Corriere della Sera, 13 gennaio 2026
Gli oligarchi di Teheran
Perché l’Iran è oggi teatro di proteste e come si spiega che a meno di sei mesi dalla guerra dei dodici giorni la gente si è riversata nelle strade? Questo accade dopo che la nazione intera si era stretta attorno al governo, garantendo il suo sostegno, in occasione dello scontro con Israele. (...) Si direbbe che dopo un secolo dalla fondazione dello Stato moderno dell’Iran, siamo tornati a un’era in cui il governo non riesce più ad assumere un ruolo decisivo nella gestione del Paese. Negli anni che seguirono la guerra Iran-Iraq, la figura del premier è stata progressivamente eliminata dalla sfera politica iraniana. Oggi i presidenti, eletti direttamente dal popolo, si definiscono «agenti di approvvigionamento», un ruolo esecutivo che non è più chiamato a partecipare all’elaborazione di importanti scelte politiche, una funzione, anche questa, che ultimamente è stata soppressa.
Durante gli anni delle sanzioni imposte dall’Onu, l’Iran ha saputo escogitare metodi innovativi per aggirarle. I fondi fiduciari, spesso gestiti dai figli dei principali funzionari del governo, che non disdegnavano di collaborare persino con le organizzazioni criminali, hanno consentito di convogliare nel Paese gli introiti derivanti dalla vendita del petrolio. Il governo li ha sostenuti, chiudendo un occhio davanti al loro massiccio arricchimento e al traffico organizzato di droga e alcool nel Paese. Ben presto questi nuovi ricchi hanno voluto sfruttare a loro vantaggio il potere che detenevano, e hanno esteso il loro controllo sulle importazioni, arrivando a formare, con l’approvazione delle massime cariche dello Stato, una sorta di consorzio privato.
L’Iran è passato da un Paese dove il governo appoggiava gli oligarchi e i fondi fiduciari capaci di aggirare le sanzioni sul petrolio e le finanze, a un regime costretto a pagare questi oligarchi per svolgere i suoi affari quotidiani. (...) Gli oligarchi gestiscono inoltre l’importazione di molti prodotti di altro genere, e monopolizzano anche beni essenziali come medicine, mangimi per animali, nonché alimenti di base come riso, olio e frumento. Non devono rispondere a nessuno e si considerano i veri padroni del Paese. In alcuni casi, hanno addirittura sostituito il ministero dell’Economia e il governatore della Banca centrale perché si opponevano alle loro manovre sui trasferimenti di valuta. Sono costoro a governare l’Iran, formando un governo all’interno del governo con poteri extragiudiziari e nessuna responsabilità. Sui social network circolano le loro foto, mentre sfoggiano uno stile di vita che assomiglia a quello dei boss della droga brasiliani, mentre si danno alla bella vita su yacht e isole private. Il governo iraniano è costretto a negoziare con questi personaggi, anno dopo anno, nel tentativo di recuperare valuta, e il risultato di queste trattative è un’inflazione annuale al 40%. Ma gli oligarchi hanno il coltello dalla parte del manico e non si accontentano facilmente, difatti hanno accettato di far affluire moneta nel Paese solo attraverso la svalutazione del rial.
Dopo la guerra con Israele, il governo ha deciso che era venuto il momento di trovare un’alternativa per trasferire il denaro e di liberarsi dagli oligarchi del petrolio, che sembravano avere creato un’infinità di falle nei sistemi di sicurezza. Con questa giustificazione, l’ultimo intervento del governo è stato quello di portare il tasso di cambio al livello delle aspettative inflazionistiche, un’azione che ha massacrato la società civile, in particolar modo la classe media. (...)
Le prime proteste di piazza sono scoppiate a Mashhad, una metropoli moderna che conta sei milioni di abitanti, nella quali gli oligarchi hanno realizzato importanti investimenti. La gente, che fatica a sopravvivere con un tasso annuale d’inflazione superiore al 40%, ha perso ogni speranza nelle riforme, sentendosi abbandonata a se stessa. (....). Questo sentimento si avverte in modo particolare tra la Gen Z iraniana, che ha passato tutta la giovinezza sotto le sanzioni e non ha ricordi di tempi migliori. In mancanza di una leadership intellettuale, i più giovani trovano un’eco alle proprie aspirazioni nell’unica voce dell’opposizione che si alza forte e risoluta: i monarchici. Tutte le forze pro-democrazia, che hanno pagato il prezzo delle loro idee nel corso degli anni, oggi si ritrovano incarcerate, nell’impossibilità di lavorare, oppure hanno scelto l’esilio volontario (...) Il profondo divario dialettico che si è creato tra i giovani e il movimento pro-democrazia ha spinto i giovani a non fidarsi di questi attivisti e a respingere il retaggio delle precedenti generazioni che hanno lottato per la democrazia. (...)
Una società esplosiva, che non è mai riuscita a far sentire la sua voce e non ha mai visto accogliere le sue richieste attraverso modalità democratiche, ha scelto di scendere in strada a protestare, dietro la spinta della crisi sociale ed economica. Le recenti proteste sono il risultato di un accumulo di libertà negate, in campo politico, sociale ed economico. Resta da vedere in che modo il governo e gli oligarchi raggiungeranno un nuovo equilibrio per calmare o incitare il popolo, e se il popolo sarà in grado di trionfare contro il sodalizio tra governo e oligarchi. Qualunque sarà il risultato, dovremo confrontarci con un nuovo Iran.