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 2026  gennaio 11 Domenica calendario

Guido, l’uomo che inventò la nostra musica

Mille anni fa, mese più mese meno, il monaco benedettino Guido inventò la scrittura musicale moderna. Righi sovrapposti e note collocate su tali righi o negli spazi fra l’uno e l’altro. Una trovata che ha traghettato il canto, e poi la pratica strumentale, fuori dalla consueta e fino ad allora imprescindibile trasmissione orale, contribuendo a far sì che la musica occidentale avesse un’evoluzione complessa come quella di nessun’altra parte del mondo. Senza la notazione guidoniana – giunta man mano a un grado di precisione estrema di ogni parametro sonoro, ritmico, timbrico – non si sarebbe sviluppata la polifonia, tante voci che cantano insieme linee melodiche differenti, né tutto ciò che ne è derivato, compresa l’orchestra sinfonica. 
Neppure i compositori avremmo avuto, coloro che azionano e manovrano questa complessità grazie al fatto di averla tutta sott’occhio in partitura. A Guido si devono anche i nomi attuali delle note. Perlomeno cinque su sette: re, mi, fa, sol, la. E ut, ancora impiegato dai francesi, ma in Italia sostituito nel ’600 dalla sillaba do. Invece i paesi tedeschi e di lingua inglese conservano tuttora l’antica denominazione latina, con le lettere dell’alfabeto: A è la, B è si oppure si bemolle, C è do, eccetera. Le innovazioni di “Guido monaco” (così lui si firmava) cominciarono a prendere piede dopo il suo trasferimento dall’abbazia di Pomposa alla diocesi di Arezzo. Perciò oggi è comunemente noto come Guido d’Arezzo. In questi giorni la città, e la Fondazione che gli è intitolata, sta festeggiando il millenario della notazione con una mostra di manoscritti musicali esposti al pubblico per la prima volta: Con gli occhi della città, a cura di Cecilia Luzzi, Giovanni Cunego, Pierluigi Licciardello, Pietro Moroni (fino al 28 febbraio alla Fraternita dei Laici); e la costituzione di un comitato nazionale per le celebrazioni consentirà di proseguirle per tre anni portando avanti una serie di iniziative formative, convegni, concerti, esposizioni, edizioni di volumi scientifici e di libri divulgativi per ragazzi. «I manoscritti esposti vanno dall’XI al XVI secolo. Provengono dall’Archivio di Stato, dall’Archivio capitolare e dalla biblioteca di Arezzo, dove stanno anche un centinaio di frammenti di altri codici ancora mai studiati. Sebbene non risalgano direttamente al tempo di Guido, i manoscritti più antichi in mostra documentano gli sviluppi della notazione del repertorio liturgico, il cosiddetto canto gregoriano, a partire dai decenni successivi», spiega Luzzi, docente di Storia della musica al Conservatorio di Cesena-Rimini e coordinatrice del Centro studi guidoniani presso la Fondazione Guido d’Arezzo. 
«Certi codici ci sono giunti mutili, reimpiegati in altri usi, ad esempio per rilegare registri e altri volumi una volta che un tipo di notazione cadeva in disuso. Spesso i righi musicali sono stati cancellati dal tempo: restano visibili quelli tracciati in rosso, per indicare la linea del fa, e in giallo, per il do». La notazione guidoniana, sottolinea Luzzi, non fu un’invenzione venuta dal nulla. «Combina in maniera ingegnosa elementi esistenti: i righi sovrapposti comparivano già nella trattatistica, e da oltre un secolo i cosiddetti “neumi” registravano il profilo delle melodie gregoriane nei manoscritti: però si trattava di figurazioni ondulate, tratti vaghi, fluttuanti negli spazi vuoti sopra i testi da intonare, utili soltanto a rammentare l’andamento di un canto a chi lo conosceva – se saliva, se scendeva, non di quanti suoni era fatta la melodia e quale ne era l’estensione». Ma chi era Guido? «Nato attorno all’anno Mille nella zona di Ferrara dove si trova Pomposa, in quell’abbazia cominciò a istruire i cantori con i primi esperimenti del suo innovativo metodo di scrittura. Inoltre sulle melodie gregoriane che i monaci dovevano conoscere, Guido interveniva per emendare gli errori stratificatisi nei secoli. Tutto ciò, racconta lui stesso, provocò l’invidia degli altri maestri e la diffidenza delle gerarchie ecclesiastiche locali che lo ostacolarono in ogni modo». Pertanto si spostò ad Arezzo. «Vi fu accolto dal vescovo riformatore Teodaldo di Canossa come maestro dei fanciulli cantori e predicatore di San Donato a Pionta. Qui Guido sperimentò l’efficacia pedagogica della sua notazione, che indicava con esattezza l’intonazione di ogni suono delle melodie, consentendo di apprendere gli oltre tremila canti liturgici gregoriani in un anno anziché nei dieci abituali». 
La diffusione del metodo di Guido si deve a Giovanni XIX. «Il Papa volle conoscerlo. Mandò ad Arezzo ben tre ambascerie per convocare il monaco a Roma. Quando finalmente si presentò, intorno al 1030, sottopose al pontefice una sua “partitura” affinché vedesse come funzionava. E in quattro e quattr’otto Giovanni riuscì a imparare la melodia leggendola, senza bisogno che qualcun altro gliela cantasse. Fu così universalmente decretata la fortuna della notazione musicale di Guido».