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 2026  gennaio 12 Lunedì calendario

Invasione di cani randagi nell’Himalaya. «Minacciano gli ecosistemi e attaccano le persone»

Probabilmente anche a voi incute timore camminare in certe zone della vostra città. Nel Ladakh, una regione montuosa dell’Himalaya, la paura assume la forma di esseri a quattro zampe: i cani randagi. Sarebbero circa 25 mila quelli che scorrazzano indisturbati nei centri urbani dell’area, molti dei quali affetti da rabbia e altre malattie infettive. Secondo un recente approfondimento del New York Times,  dopo anni di convivenza relativamente pacifica i branchi hanno iniziato a minacciare la fauna locale e, in alcuni casi, anche gli abitanti. Al punto da costringere molti a limitare gli spostamenti serali, quando il buio rende più difficile trovare qualcuno a cui chiedere aiuto.
Un numero fuori controllo
Nel 2021, in tutta l’India, si censivano circa 35 milioni di cani randagi. Alcuni di loro hanno dei proprietari; la maggioranza, però, ne è priva da generazioni. Numeri tali che il governo ha definito la situazione una «minaccia considerevole» per gli ecosistemi dello Stato. Il verdetto è arrivato in risposta a un’indagine del progetto di conservazione «Secure Himalaya», gestito dall’esecutivo insieme al Dipartimento forestale e all’Osservatorio zoologico indiano. «Molti animali sono stati introdotti dall’esercito negli anni ’60 e ’70 e, fino agli anni ’90, erano visibili solo nei pressi delle basi militari. Il boom del turismo all’inizio del millennio ha contribuito in modo decisivo alla loro proliferazione», si legge in una nota. 
Oggi i cani possono contare pure sui pasti forniti dai volontari, che disseminano le città di vaschette contenenti cibo. I branchi, tuttavia, agiscono spesso in modo autonomo, rovistando nei cassonetti e frequentando le aree più antropizzate. «Gli avanzi sono aumentati nell’ultimo periodo, grazie all’apertura di nuovi ristoranti e ad altre attività, così come all’incremento della presenza di guarnigioni in questa delicata zona di confine».
Come si misura il grado di pericolosità di un cane?
Fauna locale a rischio
Con l’arrivo dell’inverno, quando il turismo cala e le guarnigioni non stazionano più all’aperto, i cani rivolgono altrove la loro attenzione: ai capi di bestiame, agli animali selvatici – come l’emione tibetano (Equus kiang), le lepri lanose (Lepus oiostolus) e le marmotte dell’Himalaya (Marmota himalayana) – e agli uccelli acquatici, dei quali predano uova e pulcini. Per alcune specie, come la gru dal collo nero (Grus nigricollis), simbolo dello Stato del Ladakh, i cani rappresentano «una sfida esistenziale», osserva Neeraj Mahar, scienziato del Wildlife Institute of India. 
Anche quando non uccidono direttamente la fauna selvatica, i randagi competono con essa per nutrirsi delle carcasse, che altrimenti sfamerebbero avvoltoi, lupi, volpi, linci e leopardi delle nevi. Non mancano, in ogni caso, le interazioni dirette tra animali. Nelle chat degli abitanti sono diventati virali numerosi video di un leopardo delle nevi (Panthera uncia), creatura dalla notevole forza fisica, costretto a retrocedere sotto la pressione di un branco di cani voraci.
Disavventure turistiche
Tra i visitatori, soprattutto americani, si moltiplicano le testimonianze circa la forza e l’aggressività dei cani himalaiani. Un turista newyorkese racconta via e-mail al Corriere un episodio capitatogli a Leh, nel dicembre 2018:  «Non feci in tempo a mettere piede fuori dall’hotel che un branco di cani, a circa cento metri di distanza e intento a cercare cibo tra gli avanzi di un ristorante vicino, iniziò a ringhiarmi contro. Poco dopo si avventò su di me, costringendomi a ricorrere alle cure ospedaliere. Per il resto dei giorni di vacanza girai per la città con una mazza di legno». Eppure, ferire o, peggio, sopprimere un cane è inconcepibile. Appare ancor più problematico in un’area dove il credo religioso ripudia ogni atto di violenza. La sterilizzazione potrebbe sembrare una soluzione percorribile, ma «finora gli interventi sono stati troppo lenti e macchinosi per ridurre in modo significativo l’enorme popolazione canina», scrive il New York Times. 
Quali soluzioni?
Per Rashmi Rana, dottoranda presso l’University of Technology di Sydney e ricercatrice della Nature Conservation Foundation in India, una valutazione complessiva del fenomeno è prematura. «I randagi potrebbero avere un vantaggio: quello di allontanare altri animali selvatici, come i lupi, dal bestiame, rendendo i pastori meno inclini a uccidere questi predatori», precisa. Alcune ricerche condotte in Nepal suggeriscono inoltre che i cani potrebbero, a loro volta, rappresentare una fonte di cibo per i leopardi delle nevi e altri lupi dell’Himalaya. «Anche se», conclude Rana, «occorrono più studi per soppesare vantaggi e svantaggi della convivenza».