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 2026  gennaio 12 Lunedì calendario

Intervista a Dorothea Wierer

«Ma quanto è forte Tommaso». Dal divano e «con il panettone davanti» Dorothea Wierer, madre e madrina del nostro biathlon, si gode i successi di Giacomel, suo compagno azzurro: per lei è un weekend di riposo sulla strada verso Anterselva, sede olimpica di una disciplina potenziale miniera d’oro della spedizione.
Dorothea, livello di tensione e pressione?
«Per ora normale, è cresciuta solo l’attenzione. Per la paura di ammalarmi a Natale ho ridotto i contatti e basta, però. Non serve essere estremi, è più utile saper vivere anche in una vigilia così importante».
Anterselva è?
«Casa. Saranno le ultime gare della mia carriera: dove sono cresciuta e davanti a tutta la mia gente. Meglio di così non potevo chiudere e lo dico al netto dei risultati. Senza l’ossessione per l’oro».
A Torino 2006 aveva 16 anni, che cosa ricorda?
«Niente, facevo già biathlon ma di quel periodo ho in mente solo le uscite in discoteca con gli amici».
A che età i primi sci?
«A 7-8 quelli da discesa, a 10 quelli da biathlon».
La prima carabina?
«Ad aria compressa a 10 anni. Prevengo la domanda: mai avuto paura di maneggiarla».
Quando ha capito di poter fare la biatleta?
«Forse nemmeno adesso. Sapevo di avere talento, ma ero pigra. Nessuno tra i miei amici faceva sport e quando sei giovane conta. Poi dai Giochi di Sochi 2014 ho cominciato ad allenarmi seriamente. Allora eravamo piccoli, l’Italia non contava. Chi l’avrebbe detto che saremmo diventati così forti?».
Forti, ma ancora poco conosciuti. Che cosa invidia alle altre discipline?
«Il pubblico. Ma solo in Italia perché all’estero le tribune sono stracolme. Ecco, mi piacerebbe avere il tifo dei nostri tennisti. Anche se adesso hanno una pressione esagerata».
A proposito: scambierebbe vita con Sinner?
«Mai».
Soldi, fama, successi: perché?
«Non ha privacy che per me, invece, viene prima di tutto. Mia sorella ha dato lezioni di sci di fondo al suo manager a Sesto Pusteria e parlandogli ha conosciuto un po’ il mondo di Jannik. Poi, certo, mi fa piacere se mi riconoscono per strada».
Sinner e le polemiche sull’italianità: chi più di lei può spiegarcele?
«Basta, io sono orgogliosa di essere italiana e anche del posto dove sono nata. A qualcuno piace fare polemica giusto per mettersi in mostra».
Tra i primi a mischiare i generi in gara, a Sochi arrivò il bronzo nella staffetta mista. A che punto è la parità?
«Da noi è sempre esistita, i premi non sono diversi per uomini e donne. Ma non fatemi passare per femminista, non lo sono. Tengo ai miei diritti, ma odio gli estremismi».
La «brava e bella Dorothea Wierer»: le ha mai dato fastidio il cliché?
«Non ho mai nascosto nulla, mi sono sempre truccata prima delle gare, abbinato occhiali e orecchini alle tute tanto da curare una mia linea adesso. Per me hanno parlato i risultati, non l’immagine, ma sono estroversa e all’inizio vedevo gli sguardi in gruppo e non sempre erano benevoli. Ora, però, non sono l’unica a curare il look».
Ma di un uomo avremmo detto bello e bravo?
«Ma guardi che sono davvero pochi i biatleti belli...».
Per anni ha trainato il biathlon quasi da sola: orgogliosa?
«Sì, del cambiamento e della crescita. Una volta si festeggiava per un posto nei quaranta. Ora si fanno i pronostici su quante medaglie possiamo vincere senza contare che il biathlon è pazzo, un refolo di vento quando spari ti fa salire o scendere dal podio. Non ha eguali».
Una vittoria in questa coppa del mondo: rivali stupite?
«Sì, mi davano per finita».
«Non ho mai smesso di divertirmi nella vita»: sono parole sue. Conferma?
«Certo. Se fossi stata più professionale da giovane forse avrei raggiunto risultati migliori. In gara vado a testa bassa, ma fuori non ho mai sacrificato niente: ho visto troppi atleti cadere in depressione, avevano rinunciato a tutto e non avevano nulla cui attaccarsi nei momenti di crisi».
Il biathlon è fatica e precisione: dove fa fatica e dove è precisa lontano dalla gara?
«Fatica in cucina, ci pensa mio marito. Precisione nelle pulizie di casa».
Ha detto di essere attratta dal mondo dello spettacolo: Ballando con le stelle o Isola dei famosi?
«Passo. A Ballando mi fa troppa paura la Lucarelli, all’Isola si mangia poco».
Cinema o serie tv?
«Serie tv. Quelle dove stacchi il cervello, sto vedendo Emily in Paris».
Jacobs ha detto a La Stampa che si era spenta la scintilla. Le è mai capitato?
«Due stagioni fa. Mi ammalavo troppo spesso, rendevo poco e allora ho preso tempo per me. Sono risalita grazie alla squadra. Senza, non sarei mai arrivata dove sono ora».
In squadra c’è Lisa Vittozzi, l’altra punta azzurra. Come sono i vostri rapporti?
«Non esistono. Io mi alleno con i maschi, amo scherzare e provocare, sono una diretta, Non mi piace la vita piatta. Ecco, lei è il mio opposto».
Non ha mai nascosto di volere diventare mamma: che pensieri fa quando vede un’ex atleta come Federica Pellegrini di nuovo incinta?
«Lei è un idolo. Non nego alla mia età di sentirmi sotto pressione per la maternità. Se tornassi indietro smetterei prima per godermi la vita e poi diventare mamma. Così non ho più molto tempo».
Immagini il primo giorno da ex atleta?
«Faccio ordine negli armadi. E poi mi butto sul divano».