Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  gennaio 12 Lunedì calendario

Da Pessoa a Roth, ipocondrie letterarie

Nessuno se ne accorge, ma una serie preoccupante di tic nervosi, vizi indicibili, traumi irrisolti, complessi latenti, nevrosi frizzanti ammorba il mondo del bibliofilo. Tipo la sindrome di Salinger, spesso accompagnata da un pizzico di arbasinismo (endemico tra gli Adelphoidi), o un’acuta paranoia di Pessoa, che poi sfocia nel singhiozzo di Dickinson. Se non curato è un attimo, e si arriva al morbo di Camilleri. Insomma, sintomi inconfutabili di una malattia letteraria in corso.
L’ipocondriaco lo vedi dal libro. Perché, sotto sotto, il mondo editoriale è tutto fuorché un posto sano. Quel che è peggio è che non vi è cura. Ne è convinto Marco Rossari, che torna in libreria con il suo Piccolo dizionario delle malattie letterarie (Einaudi), un “bugiardino” ironico e tagliente sugli effetti collaterali che la lettura e la scrittura ha sui suoi fruitori più accaniti.
Istruzioni per l’uso: non prendersi troppo sul serio. Si procede in ordine alfabetico. A per aforisma: “Forma di pigrizia cronicamente sentenziosa”. Spesso contratto dagli Adelphoidi. Creature schive, introverse, dotate di borsetta di tela sulla spalla. Si vedono dall’habitat che si creano attorno, individui affetti da infiammazione al “corpo sociale piccolo-borghese che spinge ad arredare con libri color pastello per sentirsi colti”. Più che vederli, si riconoscono. B di biblioteca, ovvero “luogo di autoisolamento per soggetti a rischio; quarantena volontaria”. Sindrome di Camilleri: “Ipertrofia gergale determinata da dialetto”, che può essere “causa di illeggibilità o di straordinario successo editoriale”. Al primo è andata bene. Comodinite: “Nevrosi dell’accumulo”. Luogo, quello della camera da letto, soggetto spesso anche al priapismo di Roth, ovvero l’“illusoria convinzione che ogni erezione sia degna di essere raccontata”.
Il lettore non si faccia illudere dai termini più innocui. La creatività? “Stato di isteria vanagloriosa curabile agevolmente con una serie di martellate sulle dita dei piedi”. Quasi letale. La sindrome di Salinger? “Squilibrio che spinge il paziente a isolarsi, sebbene nessuno lo stia cercando”. Dolorosissima. Gli ambienti più infetti si concentrano spesso ai margini di un tavolo appartato di un bar bohémien. C’è pure un foglietto stropicciato sottomano? “Allora prendi la penna e, invece di chiedere aiuto a qualcuno, scrivi una poesia” avverte Rossari. Il decorso della malattia prevede l’insorgenza di numerosi enjambement (“Tormento di origine francese che spinge il paziente ad andare a capo prima del margine”). Nelle fasi più acute si registra pure l’allegoria (”Terribile forma allergica che attacca il romanziere ambizioso nell’attimo in cui costui percepisce la debolezza della sua opera”) o qualche anacoluto (“Affezione di ceppo emiliano che, in nome dell’anti-intellettualismo, spinge il paziente a scrivere come un bambino di sei anni”). Si salvi chi può, il virus-poetico è in circolo (“si consiglia di mettere il paziente in quarantena. Se perdura, sopprimere”).
Prevenire è peggio che curare in questo caso. Perché tanto verrà la morte e avrà gli occhi di quella copertina patinata che spunta nelle vetrine a luci soffuse. Tra gli scaffali è facile avvertire la paranoia di Pessoa, ovvero quella “dissociazione cronica con tendenza alla schizofrenia”. Giusto un esempio: “Quella cambia nick ogni mese”. “Manco Pessoa”. Diffusissima tra i nostalgici anche la smania di Kerouac, che l’autore individua come una “tipologia beat del ballo di San Vito”. Praticamente una pizzica a base di whisky e notti insonni. Non si salvano nemmeno le (costosissime) Moleskine: “Virus di ceppo patagone in forma di taccuino”. Sarebbe meglio tornare alla fruizione a chilometro zero, se solo Moravia non fosse un produttore sfrenato di “racconti pariolini derivativi”. Ma fuori dal Grande raccordo anulare neanche Parigi se la passa bene, ormai ridotta a una “clinica privata d’alta fascia per scrittori italiani contro la malattia della destra al potere”. Si rischia di essere tacciati di narcisismo. Ma niente paura: si tratta appena di un “blando dannunzianesimo”.
Molto più temuto il dibattito letterario che all’inizio può sembrare un “infallibile anestetico. Dopo un’ora di esposizione, rischio esilarante; dopo le due ore, rischio di decesso”. Buona norma è tenere delle piccole accortezze lessicali, sottolinea Rossari. Perché non dire dunque “esaurimento nervoso” al posto di “romanzo incompiuto”? Oppure “diagnosi erronea di un dottore amico” al posto di “recensione”? Ormai sanno tutti che il segnalibro non è altro che un “termometro dell’attenzione”. Una sincope un “prolungato malore di un fonema che porta alla sua inesorabile scomparsa”. Il colpo dello Strega? Un “rimedio universale ai mali dell’editoria”. Ma nulla di personale.