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 2026  gennaio 13 Martedì calendario

Rubina, Akram, Amir e gli altri ragazzi uccisi. Le famiglie: per i corpi ci chiedono cifre enormi

Li schedano per non perderne le tracce. Verificano nomi, cognomi, età, storie per non rischiare che rimangano solo numeri di una cifra che di ora in ora cresce. Sono i morti iraniani. Gli uomini e le donne, i ragazzi e le ragazze uccisi dalle Guardie rivoluzionarie di Ali Khamenei. Colpiti alla fronte, alle spalle, al cuore. «Facciamo questo lavoro di raccolta per ricordare al mondo che erano persone come noi, che erano in strada a protestare per chiedere una vita normale. Volevano diritti che noi diamo per scontati», ci dice Mahmood Amiry-Moghaddam di Iran Human Rights, che con altre ong sta cercando di identificare le vittime del massacro iraniano. «In risposta – continua – si sono trovati davanti a guardie armate che li hanno uccisi per mantenere in vita il regime».
A oggi, i morti identificati sono 648. Ma Moghaddam ritiene credibili i numeri che arrivano da dentro il Paese: «Saranno migliaia». Da cinque giorni il blackout di internet e delle comunicazioni rende impossibile comprendere la portata di quello che sta succedendo nelle città iraniane. Ma qualche nome, qualche storia riesce a superare i confini della Repubblica islamica. Come quella di Rubina Aminian, studentessa di moda all’università Shariati di Teheran. Giovedì esce dall’ateneo e si unisce alle manifestazioni che tagliano le strade e le piazze. È curda di Kermanshah, ma studia nella capitale. Era, racconta lo zio, «una ragazza forte e coraggiosa, che difendeva i diritti delle donne». In un Paese che, su quei diritti negati, ha costruito la sua macchina repressiva. Rubina combatteva gli ayatollah in modo pacifico, disobbedendo alle loro leggi ingiuste. Non mettendo il velo, vestendosi alla moda, sognando una vita libera. Le sparano alla nuca, di spalle, a distanza ravvicinata: un’esecuzione. Avvertono la famiglia che corre a Teheran. Una fonte racconta che i genitori vengono portati vicino al college dove fino al giorno prima Rubina studiava, e si sono trovati di fronte ad altri centinaia di corpi di giovani, tra i 22 e i 28 anni. Frugano tra i sacchi neri, alla ricerca della figlia. All’inizio le autorità non vogliono consegnare il corpo, quando lo rilasciano, la famiglia corre verso casa, a Kermanshah. Al loro arrivo scoprono che l’intelligence ha circondato l’abitazione. Nuovo ordine: non hanno il permesso di seppellirla. Riprendono la macchina e la seppelliscono lungo la strada tra Kermanshah e Kamyaran. Sono ancora in attesa di farle il funerale.
Tra gli identificati, ci sono più nomi di uomini che di donne. «Ma temiamo che da Teheran arriveranno notizie di molte ragazze uccise. Lì, il movimento femminile e femminista è molto forte. Sono appena arrivate le storie di altre due studentesse», continua Moghaddam.
La prima donna a essere identificata è Akram Pirgazi. Aveva 40 anni ed era la mamma di due bambine. Di Nishapur, nella provincia di Razavi Khorasan, Akram viene uccisa il 7 gennaio da colpi d’arma da fuoco alla testa, sparati dalle forze della Repubblica islamica, mentre protesta nella sua città. La portano in ospedale, ma non ha speranze: Akram muore.
Muore anche Amir Mohammad Koohkan, aveva 26 anni, era un allenatore e arbitro di calcio a cinque. Viene ucciso il 3 gennaio durante le proteste a Niriz, nella provincia di Fars. Amir lo ammazzano sul colpo. Le guardie prelevano il corpo dalla strada e la sua famiglia non riesce ancora ad averlo indietro. Koohkan aveva lavorato come allenatore a Niriz e Shiraz e, negli ultimi due anni, era stato anche arbitro. Poco prima di essere ucciso, scrive sui social: «Non lo so. Voglio solo andarmene, ma ho dei pensieri in testa».
Nell’album della morte, c’è anche la fotografia di Amirali Heidari, un ragazzo curdo di 17 anni di Kermanshah. Sembra un bambino. Lo uccidono l’8 gennaio nel quartiere Elahiyeh con un colpo al cuore. Per consegnare il suo corpo, le autorità chiedono alla famiglia un miliardo di toman, che equivale a oltre 800 euro, una cifra altissima per le famiglie iraniane. Non contenti, chiedono ai genitori di raccontare che il figlio è morto per una caduta dall’alto.
Ako Mohammadi aveva 22 anni, era curdo e abitava a Qeshm. Anche lui viene ucciso sul colpo, anche alla sua famiglia viene chiesto un miliardo di toman per la consegna del corpo. Viene trucidato l’8 gennaio, quel giorno fanno la stessa fine altre 15 persone, tra cui due donne della provincia di Ilam.
Mehdi Salahshour era uno scultore e un professore. Era il padre di due figli. Lo uccidono in piazza a Mashhad. «Molti dei nomi che abbiamo identificato vengono dal Kurdistan», racconta Moghaddam. «Non perché nelle altre città i morti siano di meno, ma perché all’inizio le proteste erano più grandi nell’Ovest del Paese. Poi hanno spento la luce». Per dire, nei video girati davanti dell’obitorio di Teheran si contano almeno 250 corpi.