Corriere della Sera, 13 gennaio 2026
Dal ruolo della diplomazia Usa al riconoscimento politico. Così si è sbloccata la trattativa
All’inizio la moneta di scambio pretesa da Nicolás Maduro era l’ex ministro chavista Rafael Dario Ramirez, già responsabile dell’Economia e del Petrolio tra il 2002 e il 2014 e presidente della compagnia statale per l’estrazione del greggio, poi ministro degli Esteri e rappresentante del suo Paese presso l’Onu. Battaglia persa in partenza.
Dopo essere diventato un oppositore del successore di Chavez, infatti, Ramirez è riparato in Italia: nel 2020 il Venezuela ne ha chiesto l’estradizione, ma nel 2021 lui ha ottenuto lo status di rifugiato politico. Niente rimpatrio, quindi. A quel punto Caracas ha avviato una partita giudiziaria italiana, tramettendo alla Procura di Roma carte che hanno fatto aprire un procedimento penale a suo carico con l’accusa di peculato e riciclaggio per presunti investimenti con denaro di provenienza illecita, ma a maggio 2024 i pubblici ministeri hanno chiesto l’archiviazione. Accordata dal giudice a settembre. Nel frattempo, a luglio Maduro era stato rieletto presidente per la terza volta, con elezioni contestate dall’opposizione e non riconosciute da gran parte dei Paesi occidentali, e a novembre 2024 – due mesi dopo il mancato processo a Ramirez – in Venezuela sono stati arrestati Mario Burlò e Alberto Trentini. A tre giorni di distanza l’uno dall’altro, senza accuse formali.
Di fatto un doppio sequestro come ritorsione per la protezione concessa all’ex ministro divenuto nemico del regime. Il lavoro diplomatico e di intelligence sulla sorte dei due detenuti-ostaggi ha reso subito chiaro che cosa voleva in cambio il governo venezuelano, ma c’era l’ostacolo insormontabile di una magistratura indipendente che aveva già preso le sue decisioni. Non più revocabili o aggirabili. Così le richieste mediate dai servizi di sicurezza si sono spostate sul piano politico: il riconoscimento italiano della legittimità del governo Maduro. Difficile da ottenere, dopo che sul piano delle relazioni diplomatiche la rappresentanza di Roma era stata affidata a un incaricato d’affari.
Le accuse a Burlò e Trentini, rinchiusi entrambi nel carcere di massima sicurezza El Rodeo 1, sono rimaste vaghe se non inesistenti. Per il primo, imprenditore piemontese con cause pendenti in Italia, si è fatto un cenno ad ipotesi di terrorismo, e solo dopo una prima udienza senza avvocati difensori ne è stato nominato uno dal consolato italiano; per il cooperante veneto, invece, niente. Solo qualche voce, rimbalzata fino agli ultimi giorni, di una sua presunta (e mai provata) collaborazione con i servizi segreti della Gran Bretagna. Un vecchio e infondato copione. A fronte di minime concessioni sullo stato detentivo, con qualche telefonata alle famiglie e un paio di visite consolari. Ma quando in estate l’incaricato Luigi Vignali è andato in Venezuela per provare ad aprire nuovi canali, non ha ottenuto nulla. Così come s’è arenata l’ipotesi di uno scambio con l’abbuono di almeno una parte dei crediti vantati dall’Eni per l’estrazione del petrolio venezuelano.
Dopodiché Caracas ha aperto un’altra disputa giudiziaria con l’Italia, stavolta al contrario: non per processare bensì per far archiviare un procedimento penale a carico del ministro dell’Industria Alex Moran Saab (fedelissimo di Maduro già graziato e rilasciato dagli Usa in cambio della liberazione di alcuni detenuti nord-americani), e della moglie italiana Camilla Fabri (viceministra per la Comunicazione internazionale) accusati di riciclaggio per ipotetici reimpieghi di denaro frutto di corruzione.
Stavolta però la Procura ha ritenuto che ci fossero gli elementi per il processo, chiuso col patteggiamento di una pena lieve: un anno e due mesi a lui e un anno e sette mesi a lei. L’aereo di Stato per riportare in Italia Trentini e Burlò era pronto a decollare, ma è rimasto a terra nonostante la Procura generale – che inizialmente aveva presentato ricorso in Cassazione – avesse rinunciato facendo diventare definitiva la sentenza accettata dagli stessi imputati.
Dal Venezuela hanno continuato a premere per prese di posizioni politiche; se non di riconoscimento del governo Maduro, almeno di condanna o presa di distanza dalle posizioni statunitensi aggressive degli ultimi mesi nei confronti del regime. Richieste respinte. Né hanno sortito effetto le mediazioni della Comunità di Sant’Egidio e della Chiesa, che a ottobre ha celebrato la canonizzazione dei primi due santi venezuelani. L’arcivescovo di Caracas Raùl Biord Castillo ha partecipato alla cerimonia in Vaticano, ed è stato fino agli ultimi giorni uno degli interlocutori del ministro degli Esteri Tajani, al quale ha confermato la volontà del nuovo governo guidato dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez (già vice di Maduro) di rilasciare i detenuti politici stranieri.
Operazione caldeggiata anche dall’ex ambasciatore in Italia Rafael Lacava, oggi governatore della regione di Carabobo, ma ostacolata nei passaggi finali dall’ala chavista più dura del governo insediato a Caracas dopo il blitz Usa che ha deposto Maduro, che voleva aspettare la cessazione delle pressioni statunitensi. Resistenze vinte proprio dalla diplomazia di Washington impegnata per il rilascio dei propri connazionali, alla quale pure s’era rivolto Tajani. Che non a caso, subito dopo la liberazione dei detenuti italiani ha annunciato l’innalzamento delle relazioni diplomatiche col Venezuela «elevando il livello di capo della delegazione a ruolo di ambasciatore». Dichiarazione che fa il paio con quella della premier Giorgia Meloni sulla «definizione di relazioni nuove e diverse tra Italia e Venezuela». Il riconoscimento politico negato a Maduro e concesso a Rodríguez, che ha portato al ritorno a casa di Trentini e Burlò.