Corriere della Sera, 12 gennaio 2026
Se la solitudine diventa un business
Zoon politikon: la definizione di Aristotele dell’essere umano come animale sociale ce la ripetiamo spesso, specialmente legata all’epoca, invece, della solitudine digitale. La sottolinea l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel report dello scorso giugno dedicato proprio al problema della disconnessione sociale, sofferto da una persona su sei nel Pianeta. Fanno un miliardo e 376 milioni di persone, circa. Con picchi tra i più giovani (fino al 27% degli under 29) e nei Paesi cosiddetti poveri (24% contro la media dei “ricchi” dell’11%). E un legame ormai chiaro con la salute, sia fisica sia mentale: sono tre elementi, imprescindibili e interconnessi, del vivere bene. Quello dell’Oms è dunque un allarme, sullo stato di salute globale: la solitudine è causa diretta di poco meno di 900 mila decessi ogni anno, indirettamente è concausa di numerose malattie. Eppure… quel comparto tecnologico delle ricche big tech, le cui piattaforme e prodotti secondo l’agenzia Onu sono parte importante del problema, specialmente tra i più giovani – ma, data l’incidenza sociale, se ben indirizzate potrebbero essere anche una strada di soluzione —, sembrerebbero vivere questi numeri non come un’emergenza, ma come un mercato. Da invadere con i social (fatto), e ora con le intelligenze artificiali conversazionali. In futuro, sarà il turno dei robot da compagnia. Ma se Emily, la bambola sessuale dotata di Ai (e che dunque promette, oltre al menù tradizionale, anche una vera e propria relazione «sentimentale») presentata alla fiera dell’elettronica di Las Vegas, può strappare un sorriso/una lacrima, il polso sul mercimonio del ritiro sociale lo dà un’altra notizia. Quella, ben più triste, di come Google (con la piattaforma Character.Ai) sta chiudendo a suon di dollari pagati alle famiglie tutti i processi intentati a seguito dei numerosi suicidi – e sono solo quelli emersi – di adolescenti «innescati» da dialoghi/rapporti con un chatbot. Evitare il giudizio non è un chiaro segno di colpevolezza, ma ci si avvicina davvero tanto.