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 2026  gennaio 13 Martedì calendario

L’economia cresce poco. E così la Casa Bianca adesso rischia un autogol

Si capirà presto se dietro la mossa di Donald Trump contro Jerome Powell c’è una prova di forza o invece solo debolezza e miopia. Perché l’inchiesta del dipartimento di Giustizia contro il presidente della Federal Reserve può spianare la strada anche al secondo scenario: un autogol dell’inquilino della Casa Bianca, benché questi neghi di aver richiesto l’azione legale. Il video con cui domenica Powell ha accusato Trump di voler sopprimere l’indipendenza della banca centrale, in effetti, lascia intuire le prossime mosse. Il mandato del presidente della Fed scade il 15 maggio e le probabilità di riconferma, ovviamente, sono zero. Ma Powell è anche membro del Board della banca centrale, fino al 31 gennaio 2028. Come tale può restare fra i sette componenti del consiglio che decide sui tassi d’interesse (anche a maggioranza), insieme a cinque presidenti delle Federal Reserve regionali. Quella di Powell nel vertice sarebbe una presenza ingombrante, per il nuovo leader della Fed scelto da Trump e verosimilmente pronto a tagliare i tassi secondo i diktat della Casa Bianca.
È possibile che tutto questo abbia contato, nella scelta di aprire un’inchiesta contro Powell. Forse Trump sperava di spingerlo a sparire del tutto dalla Fed tra quattro mesi, magari in cambio di un’amnistia personale. Più probabile però che a questo punto accada il contrario. Agli amici Powell racconta di aver ereditato il gene della cocciutaggine dalla madre Patricia Hyden, figlia del preside della scuola di diritto della Catholic University of America. Lui stesso è stato educato dai gesuiti, dove deve avere affinato il suo stile discreto e fermissimo.
Se mai avesse voluto lasciare del tutto la Fed a maggio, ora potrebbe cambiare idea. Powell potrebbe decidere di restare a difendere l’indipendenza della banca centrale che lui stesso, da ieri, dichiara sotto attacco. Disprezzato, insultato da Trump e ora perseguito in tribunale, il banchiere centrale può così diventare una spina nel fianco del presidente per i prossimi due anni: anche a costo di una causa penale che lui comunque può sostenere grazie al patrimonio accumulato a Wall Street, prima di approdare alla Fed. Tra l’altro, alcuni senatori repubblicani ora minacciano di far mancare i voti per la conferma del successore.
Se Trump si è lanciato in una scommessa così rischiosa, dev’essere dunque anche altre ragioni. Una è l’intimidazione: se non contro Powell (è impermeabile) o il suo successore (probabilmente non ce ne sarà bisogno), senz’altro nei confronti del resto del vertice della Fed. Il nuovo presidente della banca centrale avrà infatti bisogno di una maggioranza nell’organo decisionale, per eseguire i desideri di Trump. E Trump vuole stimolare la domanda tagliando i tassi fino all’1%, malgrado un’inflazione resa più minacciosa dai dazi.
Qui è la ragione profonda della forzatura sulla banca centrale. Fosse sicuro dello stato dell’economia, il presidente non cercherebbe di piegare ogni strumento all’imperativo di evitare una disfatta alle elezioni di midterm. Invece fuori dal settore tecnologico, con i suoi data center costruiti spesso a debito, a metà del 2025 il prodotto lordo degli Stati Uniti era cresciuto di appena dell’1,3% in un anno. Non si vedono ondate di licenziamenti, ma le assunzioni rallentano e gli americani si dichiarano pessimisti sulle possibilità di trovare lavoro. Gli investimenti privati, sempre fuori dal boom tecnologico, a luglio scorso erano in calo del 4% sull’anno. Che Trump sia nervoso perché solo i più ricchi beneficiano della sua economia, del resto, si nota da altre mosse: incluso il tetto annunciato al 10% agli interessi sulle carte di credito delle persone a basso reddito.
Molte banche reagiranno togliendo le carte e tagliando il credito ai più poveri. Ma questo è un test che grandi banchieri e titani della finanza come Jamie Dimon di JpMorgan o Ken Griffin dovranno affrontare con Trump tra pochi giorni a Davos. Non possono essere d’accordo con l’assalto alla Fed, ma Trump sempre più spesso applica ritorsioni contro chi lo contraddice: persino contro Exxon Mobil, che esita a tornare in Venezuela in cerca di petrolio.
Ieri i mercati hanno quasi ignorato lo scontro con Powell. Ma anche il loro cinismo ha un limite: se e quando l’abuso di potere fa sbandare l’inflazione. E il dollaro.