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 2026  gennaio 11 Domenica calendario

Il grande dimenticato della Storia francese

Il 16 aprile 1711, verso le 6 di sera, una carrozza funebre lasciò il castello di Meudon alla volta di Saint-Denis, la basilica che funge da necropoli dei re di Francia. Arrivò di notte, evitando il centro di Parigi: era accompagnata da una seconda carrozza, con due guardie reali e ventiquattro paggi che reggevano torce infuocate.
In chiesa il vescovo di Metz tenne una breve orazione, si recitarono preghiere, tutto si svolse in fretta. Il feretro, smontato di carrozza, venne presto depositato nella cripta dei Borboni. Così si compiva il destino dell’uomo che fu figlio di re, padre di re, giammai re. Il Gran Delfino, tale vien chiamato ancora oggi: Louis de France. Morì nell’ombra. Saint-Simon e Dangeau, i due grandi memorialisti alla corte di Versailles, hanno lasciato testimonianza di un’agonia orribile, del corpo sfigurato dal vaiolo, del fuggifuggi generale per cui nessuno, se non le pie suore della Charité di Meudon, osò toccare il corpo e porlo nella bara. Luigi resta il grande dimenticato della storia francese, il rimosso. Solo una lapide nera, non un monumento, lo ricorda a Saint-Denis.
Il primogenito del Re Sole e di Maria Teresa d’Austria, nato nel 1661, ebbe la più insigne educazione perché fosse degno del trono che lo attendeva. Coccolato dalle dame della corte fino ai sette anni, “passò agli uomini” per apprendere la religione, la storia, l’araldica, la matematica, la geografia, l’arte militare. Le maggiori menti di Francia lo crebbero. Ole Rømer costruì per lui un meraviglioso eclipsareon (un planetario meccanico per predire le eclissi); Pierre-Daniel Huet, principe degli eruditi, lo introdusse al sapere; a lui La Fontaine dedicò il primo libro delle favole; guida spirituale ne era Jacques-Bénigne Bossuet, i cui sermoni sono il pantheon della retorica francese. Lo stesso padre, Luigi XIV, gli dedicò un trattato pedagogico.
Cosa ne sortì? La splendida mostra dedicata al Grand Dauphin nel castello di Versailles rispecchia lo sdoppiamento tra la storia di un uomo che in molti tra i contemporanei, a partire da Saint-Simon, trovarono inconsistente, apatico, privo di esprit, e la sua funzione di suscitatore di immagini, di allegorie di un prestigio che fu soltanto nominale. In questa divaricazione tra l’uomo e la sua icona c’è qualcosa di tragico e forse anche di fatale e inevitabile se si pensa che mai come nel suo caso venne illustrato lo iato tra la corona regale, voluta da Dio e per questo eterna, e le caduche, imperfette teste su cui ne poggia il simbolo visibile.
La mostra da un lato offre una disamina scientifica della posizione di Luigi nella storia, grazie a un catalogo colmo di saggi approfonditi, dall’altro coincide con l’ostensione dell’icona. Questo secondo versante è spettacolare: si sono riuniti quadri, oggetti, documenti, cammei, quaderni, persino le pistole del Gran Delfino. Jean Nocret lo dipinge a due anni d’età, avvolto in impalpabili stoffe celesti mentre regge una corbeille di fiori, già provvisto di un cospicuo doppio mento che con gli anni diverrà triplo e quadruplo. I cugini Beaubrun lo colgono per mano alla regina, entrambi in costume à la Polonaise, elegantissimi in intrecci di nero e argento sormontati da gale e piume di struzzo scarlatte. Rigaud lo celebra nel momento di maggior splendore militare, in armatura e a cavallo, reggendo il bastone azzurro decorato con i gigli di Francia: sullo sfondo è la città di Philippsbourg, espugnata all’Impero nel 1688. Virtualmente l’esercito era comandato da Luigi; di fatto fu uno dei massimi teorici dell’assedio, il marchese di Vauban, poi maresciallo di Francia, a guidare le operazioni. Mai come in questo dipinto l’uomo e la sua funzione si trovano così divisi, così irreconciliabili.
Ma il quadro più straordinario della mostra è quello di Pierre Mignard, La famiglia del Gran Delfino (1687). Luigi vi appare con la moglie, Anna di Baviera, e i tre figli: nonostante la magnificenza, i putti che incorniciano la scena, il ricchissimo tavolo cui il gruppo si addossa, il fasto dei mantelli azzurro e cremisi, Luigi ha l’espressione rassegnata, non guarda lo spettatore, carezza il capo di un cane. Il piano arretrato dove il pittore lo dispone dice tutto di lui. In quel momento della sua vita Monseigneur si era probabilmente convinto di non potersi misurare con la gloria di Luigi XIV, aveva abbandonato ogni aspirazione, si era ritirato dall’agone.
Si dedicò allora all’unica sua passione autentica, le collezioni d’arte che accumulava nel castello di Meudon, la sua piccola Versailles, con le salette rivestite di cristallo e gli infiniti riverberi degli ori, delle pietre lavorate da Miseroni, delle commode placcate in ebano e amaranto, delle pitture, il ritratto di Raffaello e Giulio Romano di Isabel de Requesens, l’Allegoria della Terra di Albani, il Nutrimento di Bacco di Poussin. Incendiato dall’esercito prussiano nel 1870, il castello venne infine demolito.
Il Re Sole sopravvisse non solo al proprio figlio, ma al figlio maggiore di quest’ultimo, anch’egli Luigi, che scomparve meno di un anno dopo la morte del Gran Delfino. Si saltarono due generazioni e nel 1715 la corona andò finalmente a Luigi XV, che aveva cinque anni. Al secondo figlio del Gran Delfino, il duca di Anjou, toccherà invece la corona di Spagna. Salì al trono nel 1700 come Filippo V, primo dei Borboni di Spagna che regnano tuttora. L’attuale monarca, Filippo VI, ne reca lo stesso nome.