La Stampa, 12 gennaio 2026
Intervista a Rosita Celentano
«Quando hai due genitori che si chiamano Adriano Celentano e Claudia Mori, il peso della loro notorietà lo senti inevitabilmente. Soprattutto da adolescente, quando di affacci al mondo e non sai ancora chi sei. A me è capitato da ragazzina quando l’assalto dei media era davvero soffocante». Ecologista, animalista, bucolica, conduttrice tv ed attrice, Rosita Celentano non si nasconde: non è facile appartenere alla complicata categoria dei “figli di” e lo ammette. Però oggi che ha girato la boa dei 60 anni non lo sente più un problema. Quei genitori sono stati una presenza ingombrante nel percorso di crescita personale e professionale, ma alla fine se ne è emancipata.
Lei come ce l’ha fatta?
«Le alternative erano due: o andavo a vivere all’estero ritrovando così l’anonimato; o me ne facevo una ragione e accettavo quella pressione senza farmene più sconvolgere. Scelsi questa opzione».
Ma fu proprio perché figlia di Adriano che esordì a 10 anni, in “Yuppi Du”, di cui lui era protagonista e regista.
«Entrare nel film era la mia massima aspirazione. Ci riuscii per caso: la bambina che avrebbe dovuto girare l’ultima iconica scena del film non smetteva di piangere. “Uno di voi mi sa che si deve sacrificare” ci disse papà. Ma: mio fratello di mettersi una parrucca e vestirsi da femmina neppure a parlarne, mia cugina Evelina (la figlia di Gino Santercole, ndr), si impuntò che non voleva nessuno mentre la riprendevano, mentre io (all’inizio scartata perché troppo grande) pregavo di essere scelta. E così fu. Non si vede, perché cercai di nasconderlo per paura di essere scacciata, ma nella corsa finale col kimono d’argento avevo la faccia inondata di lacrime: di pura gioia».
Altri ricordi?
«Era un gioco bellissimo essere sul set: Venezia, ricevere il cestino per il pranzo, Charlotte Rampling gentile e affascinante, papà (che pure era come un vulcano) che ogni tanto si immobilizza mentre rimugina cose nuove».
A 10 anni era un gioco, ma poi diventò ingombrante?
«La medaglia ha sempre due lati: c’è la notorietà indesiderata ma anche la facilità di una strada che ti si apre, anche se non ne sei consapevole. L’importante è, appunto, non sentirsene prigionieri. Amavo il mondo dello spettacolo fin da piccola. Ricordo i giochi ricorrenti tra noi fratelli e cugini: spettacolini, con scenette e canzoni. O le prime paghette guadagnate perché aiutavo papà a raccogliere le code di pellicola al montaggio. O, ancora, le giornate sui set o negli studi televisivi: un altro bel ricordo con lui è a Fantastico 8».
E nel privato?
«Chiusa la porta di casa eravamo una famiglia assolutamente normale. Anzi una tribù: papà e mamma, zii, cugini, fratellini e nipoti, una banda allargata e affiatata. A casa non si vedeva la tv, se non i cartoon di Heidi e Remi e “dopo Carosello a letto”. Avevamo una stanza tutta per noi bambini, dove c’era libertà assoluta, potevamo rotolarci, sporcarci, dipingere e disegnare sui muri, piena di giocattoli creativi e delle mie adorate Barbie. Mamma era molto liberale quando stavamo in quella stanza, ma fuori ci insegnava a essere inappuntabili, silenziosi e ubbidienti. Mica come oggi che i bambini sono lasciati urlanti in balia di sé stessi o lobotomizzati su un tablet».
Momenti particolari?
«A Natale mamma preparava tutto per l’arrivo di Babbo Natale: dal grande albero alle finte impronte in giardino. La festa per i compleanni di Adriano: quando in un hotel di Asiago veniva imbandita una grande tavolata di famiglia, poi noi ragazzi ci esibivamo in piccoli spettacoli che avevamo preparato da mesi per quell’occasione. Anche se c’erano gli altri clienti dell’albergo, era una festa privatissima, finché una volta si intrufolò un fotografo del settimanale Stop: essere buttati allo sbaraglio sulle pagine di un giornale lo vissi come un’intrusione intollerabile».
