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 2026  gennaio 11 Domenica calendario

L’intelligenza artificiale può trovarci il fidanzato? L’app che promette un match solo (a 50 mila dollari)

Dieci anni fa, nel 2015, il comico Aziz Ansari compilava insieme al sociologo Eric Klineberg il saggio Modern Romance: 280 pagine dedicate alla rivoluzione che le dating app portavano nelle vite di qualsiasi single avesse un telefonino, e alla statistica – allora sconvolgente – che in quell’anno, negli Stati Uniti, un matrimonio su tre era nato da un incontro online. Oggi gli amori nati online sono probabilmente di più; Ansari, poco dopo l’uscita del libro, è stato «cancellato» dalle rimostranze pubbliche di una donna su un loro primo appuntamento, finito a dire di lei in modo molesto; e le app di incontri- nel mondo ce ne sono 1.500 circa – hanno stufato tanti. 
Non solo perché sono state al centro di inchieste e documentari che dimostrano chiaramente il loro inganno: gli algoritmi che le animano, e che quindi propongono i possibili incontri, sono «truccati» in favore del banco cioè puntano a sabotare i possibili incontri funzionanti – che quindi toglierebbero utenti all’app – e tenere gli utenti insoddisfatti il più a lungo possibile. Ma anche per quella che oggi si chiama «swipe-right fatigue», cioè la stanchezza di esprimere gradimento all’ennesimo profilo che un’app propone, aspettando di vedere – nell’ordine – se il gradimento è reciproco, se la conversazione è decente, se dal vivo somiglia alle foto, se è una persona educata, se a letto c’è chimica, se ha intenzioni almeno eterne, eccetera. 
La rassegna stampa della fatigue è più che quotidiana. Secondo il Financial Times i mercati occidentali sono saturi, e il nuovo mercato per le app d’incontri è l’Asia. Per la Bbc, i Gen Z preferiscono incontrarsi sì online, ma facendo cose che non hanno a che vedere con il rimorchio, come discutere su Reddit o giocare online a World of Warcraft. Il podcast della newsletter Culture Study propone agli abbonati (paganti, il contenuto è «premium») un elenco di modi per incontrare l’amore nella vita reale, e un elenco di ragioni per cui gli appuntamenti a mezzo app sono diventati infernali. Tre ore dopo arriva un’altra newsletter da un’altra commentatrice e titola: il dating è morto, e stramorte sono le app. 
Ci si sarebbe stufati tutti di usarle
, come ci si sarebbe tutti stufati di usare Facebook, utile solo per i compleanni, o Instagram che infatti sopperisce all’assenza di video dei nostri amici con una serie di contenuti sempre più scemi (questa settimana l’algoritmo mi ha proposto, tra l’altro, una signora che si fa un portacandele scrostando una brioche dimenticata in borsa due settimane prima, e piena di muffa). Come su Instagram e su Facebook si ha la sensazione che non siano i profili più interessanti a restare attivi. «Io sto sulle app da dodici anni», mi ha detto un’amica a dire il vero molto piacente qualche sera fa, «e mi sento come un sopravvissuto che ravana tra le scorie nucleari». 
E così anche gli sviluppatori di app di incontri hanno fatto quello che molti di noi fanno al lavoro ogni giorno: si sono rivolti all’intelligenza artificiale per sperare che faccia un po’ meglio mansioni che nessuno ha voglia di fare più. Tipo flirtare, e scegliere con chi. App come Tinder e Hinge, scrive il Financial Times, così come Bumble e Grindr, «hanno implementato algoritmi migliorati per abbinare meglio i propri utenti e hanno introdotto nuove funzionalità di sicurezza per garantire la sicurezza delle persone, in particolare delle donne». E lo hanno fatto usando l’intelligenza artificiale. Un esempio: alcune versioni di Tinder e Hinge – che fanno parte della stessa azienda, il gruppo Match, che in borsa ha perso l’80% dal 2021 – chiedono «sei sicuro?» all’utente che sta mandando messaggi dal contenuto inappropriato. Uno su cinque, secondo il management del gruppo, cambia idea e non li manda. Altro servizio: chi ha un profilo può ottenere consigli generati dall’intelligenza artificiale su come riempirlo, perché non sia troppo stereotipato o troppo vago. Alcune app usano l’intelligenza artificiale anche per massimizzare le chance di trovare partner compatibili; Bumble starebbe lavorando, secondo il quotidiano britannico, a un prodotto a parte tutto basato sull’AI. E così via. 
Ma è solo l’inizio. La scrittrice Amanda Hess è stata per il New York Times a una singolare fiera di settore. «Love Symposium», a New York, raduna ogni anno startupper e addetti ai lavori del campo degli appuntamenti, e quest’anno ha ospitato le presentazioni di servizi che sembrano usciti da Black Mirror. 
