la Repubblica, 12 gennaio 2026
Giappone, la guerra di nervi ora si abbatte sul sake
L’ultima vittima nella disputa tra Cina e Giappone è il sake. Le esportazioni della bevanda alcolica giapponese verso la Cina stanno subendo ritardi a causa della durissima controversia diplomatica tra Pechino e Tokyo che va avanti ormai da mesi.
“Dopo il recente arrivo in Cina dei prodotti, le procedure doganali riguardanti sake e altri beni alimentari giapponesi hanno richiesto più tempo del solito (da alcune settimane a un mese) e, in alcuni casi, i tempi di sdoganamento sono raddoppiati”, come riporta l’agenzia di stampa nipponica Kyodo. Che lega questi intoppi alle misure adottate dalla Cina in risposta alle dichiarazioni della premier giapponese Sanae Takaichi, che lo scorso 7 novembre affermò che un ipotetico attacco cinese a Taiwan potrebbe provocare una risposta militare di Tokyo. Dichiarazioni che hanno mandato su tutte le furie Pechino, che in questi mesi ha già colpito l’import di prodotti ittici giapponesi, ha sconsigliato ai propri cittadini di andare in viaggio nel Paese del Sol Levante, ha cancellato concerti ed eventi. E denunciato con sempre maggiore insistenza il “ritorno dei demoni militaristi del Giappone”.
La Cina è il principale mercato estero per il Giappone per quanto riguarda il sake, ne compra più di tutti: 11,6 miliardi di yen nel 2024 (63 milioni di euro). “I ritardi sono stati confermati in vari porti della Cina, tra cui Tianjin e Shenzhen”, continua Kyodo.
Negli ultimi giorni le ritorsioni commerciali cinesi nei confronti di Tokyo sono aumentate. Martedì Pechino ha annunciato l’inasprimento dei controlli sulle esportazioni verso il Giappone di prodotti cosiddetti dual use, con applicazioni sia civili che militari, tra cui potrebbero essere incluse le terre rare (il Wall Street Journal scrive che la Cina ha già iniziato a limitare tali esportazioni, anche se né Pechino né Tokyo hanno confermato). Poi, mercoledì, Pechino ha avviato un’indagine antidumping sul diclorosilano proveniente dal Giappone, essenziale per l’industria dei semiconduttori.
Commentando le notizie relative ai ritardi, questa mattina il portavoce del governo di Tokyo ha affermato che è “importante che gli scambi commerciali si svolgano senza intoppi”.
Capitolo terre rare. Il Giappone dipende dalla Cina per il 70% delle sue importazioni di terre rare. Martedì il quotidiano China Daily scriveva che Pechino stava valutando di inasprire i controlli sulle licenze di esportazione verso Tokyo. Due giorni più tardi, il Wall Street Journal riportava che “la revisione delle richieste di licenze di esportazione verso il Giappone è stata sospesa”. E che le restrizioni “riguardano l’intero settore industriale giapponese e non soltanto le aziende che operano nel settore della difesa”. Il ministro del Commercio giapponese, Ryosei Akazawa, non ha commentato, limitandosi a dire che Tokyo “sta analizzando la situazione”. Per provare a ridurre la dipendenza dai cinesi, domenica il Giappone darà il via a quello che definisce il primo tentativo al mondo di estrarre terre rare in alto mare a 6mila metri di profondità: la nave Chikyu si appresta a salpare alla volta dell’isola di Minami Torishima, nel Pacifico, le cui acque circostanti sarebbero ricche di preziosi minerali.
Nelle ultime settimane Pechino ha continuato a denunciare il presunto desiderio del nuovo governo dell’ultraconservatrice Takaichi di rivedere i tre principi non nucleari del Paese, nonché il programma quinquennale di potenziamento della difesa giapponese che ha l’obiettivo di raddoppiare la spesa fino al 2% del prodotto interno lordo. Due think tank cinesi hanno pubblicato in questi giorni un report nel quale si afferma che “il Giappone ha prodotto e accumulato plutonio in quantità di gran lunga superiore alle effettive esigenze del suo programma nucleare civile”. Scrivendo: “Se le forze di destra giapponesi saranno libere di sviluppare potenti armi offensive, o addirittura di possedere armi nucleari, ciò porterà nuovamente al disastro nel mondo”.
Pechino intensifica le sue critiche a Tokyo, e cresce il numero di giapponesi che non vede di buon occhio la Cina. Un sondaggio governativo pubblicato oggi evidenzia che l’opinione pubblica giapponese considera ora la crescente potenza militare cinese come la principale minaccia alla sicurezza del Paese: il 68% degli oltre 1.500 intervistati ha indicato la Cina come motivo di preoccupazione, collocandola al primo posto davanti alla Corea del Nord per la prima volta dal 2015.
Anche per questo 2026 dunque, Cina e Giappone – partner commerciali e vicini con un passato terribile che ancora faticano a superare – continueranno a scontrarsi. A parole e a colpi di ritorsioni economiche.