Un’esibizione che ricorda in modo particolare?
«Adoravo Raffaella Carrà, mi esibii sulle note di Forte forte forte in tutina nera e fascia glitterata nei capelli. Mi fecero una foto che regalai a Raffaella e che lei mise in bella mostra tra le altre cui teneva».
E oggi? Adriano il 6 gennaio ha compiuto 88 anni.
«Siamo abbastanza easy sui compleanni. Certe ricorrenze sono diventate eventi spirituali, non necessariamente legati al ritrovarsi. Insieme abbiamo rivangato un po’ di bei ricordi passati».
E i rapporti tra voi fratelli?
«Siamo uniti da qualcosa che va ben oltre il puro vederci (anche se poi io e Rosalinda abitiamo nello stesso condominio): è un legame profondo, inossidabile. Abbiamo una schiettezza di rapporti tutta nostra».
I suoi genitori, la coppia più bella del mondo, sono insieme da sempre.
«Sposati da 62 anni più due di fidanzamento, innamorati e complici oggi come il primo giorno. Da loro ho imparato quanto le relazioni vadano accudite e difese. Lo facciamo per il lavoro o per un’auto nuova, ma non nei rapporti di coppia, che trattiamo invece come qualcosa che va in automatico dal momento in cui iniziano. La fatica che fai a mantenerne una è fondamentale per capire quanto tu davvero ci tenga e non voglia perderla».
In questi giorni è a teatro con “L’illusione coniugale”, commedia del francese E?ric Assous, che interpreta insieme a Attilio Fontana e Stefano Artissunc, che ne è anche il regista. La pièce mette in scena una coppia che, pur dicendosi ancora innamorata, fatica a reggere il logorio del tempo e a sopravvivere ai reciproci tradimenti. Lei come si colloca tra il modello incarnato dai suoi genitori e questo, forse più comune e ricorrente?
«Sono single da 6 anni e sto benissimo. Come dice Amanda Lear “Ho chiuso la boutique”. Non perché ce l’abbia con gli uomini ma perché una cosa è avere una relazione lunga, profonda e amicale con una persona, altro è stabilire un rapporto dove, per amor di convenienza, si tace e si accettano compromessi. Io la relazione perfetta l’ho avuta: con Mario Ortiz (ballerino dei California Dream Men, ndr). Siamo stati insieme per anni, abbiamo avuto le nostre crisi e le abbiamo superate tanto da decidere dopo di avere un bambino. Non ci siamo riusciti, ho avuto un aborto. Poi però è finita: come non lo sappiamo neppure noi. Ogni tanto ce lo chiediamo. “E se tornassimo insieme?”. Nel profondo è come se non ci fossimo mai lasciati».
Arrivata a 60 anni, la svolta da attrice, dopo aver fatto più di 30 anni di tv. Nel suo lungo percorso, anche il famigerato Sanremo 1989, quello dei “figli di”. E questo ci fa tornare al peso del nome. Ultimamente è anche entrata alla corte di Piero Chiambretti.
«Gli voglio un sacco di bene, a Piero, oltre a stimarlo tantissimo. Mi ha offerto uno spazio speciale dove ho potuto essere testimone delle battaglie sociali che furono di papà e che tanto mi premono. Quanto a quel Sanremo, sapevo (come tutti) di essere stata scelta per come mi chiamavo. Ma io lo vissi – lucidamente – come un ottimo palcoscenico per farmi apprezzare nel mondo dello spettacolo che ormai avevo scelto. Il vero problema fu che non avevamo autori che ci supportassero. Comunque: gli ascolti furono ottimi e, se la stampa ci fu contro, la gente fu con noi».
Alla fine, nome o non nome, pensa di essersi realizzata?
«La mia realizzazione, quella che conta davvero, non è quella professionale ma personale: vivere serena e in pace con me e con gli altri. Il mio sogno e il progetto cui tengo di più è andare a vivere in una casa immersa nel verde, ecosostenibile, con orto, tanti animali e un ruscello vicino»