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 2026  gennaio 11 Domenica calendario

Chi ha paura della menopausa?

A Roma, nella Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, si trova uno strabiliante, non solo per i contrastanti colori, dipinto di un Gustav Klimt maturo, Le tre età della donna del 1905, che tende ad alludere al ciclo della vita femminile, tramite tre figure: una donna anziana col volto coperto, una giovane donna e una bambina tenuta tra le braccia dalla giovane. Le ultime due rappresentano la vita, mentre la figura anziana rimanda alla morte e si cela il viso con una mano, una sorta di velo, come provasse vergogna a venire guardata. La sua raffigurazione rimanda alla fatica del vivere: è il suo ventre a chiarire il passato, segnato dalla maternità, una maternità impossibile ora per una donna anziana: nei primi del Novecento non si dà alcuna possibilità di maternità assistita o surrogata. Le donne vengono, spesso e inesorabilmente, connesse ancor oggi alla loro potenzialità di procreare.
Tuttavia, l’elegante filosofa, che lavora presso l’Institut Nicod del Cnrs di Parigi, Origgi si situa tra i rari a sottolineare quanto ciò provenga da tabù-pregiudizi. La cattiva “biologia”, disegnata da Aristotele per le donne, si protrae per secoli fino a giungere ad Arthur Schopenhauer, che ne Il mondo come volontà e rappresentazione (1819) ci pone al cospetto di un aut aut tra bellezza e menopausa: «Il criterio supremo, che guida la nostra scelta e la nostra inclinazione, è l’età. In complesso per noi va bene tutto il periodo dagli anni dell’inizio sino a quelli della fine delle mestruazioni, diamo però decisamente la preferenza al periodo che va dal diciottesimo al ventottesimo anno. Al di fuori di quegli anni, invece, nessuna donna ci può eccitare: una donna vecchia, ossia non più mestruata, ci fa ribrezzo. La gioventù senza la bellezza ha ancora attrattiva; la bellezza senza la giovinezza non ne ha più. Evidentemente il fine che in ciò ci guida inconsciamente è la possibilità della generazione in genere, per cui ogni individuo perde attrattiva per l’altro sesso nella misura in cui si allontana dal periodo più adatto alla procreazione o alla concezione». Oltre Schopenhauer, occorre ricordare Simone de Beauvoir che sostiene, nel Secondo Sesso, il peggio del peggio delle donne in menopausa.
Sulla scena storica, in particolare quella romana, compare una donna-madre ideale, Cornelia, dedita all’educazione dei propri figli, famigerata quale donna per i suoi gioielli, ovvero per Tiberio e Gaio Gracco, tribuni della plebe. Non lo cela e pronuncia un’insigne frase: haec ornamenta mea. Ai tempi, l’avere figli-gioielli risulta ben più rilevante del non averne, o non più averne come una volta in menopausa.
Prendendo spunto da Jeanie Linders e dal suo fortunato musical Menopause (2001), ancor oggi in scena, in cui viene messa in luce l’esperienza trasformativa della menopausa, esperienza al centro di un volume della filosofa statunitense L.A. Paul, Origgi mette in luce quanto tale mutamento riguardi la percezione di sé e il modo di viverlo, con tutti i suoi problemi psico-fisici, insieme alla sua libertà, rispetto a un destino maschile, che contempla sì l’andropausa con le proprie sofferenze accompagnate da angosce, sebbene non l’infertilità: insomma la percezione di sé degli uomini si trasforma in misura ben minore.
Nonostante non abbia scritto esplicitamente di menopausa, in Mrs. Dalloway (1925), Virginia Woolf perlustra la transizione verso la vecchiaia, l’esperienza femminile e la condizione delle donne mature (non anziane, né vecchie), esplorando con discrezione e quasi invisibilità, l’urto psico-sociale della fine fertilità, e Woolf lo fa in un’epoca in cui la menopausa viene considerata una malattia, più che una fase dell’esistenza femminile, indicandone la positiva silenziosità, congiunta ai malesseri psichici e ai dolori fisici dell’infertilità: è ben lontana dal un manuale di self-help, come quello (tanto per nominare il più venduto) di Tamsen Fadal, La menopausa felice. In sintesi, Woolf pone velatamente in luce la marginalizzazione delle donne che affrontano la menopausa, introducendole in una maggior considerazione dell’inesorabile scorrere del tempo. Quanto, invece, per fare un altro nome più che degno, Alda Merini individua nella menopausa è «il periodo dorato dell’amore», periodo maturo e consapevole dell’amore verso sé stesse e verso altri, in cui, interiormente, si rinasce e ci si scopre.
Connettendo sapientemente scienze e filosofia, senza che le prime discipline, descrittive, s’intralcino con la seconda, che è normativa, Origgi in La donna è mobile afferma: «La verità – è che abbiamo bisogno di estrogeni… [che] di fatto proteggono il sistema cardiovascolare, le ossa e perfino il cervello: scompaiono il multitasking, di cui non abbiamo più bisogno perché i figli sono grandi, così come il baby talk, la competenza cognitiva nel comunicare con i lattanti. In compenso siamo più concentrate, lavoriamo meglio… è una forma di empowerment, un po’ come accade alle orche, che, dopo la menopausa, diventano leader della caccia».
Nell’enfatizzare il ruolo delle donne come quello di madri, si precipita inesorabilmente nell’essenzialismo, stando a cui tutte le donne in ogni spazio-tempo debbono condividere caratteristiche comuni e del tutto differenti da quelle degli uomini. Con determinazione, Origgi si oppone a tale visione, che sfocia spesso, purtroppo, ancor oggi, nell’idea di donne confuse, irrazionali, stando ad Aristocle e Co., isteriche (Sigmund Freud pretende di individuarle e curarle), mentre, per un’assurda ingiustizia epistemica, le donne non vengono credute.
L’ipotesi, definita da lei stessa ambiziosa, di Origgi è che «la vita in generale sia un’esperienza trasformativa, che teniamo insieme, grazie a un falsa credenza, di essere sempre la stessa persona». E sussistono, oltre la menopausa, altre esperienze trasformative: «crescere, invecchiare, innamorarsi, soffrire, cambiare Paese, incontrare gli altri… esperienze [che] hanno impatto sulla nostra identità». Che dire, invece, dell’amicizia? Tra amiche fioriscono affetti duraturi, scambi intimi di parole, sguardi, obiettivi comuni, mentre il problema della fertilità e del suo termine, pure verso i sessant’anni, non si pone, come ben attesta Le balene – Amiche per sempre, fiction, con protagoniste Veronica Pivetti e Carla Signoris, e sullo sfondo Manuela Mandracchia (Adriana, impegnata in SOS Balene che pare perdere misteriosamente la vita nel corso di un’immersione – in una seconda edizione della serie forse la vicenda si chiarirà.
Nel testo di Origgi, come in altro qui menzionato – Le Balene spiccano – gli uomini e figli, nonché l’amore per loro, non scompaiono, eppure perdono la loro funzione prioritaria, in quanto l’identità personale delle donne, di donne molto diverse tra loro, si reinventa attraverso dinamiche esterne ai cliché che le fa coincidere con giovani madri, e in tal mondo si smaterializzano anche le «tenebre» della menopausa.