la Repubblica, 12 gennaio 2026
Intervista a Kristian Ghedina
L’irregolare dello sci: controcorrente, esagerato, spaccone. In senso letterale, visto che il suo salto a gambe divaricate sul traguardo della Streif nel 2004 lo ha reso famoso più del successo sulla mitica discesa di Kitzbühel, primo italiano a riuscirci (1998). Kristian Ghedina, per tutti Ghedo, 56 anni, 13 successi e 33 podi in Coppa del mondo, tre medaglie mondiali ma nessuna a Cinque Cerchi in cinque partecipazioni ai Giochi, racconterà le Olimpiadi per Eurosport da casa sua, Cortina.
Da dove tutto è cominciato.
«Mi ha insegnato mia mamma Adriana, maestra di sci. Era una donna esuberante, sprezzante del pericolo, sempre oltre i limiti, una scalmanata peggio di me. E l’ha pagata».
Morta in un incidente in pista proprio sulle Tofane.
«Avevo 15 anni. Quel giorno non volli andare con lei e mio padre a sciare. Non so, avevo un brutto presentimento. Cadde male, per eccesso di confidenza nei suoi mezzi. È stato un dramma per tutti, mia sorella Katia aveva 17 anni ed era in Nazionale, ha smesso di sciare. La ferita resta. Ma il tempo addolcisce. Oggi ci sono tragedie peggiori, penso a Crans-Montana, che mette in discussione la fama di una Svizzera precisa e rigorosa».
Si muore ancora sulla neve: Matilde Lorenzi, Matteo Franzoso.
«Ho conosciuto i genitori di Matilde, alla quale ho dedicato un ricordo nel mio docufilm. Lo sci è uno sport che comporta rischi, più che la F1 o la MotoGp: in discesa non devi cadere, l’80 per cento delle volte ti fai male. Detto questo, brutte storie».
La sicurezza può migliorare?
«Sono stati fatti progressi enormi rispetto a quando correvo io, dagli air bag ai paraschiena. Ma dovremmo fare di più, soprattutto sulle piste in cui ci si allena d’estate: più spazi di fuga, reti adeguate e un pronto intervento medico, come nei circuiti automobilistici dove paghi questi servizi. Le federazioni ci dovrebbero investire».
Com’è Cortina a pochi giorni dai Giochi?
«Un cantiere aperto, qualcuno si lamenta: per andare a comprare il pane ci metti il doppio del tempo. Ma è il prezzo per essere al centro del mondo. Vivo a Bressanone con la mia compagna Pat e i miei due figli, Natan e Bryan, 5 e 2 anni e mezzo. Mi sta stretta, mi mancano le mie cose a Cortina: la bici, la moto, il tagliaerba».
Il suo primo successo in Coppa del mondo, nel 1990, fu proprio a Cortina.
«Non so se è stato il destino, di certo sono sempre stato attratto dalla sfida e dalla voglia di dimostrare il contrario delle convinzioni comuni. Dunque, vinco dove mia mamma è mancata. Sono uno sregolato, un anticonformista. Amo la velocità e l’automobilismo, anche se la F1 di oggi la trovo troppo perfetta. Mio papà Angelo, uomo molto severo che mi terrorizza anche oggi, soffriva quando gareggiavo, prima di partire mi diceva sempre “vai piano”».
Inutilmente.
«Non mi fermò neanche l’incidente in macchina nel 1991, quando finii in coma. Ho lottato e perseverato, sono tornato. La mente umana ha una forza straordinaria. Ho solo un rammarico: nessuna medaglia olimpica. Anche se Bode Miller mi invidia il successo a Kitz, l’Olimpo dello sci per un discesista».
Mancano personaggi come lei nello sci.
«E in generale nello sport. Non ci sono più i Senna o i Villeneuve, mancano i Valentino Rossi. Gli estrosi, quelli che fanno cose che non ti aspetti e creano interesse. Erwin Stricker, il “cavallo pazzo” della Valanga azzurra, mi diceva: “Non è importante vincere, ma far parlare di sé”. È accaduto con la mia spaccata sulla Streif, anche se la feci solo per una scommessa con mio cugino».
Cos’è cambiato nello sport?
«I campioni di oggi sono tutti super professionali, anche perché per eccellere non puoi lasciare niente al caso: dalla dieta alla salute mentale, che è decisiva. Comunicano tanto con i social, eppure rimangono un po’ robot, computer viventi, mai fuori dai ranghi: poco spettacolo e poche emozioni. Io, anche quando perdevo, mi divertivo. E fuori dalle piste vivevo: ho giocato a calcio con Michael Schumacher, che ci teneva rimanessi in campo fino al 90°, diceva che ero il panzer della difesa».
Chi saranno gli eroi di questa Olimpiade?
«Vonn-Goggia nella velocità. Due amiche-nemiche, molti parallelismi. Lindsey che dopo aver vinto tutto, torna nel Circo dopo il ritiro e a 41 anni stravince. Sofia è forte, accetta la sfida, ma sa che avrà un osso duro da battere. Tra gli uomini, da podio vedo Paris e Vinatzer. Ma le Olimpiadi sono un’occasione anche per le seconde linee e le sorprese: come gli ori di Daniela Ceccarelli a Salt Lake City o di Ester Ledecka in Corea».
Federica Brignone?
«L’infortunio è stato pesante, credo che deciderà sul momento se rientrare e quali gare fare. Quando vieni da una stagione vincente, sei destinato a rivincere: chiudere quarta sarebbe una sconfitta».