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 2026  gennaio 12 Lunedì calendario

Intervista a Francesca Ferlaino

All’espressione “cervello in fuga” sorride. «In Italia siete un po’ fissati», dice. Ma su un punto non arretra: «La ricerca italiana è meno competitiva, perché c’è meno sostegno economico e i dottorati vengono pagati poco e male rispetto ad altri Paesi come la Germania e l’Austria».
Francesca Ferlaino, 48 anni e da 20 anni residente in Austria dove dirige l’Istituto di ottica quantistica e informazione quantistica, è stata proclamata “Scienziata austriaca dell’anno” per le sue ricerche sulla fisica dei quanti, titolo conferito dal Club austriaco dei giornalisti dell’istruzione e della scienza. È un riconoscimento (non l’unico) che arriva al termine di un cammino lungo, fatto di “cuore”, passione pura, studio rigoroso e tenacia. Una tenacia che affonda le radici molto prima dell’università e dei laboratori: nell’infanzia trascorsa dietro le quinte del mondo del calcio, il mondo del Napoli calcio, cui ha avuto accesso sin da bambina in quanto figlia di Corrado Ferlaino, il presidente “azzurro” che insieme a Diego Armando Maradona ha regalato alla città una indimenticabile favola sportiva e due scudetti.
Dottoressa, lei ha costruito in Austria la sua carriera. Ora arriva un importante premio. Verrebbe da dire che lei è “un cervello in fuga”. Lei si riconosce in questa categoria?
«No, onestamente no. Gli italiani hanno una vera fissazione per i “cervelli in fuga”, questa è una immagine un po’ stereotipata. A me non è mai successo di sentirmi un cervello in fuga: nella formazione scientifica è normalissimo andare all’estero per un periodo. È successo a me, è successo a tantissimi miei colleghi. Né ho mai avuto la sensazione che in Italia non ci fosse niente. Un mio collega di Firenze oggi è ricercatore lì, ha il suo laboratorio di Ricerca e fa ottime cose».
Quindi partire non era una scelta definitiva?
«No. Quando sono arrivata in Austria, pensavo di restare tre mesi, acquisire una tecnica e tornare. Poi, tra premi, sovvenzioni e opportunità, ho potuto costruire qui qualcosa di mio e sono rimasta. Ma sarei potuta tornare anche in Italia: avrei semplicemente seguito un percorso diverso».
Eppure i numeri raccontano una difficoltà strutturale della ricerca italiana. Dove sta il problema?
«La ricerca italiana è meno competitiva perché c’è meno sostegno economico da parte dello Stato. Il costo della vita a Firenze o in Austria è simile, ma uno studente di dottorato in Italia guadagna anche il 30-40% in meno rispetto a Germania o Austria».
E questo incide anche sulla capacità di attrarre giovani ricercatori?
«L’Italia ha un potere attrattivo più basso. L’idea della “borsa di studio” per i ricercatori è rimasta praticamente solo in Italia. Anche la Spagna ha questo problema. Altrove il dottorato è un contratto di lavoro, con diritti e uno stipendio adeguato. Se io in Austria ho un gruppo di ricerca e posso pagare meglio un giovane, lo attraggo. L’Italia dovrebbe fare una seria valutazione e riformare il concetto stesso di dottorato. La ricerca parte dai giovani, che sono il vero motore. E su questo fronte il Paese non ha saputo investire a sufficienza».
Quando ha capito che la Fisica era la sua strada?
«Fino alla terza media ho frequentato una scuola francese in Italia, poi il liceo classico Umberto I a Napoli. Uscivo dal liceo piuttosto confusa: mi piacevano tante cose, dalla biochimica alla fisica. Ero molto aperta. Per meriti scolastici feci l’esame da privatista a 17 anni, un anno prima. Avevo un appuntamento all’Università con un amico e finii ad assistere, per curiosità, a una lezione di fisica. Non capii praticamente niente, ma fu amore a prima vista. Dissi: questo è il mio futuro. Mi sono lasciata guidare dal cuore».
E il cuore l’ha portata lontano da un’eredità di famiglia che qui a Napoli fa ancora battere migliaia di cuori. Lei è figlia di Corrado Ferlaino e ha vissuto da vicino il Napoli di Maradona. Che ricordi le ha lasciato quel periodo?
«Oggi, con l’età, mi rendo conto di aver vissuto un privilegio: viaggiavo tantissimo con mio padre, seguivo la squadra in trasferta. Ero curiosissima. Vivevo lo spogliatoio, i ritiri, le partite. Era tutto magico. Però quello che ho visto mi ha insegnato soprattutto quanto lavoro c’è dietro il talento: molti calciatori lasciano la famiglia da giovanissimi, affrontano allenamenti durissimi, seguono regole ferree, uno stile di vita fatto di disciplina e rinunce. C’è da parte loro una sforzo, una dedizione incredibile, a cui spesso non si presta attenzione. Invece ogni giocatore porta con sé il peso del duro lavoro, il desiderio di non mollare. E se io non ho mollato nei momenti più difficili del mio percorso, è anche perché, guardando questi calciatori, ho capito che il talento non emerge fino in fondo se non lavori».
Anche Maradona, quindi, non era solo genio.
«Maradona era un fuoriclasse. Era sempre lì ad allenarsi. Con mio padre aveva un rapporto speciale. Ricorderò sempre l’enorme legame tra loro».
Napoli che posto ha nella sua vita oggi?
«Napoli mi ha lasciato tantissimo. Per me è una filosofia di vita. Creatività, capacità di trovare soluzioni, stupore continuo. A Napoli trovi sempre qualcosa che non dovrebbe esserci e invece c’è, e ti insegna qualcosa. Recentemente ho visitato il presepe nella chiesa della Sanità: quella storia poteva nascere solo lì».
Dottoressa, i suoi genitori come reagirono alla scelta della Fisica?
«All’inizio con grande sospetto. Non ricordo con esattezza chi tra mia madre e mio padre, disse: “Non ho capito, vuoi fare educazione fisica?”. Ci è voluto tempo prima che accettassero la mia decisione. Per anni hanno guardato la mia scelta con diffidenza».
E invece aveva ragione lei…
«Come diceva il mio mentore Antonio Barone (padre della superconduttività, ndr): “Dove c’è sfizio, non c’è perdenza”. È una frase che mi ha accompagnato e mi accompagnerà sempre».