«C’erano un filosofo-costruttore formatosi al MIT che generava “gemelli” umani digitali per simulazioni di appuntamenti; una donna che progettava di stampare la propria valuta sotto lo pseudonimo di Ayn Forger; un “mind coach” britannico che offre sessioni di intuizione; un social media manager che sviluppava una religione per persone autistiche». 
Un assunto base della fiera, il cui biglietto costa 200 dollari a persona, è che più tecnologia, in campo sentimentale, possa essere d’aiuto. 
Ma soprattutto c’era l’intelligenza artificiale. Un’app presentata in fiera – che ha raccolto entro dicembre 4 milioni di dollari di investimenti – si chiama Keeper e si definisce «il miglior sensale al mondo, basato sull’intelligenza artificiale». Promette di trovare «l’anima gemella al primo match», evitando di scorrere tra mille profili: compilare i questionari d’ingresso può richiedere diverse ore, e per farsi il profilo più completo, «Marriage Bounty» (che tradotto suona come «taglia matrimoniale») il gettone di partecipazione è di 50 mila dollari, che paga per intero solo chi poi si sposa veramente. 
L’intelligenza artificiale vaglia il tuo profilo attentamente e: 1) analizza tutto, dalle credenze politiche alla proporzione tra gli zigomi e il mento, dalla massa corporea al colore della pelle, e stima persino un quoziente intellettivo a partire dal modo in cui l’application è compilata; 2) dopo un match o due che non vanno, la stessa intelligenza artificiale dà consigli: con il tono diplomatico (o untuoso, secondo le impostazioni) che è tipico delle sue colleghe ChatGpt & Co. Cioè «non ti dice che devi perdere 15 chili», spiega al New York Times uno dei suoi fondatori. «Ti dice che siccome sappiamo che tipo di persona cerchi, sappiamo anche dirti che quella persona ti vorrebbe più magro. Fai di questa informazione quello che vuoi».
Keeper, spiegano i suoi fondatori, «non ti fa sprecare tempo e ti fa trovare la tua anima gemella. Non facciamo finta che i match possibili siano migliaia. Sappiamo dire no». Ma se dici sì, è per sempre. Anche la app ci guadagna: c’è un gettone di iscrizione, ma i 50 mila euro del pacchetto matrimonio Keeper li prende solo se ti sposi davvero col tuo match. Un possibile limite di questa ambizione – trovare il partner giusto «per sempre» – è che sembra attrarre clienti di un genere più che di un altro: a Keeper, recita il sito, sono iscritte 1.240.056 donne e 198.529 uomini (proporzione analoga a quei corsi di cucina, di scrittura creativa o di fotografia a cui ci si iscrive per rimorchiare, finendo per essere tutte donne). 
 Il resto della cronaca del festival, scritta da Amanda Hess (che i lettori di Big Bubble ricordano da qui), è esilarante. C’è uno psicologo del New Mexico che sostiene che «l’intelligenza artificiale possa minacciare le relazioni monogame, ma anche rafforzarle introducendo un terzo individuo artificiale per un po’ di pepe». Una «scienziata multidisciplinare» propone di affidare a un’intelligenza artificiale i propri profili social perché si crei un linguaggio e uno stile che somigli al nostro, e possa corteggiare le persone sulle app al posto nostro mentre noi facciamo qualcosa di più interessante (uscire con altre persone delle app?). 
Una ricercatrice spiega che gli uomini cercano di uscire con le donne che desiderano di più, mentre le donne accettano molti inviti e ritardano il sesso il più possibile, in quasi tutte le culture, e che questa è la ragione per cui gli appuntamenti non funzionano. Dal pubblico un uomo di 35 anni alza la mano e si dice «stufo» di tutte queste teorie e strategie da app: «Preferirei trovare qualcuno a cui piaccio come sono». E la ricercatrice dal palco: «Sì, vabbè». 
Anche lui, l’uomo stufo delle strategie, sta comunque brevettando una sua app di incontri: serve a facilitare incontri di nuovi amici, dai quali magari qualcosa, se son rose, possa fiorire. Dice che il suo problema è che è basso e questo sulle app lo penalizza. «Ma se mi conoscessero come compagno di tennis, potrebbero rendersi conto che sono davvero molto paziente, sono gentile, sono disposto a insegnare alle persone e sarei disponibile a prendere un drink dopo». 
Dopo di lui parla l’autrice di una newsletter sugli appuntamenti e racconta di un anno sulle app. È uscita con 81 uomini, e nulla decollava quasi mai. Ne ha presi un campione e li ha «intervistati»: cosa c’è che non va in me? Quasi tutti – aguzzi gli occhi chi mentre legge questa newsletter sta ciucciando una fetida iqos – le hanno rimproverato il disordine e l’abitudine di fumare sigarette elettroniche. «Così ho smesso di fumare e ho smesso di ricevere uomini a casa mia». Poco dopo, scrive Amanda Hess, ha incontrato uno con cui «ha funzionato», e il finale è da Samarcanda: un uomo disordinato, con la sigaretta elettronica sempre in bocca.