misi quelli, anche se erano da donna, col tacco. Brutti da morire».
I più tamarri?
«Quelli in pelle di serpente, bicolori, neri che sfumavano in bianco sulla punta, con le scaglie. Me li feci portare dal Messico».
La Roma.
«Un amore immenso. Non è un modo di dire. Per me è tanto, è importante, è passione vera, mi cambia l’umore».
E se le fosse capitato un figlio laziale?
«Impossibile».
Francesco Totti.
«Per me il capitano è sempre lui. Ho la fortuna di conoscerlo, se salutamo, ancora mi emoziono. A Sabaudia avevamo la casa appiccicata. Mio figlio usciva con Cristian. Ogni volta che lo incrocio, io vedo Totti, non un amico, con lui ridivento timido».
È contento di quello che ha fatto in carriera?
«No, sono arrabbiato con me stesso. All’inizio avevo la sindrome dell’impostore, tutto quello che arrivava per me era più di quello che meritavo. Avrei potuto fare meglio».
C’è sempre tempo.
«Magari un giorno un ruolo di un altro tipo me lo daranno. Sono un pigro, ho accettato certe cose solo perché mi pagavano di più. O erano più semplici, meno faticose. Non posso nemmeno lagnarmi: “Il Cinema non mi ha capito”. No, a me m’ha capito benissimo».