Corriere della Sera, 13 gennaio 2026
Scelto dal presidente che da mesi lo insulta. Il mandato in trincea del banchiere-avvocato
Mulo testardo, stupido, pazzo, ridicolo, loco, «mister troppo tardi». Ogni volta che, nella sua riunione mensile, il vertice della Federal Reserve non prende la decisione voluta da Donald Trump sui tassi d’interesse, il suo presidente, Jerome Powell, colleziona un nuovo insulto del leader repubblicano. Eppure era stato lui, nel 2017, a sceglierlo come capo della Banca centrale degli Stati Uniti.
Lauree a Princeton in Scienze Politiche e poi a Georgetown in Giurisprudenza, Powell era percepito come un uomo di legge più che di finanza, anche se, dopo aver fatto per cinque anni l’avvocato, era passato al private equity per poi divenire partner di un fondo d’investimenti, il Carlyle Group. Powell aveva anche lavorato al ministero del Tesoro durante la presidenza di George Bush padre. Nel 2012, poi, era stato Barack Obama a inserirlo nel board dei governatori della Fed.
Repubblicano dichiarato, Jerome venne scelto da Trump per succedere alla ben più esperta Janet Yellen. Il mondo della finanza giudicò quella nomina la scelta di un personaggio debole e di scarso spessore, facile da piegare ai voleri della Casa Bianca. E, in effetti, a un certo punto sarà lo stesso Trump, infuriato con Powell che non obbedisce, a dargli dello sconosciuto ingrato: «Nessuno ti aveva mai sentito nominare prima della mia nomina».
Comunque il banchiere ha tenuto duro per anni con tenacia e coraggio. E anche davanti alle ultime minacce ha difeso l’autonomia dell’Istituto («Fissiamo i tassi d’interesse sulla base del nostro miglior giudizio su come servire il pubblico anziché seguire le preferenze del presidente»). Accusando, poi, apertamente la Casa Bianca: «L’indagine è un pretesto, una conseguenza del fatto che la Fed decide in piena autonomia».
In realtà a impazzire, di rabbia, è, per sua stessa ammissione, proprio Trump: furioso davanti a un Jerome che, impassibile, mese dopo mese, ignora le sue disposizioni e anche le minacce di licenziamento («La defenestrazione di Powell non arriverà mai abbastanza rapidamente»).
Intanto il ministro del Tesoro, Scott Bessent, e il direttore del Bilancio federale, Russell Vought, giudicano scandalosi i costi di ristrutturazione della sede della Banca centrale, dicono che bisogna fare luce. Powell, che aveva portato Trump col casco da cantiere a visitare la sede durante i lavori, commenta laconico: «Licenziamento? La legge non lo consente».
Del resto, fin dal primo mandato presidenziale Trump aveva tentato di licenziare il «suo» banchiere centrale: dissuaso dagli avvocati della Casa Bianca, consapevoli che l’atto sarebbe stato illegale.
Per spingerlo a dimettersi non restava che minacciare Powell di un’incriminazione penale per l’allargamento della sede della Fed. Lui dovrà andarsene comunque a maggio, quando scadrà il suo mandato, ma Trump ha fretta di abbassare i tassi: vuole dare una spinta all’economia americana già prima delle elezioni di mid term di novembre. Disposto a rischiare anche un’impennata dell’inflazione (che, comunque, arriverebbe dopo il voto).
I costi del rifacimento della sede della Fed sono effettivamente astronomici (oltre 2,5 miliardi di dollari), ma il progetto precede la gestione di Powell che si è insediato al vertice dell’Istituto quando i lavori erano già iniziati. Se, poi, pensiamo che Trump spenderà 300 milioni solo per costruire una sala da ballo in un’ala della Casa Bianca, due miliardi e mezzo per la più importante istituzione bancaria del mondo che governa la valuta attorno alla quale ruota l’intera economia del pianeta, forse non è poi una cifra così assurda.
Jerome sa che dovrà affrontare anche questo calvario giudiziario, ma, avendo resistito per anni a ogni tipo di angheria verbale, non vuole rovinare la reputazione della banca, e la sua, con un cedimento in questo ultimo scorcio di una presidenza che è stata fin dall’inizio una corrida: entrato in carica a febbraio 2018, già in estate Trump è deluso perché Powell non lo segue. In autunno si dice pentito per averlo scelto. Poi accuse ridicole («Gode nell’aumentare il costo del denaro») e quella, ben più grave, di essere un nemico dell’America: peggio del leader cinese Xi Jinping.
Nella furia di disconoscere la sua scelta, Trump è arrivato perfino a dirsi pentito di non aver scelto un banchiere straniero per la Fed: «Sarebbe stato meglio Mario Draghi».