La Stampa, 12 gennaio 2026
Intervista a Benedetta Porcaroli
«Sul set ho bisogno di una guida, mi piace essere diretta, guardata. Quando lavoro con registi che mi lasciano completamente libera, mi sento sola, spaesata. In teoria amo la libertà, ma poi, nella pratica, i confini ci vogliono, mi piace il lavoro fatto insieme. Quelli che ti dicono subito “bravissima” non mi danno soddisfazione. Non mi fido, mi viene subito da chiedere se possiamo ripetere la scena, per migliorarla, penso “questa è da 6, ma posso farla pure da 8». Non è un caso se, fin dall’inizio, Benedetta Porcaroli sia stata un’attrice da voti alti, promossa sul campo delle prime prove, e poi lanciatissima, di film in serie, senza fermarsi mai.
Ha iniziato molto giovane, le capita, ogni tanto, di chiedersi se, magari, non ha perso qualcosa della vita?
«Me lo chiedo, sono piena di dubbi e di paure. Rispetto a tante cose ho perso un po’ d’incanto, sono un po’ più razionale, mi domando spesso “ma ne varrà la pena?”. Dentro di me la risposta è sempre “sì”, l’entusiasmo resta, però c’è anche l’ossessione che ci sia qualcos’altro, che la vita vera sia altrove. Sono felice di quello che faccio, ma ogni tanto sono contenta di non lavorare, così posso rendermi conto di dove sono, fare un bilancio».
È abituata alle trasformazioni, non solo per i ruoli, ma anche per i servizi fotografici. Che effetto le fa guardarsi e quasi non riconoscersi?
«Sono abituata, passo periodi in cui mi vedo di una bruttezza…guardo una foto e mi chiedo “ma quella sono io? Come è possibile?”. Alla fine però le mille versioni diverse mi piacciono, perché le abito tutte. È bello poter essere tante cose senza restare incastrati in una sola».
Nel film di Giuseppe Piccioni “Zvanì, il Romanzo famigliare di Giovanni Pascoli” (domani su Rai 1) interpreta Maria Pascoli, detta Mariù, la sorella, nubile, che rimase tutta la vita accanto all’autore. Come ha interpretato questa figura femminile così legata a quel tempo?
«Piccioni è un grande maestro, avevo già fatto un film d’epoca con lui, L’ombra del giorno, mi ha iniziata al genere melò, spingendomi ad andare fuori dai limiti del linguaggio contemporaneo dove tutto è sempre in sottrazione, compresa la recitazione degli attori. Abbiamo perso l’abitudine a vivere le cose in grande, con la sensazione che tutto sia sempre questione di vita e di morte. Maria è una donna piena di contraddizioni, per Giovanni una specie di madre, ma anche una manipolatrice, che diventa padrona della sua vita e gliela rovina. Vivono insieme, fino all’ultimo, in una prigione».
Un tipo di donna piuttosto pericoloso.
«L’ho vista come una di quelle persone che non riescono a indirizzare le loro energie verso il bene. Maria aveva le intenzioni giuste, poi però ha usato male le sue insicurezze. D’altra parte è stata anche la prima fan del fratello, quella che ha visto per prima la luce che brillava dentro di lui».
Prima del film qual era il suo rapporto con Pascoli?
«Il film mi ha fatto apprezzare un sacco di cose, che a scuola non avevo capito, mi sembravano solo rotture di scatole. Ho scoperto che era un genio assoluto, che ha vissuto una vita politica importante, che la sua poetica era straordinaria. È il bello del poter tornare a studiare in un’età diversa da quella della scuola».
Le piace la poesia?
«Si, la adoro. Quando ho sentito la poesia finale del copione, quella della pendola che batte “Mai più…mai più” mi sono messa a piangere. Ultimamente ho letto Rimbaud, Prevert, Cavalli che forse è la mia poetessa italiana preferita».
Recitare in costume: lo ha fatto anche quando è stata Concetta nel “Gattopardo”. È difficile oppure, invece, aiuta?
«È meraviglioso, semplifica moltissimo. Quando mi guardo allo specchio, con addosso il costume, i capelli e il trucco richiesti per la parte, comprendo il personaggio, i vestiti parlano, ti aiutano ad acquistare un’altra postura, ti fanno entrare in un’epoca diversa».
Nei suoi film ha raccontato spesso l’adolescenza. Che cosa ha pensato assistendo alla strage di Crans-Montana?
«Ho riflettuto molto, anche su quell’immagine in cui si sono viste le fiamme e un ragazzo che filmava con il telefonino. A 16 anni ho fatto le cose più pericolose della mia vita. Il fatto è che a 16 anni l’idea della morte non ce l’hai proprio. Mi sono domandata perché non ci fosse un adulto, perché non ci fosse qualcuno che stoppasse la musica, perché non ci fosse un estintore».
Quando si sente davvero a casa?
«Una casa non ce l’ho ancora, la cerco, ma non l’ho trovata. Ho lasciato presto la mia famiglia, faccio un mestiere per cui un albergo può diventare casa mia per due mesi…Per me l’unica casa possibile è l’amore e le persone che amo, il posto dove mi posso fermare».