Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  gennaio 11 Domenica calendario

Intervista a Kengo Kurimoto

Bisogna mettere da parte gli smartphone. Fermarsi. Allargare il tempo del silenzio e dell’attenzione. Accettare e scoprire, con lentezza, i misteri che la vita ci propone. E che ci propone solo se con pazienza riusciamo a vederne le tracce. Questo racconta Il bosco segreto, il primo, premiatissimo romanzo a fumetti di Kengo Kurimoto. Ne è protagonista la giovane Poppy che, nelle prime pagine, porta a passeggio il suo cane guardando il telefonino. Quando il cane scappa e si intrufola nella fessura di una cancellata, lei lo segue. Nasce così la sua avventura di conoscenza, che la porterà a incontrare Rob, con il quale condividere segreti e silenzi. E poi c’è la mamma di lei a cui raccontare la gioia di questo nuovo spazio di vita. Infine c’è la figura della nonna, da poco scomparsa, ma ancora tanto presente. Kurimoto è nato in Scozia nel 1979 ed è considerato uno degli artisti digitali più riconosciuti nel Regno Unito, con una carriera di successo nel mondo dell’animazione, dell’architettura e dei videogame. 
Ci racconta com’è nato il suo nuovo libro? 
«Mi hanno aiutato vari fattori, quasi delle coincidenze. Di certo avevo bisogno di un cambiamento dopo un lungo lavoro su un videogioco: esaltante, ma anche molto stancante. Dovevo inventare qualcosa di completamente differente, che non avesse a che fare con la tecnologia e che potessi realizzare da solo. Poi c’è il problema dell’ambiente, del clima che cambia. Un argomento che mi coinvolge intensamente e mi chiedevo in che maniera il mio talento potesse aiutare ad affrontarlo». 
E la risposta qual è stata? 
«È arrivata passeggiando in un bosco vicino casa mia, in camminate che mi riempivano d’incanto. In particolare ce n’è stata una dopo il tramonto. La luce già non c’era più. Tutto era così incantevole e illuminato d’argento. È stato un momento magico. Ho sentito qualcosa di bianco passare velocemente come attraverso di me. Che cos’è? Mi batteva il cuore, era una situazione piena di mistero. Con il tempo ho realizzato che era un tasso e che c’era un cucciolo di tasso da dover accudire. Quella piccola avventura mia ha scatenato qualcosa. L’atmosfera, il mistero, la luce. È come se mi fossi accorto di un mondo alternativo. Ecco, tutto questo lo dovevo raccontare». 
Questo è il suo primo libro. Come ha imparato a raccontare una storia e a farlo utilizzando pochissime parole? 
«Ho imparato facendo tanti tentativi! (ride) Ho proposto molte versioni. E ho ricevuto molti rifiuti dagli editori inglesi. Finalmente ho ricevuto il sì da Samantha Dewaele della Groundwood Books canadese sei mesi dopo aver inviato la mail. “Vorrei apportare alcune correzioni”, mi ha scritto. E io, ma sì, evviva, facciamole! Ed effettivamente abbiamo tolto appena alcune frasi che rendevano il racconto meno chiaro. Ma io non potevo accorgermene, perché ero troppo dentro la storia. È stato davvero un lavoro fantastico quello che lei ha fatto sulla storia». 
Inglese di origine giapponese. Qual è la sua storia? 
«Sono nato a Glasgow da genitori giapponesi perché mio padre è venuto in Scozia per un dottorato di ricerca. Mio fratello e io siamo nati qui e loro hanno deciso di rimanere in questa parte d’Europa. Ora vivo a Guildford, appena fuori Londra». 
Parla giapponese? 
«Male. Ma se mi chiede qualcosa sui cartoni animati giapponesi le dico subito che da piccolo i miei nonni me li spedivano, e a quel tempo si potevano guardare solo a casa mia. Miyazaki è stato sicuramente una fonte di ispirazione per me. E anche altri film come Akira o Ghost in the Shell. Ma, a proposito di Miyazaki: ho visto i documentari che lo riguardano e mai vorrei lavorare con lui (ride)». 
Leggendo il suo libro si ha l’impressione che il segreto non sia solo nel bosco, ma in ogni pagina, in ogni vignetta. Lei non rivela tutto per lasciare che il mistero arrivi pienamente al lettore. È giusta questa interpretazione? 
«Sono felice che lei lo dica. Effettivamente i misteri sono tanti, anche grazie alla mancanza di parole. Per esempio c’è un albero molto particolare. È distante dieci minuti di cammino da casa mia. L’ho fotografato tanto e poi ridisegnato. Cercando di coglierne l’essenza».
Anche i personaggi protagonisti sono appena accennati. Vuole lasciare liberi i lettori di scoprire chi sono? 
«Per me sono molto più importanti le emozioni piuttosto che i fatti. L’informazione più importante riguarda la mamma, che è una donna sola. Non si parla mai della famiglia, ma solo della nonna, che è appena scomparsa. E anche su questo l’editor è stata pienamente d’accordo». 
Nascosta tra le pagine c’è anche una appena accennata storia d’amore. O no? 
«Non l’ho mai vista come una storia romantica (ride). Penso che Poppy e Rob si diano delle emozioni, della gioia, del potere. Ognuno ha qualcosa di importante, di necessario, per l’altro. Anche questo è amore. Ed è amore per il loro mondo, che non è astratto, è quello che hanno intorno: le piante, gli alberi, il loro bosco». 
In questo libro si esprime la necessità di avere dei segreti da esplorare... 
«Ma tutti noi li abbiamo! (ride) E siccome i nostri sono, appunto, segreti non bisogna parlare di quelli. Ognuno ha i suoi. Ma un bosco può rappresentarli tutti». 
Immagino ci sia anche parte della sua storia in questo libro. 
«Sì, certo. Mia madre è stata una grande fonte di ispirazione. Lei amava tanto camminare. Penso che camminare sia una forma giapponese di prendere contatto con il mondo. In certi momenti ha sofferto di depressione e nell’ultima parte della sua vita anche di demenza senile. E allora io cercavo di portarla nel bosco tutte le volte che mi era possibile. Ci sedevamo e la sua espressione cambiava. Si illuminava. Guardava dei fiori e mi chiedeva: “Cosa sono?”. Io le rispondevo e lei si stupiva. Pochi momenti dopo ripeteva la stessa domanda e io la stessa risposta. Sono stati dei momenti piuttosto strani. Ma io credo siano stati tra i più belli che abbiamo vissuto insieme».