Robinson, 4 gennaio 2026
Intervista a Maurizio Serra
Siede tranquillo mentre si diverte con i fili della memoria: un padre importante, una madre incline al comando familiare, una sorella più grande di dieci anni. Se pensa a ciò che è stato, torna quel senso di giocosa immaturità che Gombrowicz destinava alle persone felici. Perché dopotutto, dietro i modi formali e inappuntabili di Maurizio Serra, diplomatico in pensione, accademico di Francia e scrittore, si risveglia l’antico bambino che è in lui. Difficile comprendere quanta forza occorra per tenere insieme due stagioni della vita così estreme. Ma è la sensazione che si prova ascoltandolo. Serra mi guida nello studio e ad accoglierlo c’è un piccolo orso di stoffa, munito di cappellino, al quale si rivolge con la gioia di chi sta facendo un incontro straordinario: «Lui si chiama Bubo, è il mio primo lettore», e non so se credergli o pensare a uno scherzo. Ma poi mi mostra la collezione rilegata di Topolino che occupa un intero scaffale. Più che alla stravaganza rivolgo l’attenzione a quel desiderio profondo di fissare un punto dell’adolescenza che resiste alle intemperie. Il nuovo libro di Serra, In visita, è una prova letteraria interessante: tre racconti con un filo comune. Definirlo un romanzo nascosto forse è troppo, ma certamente insieme ad Amori diplomatici (composto anch’esso di tre racconti e edito da Marsilio) consegna al lettore un sofisticato reticolo letterario.
Lei è considerato soprattutto saggista e biografo, come mai l’interesse per la narrativa?
«La narrativa mi consente una libertà espressiva che il saggio o la biografia non hanno. Ed è la ragione per cui sto scrivendo un terzo libro che sarà un vero e proprio romanzo. Ribattezzerei il tutto come la trilogia del Michoumistan».
Che è poi un paese da lei inventato.
«Per un diplomatico come me Michuomistan è un pittoresco concentrato di tutte le esperienze fatte nei vari luoghi dove sono stato nel corso della carriera».
Un paese che ricorda la Mitteleuropa. Viene in mente la Kakania inventata da Musil.
«La Mitteleuropa sedimentò molteplici culture e lingue, ispirando il meglio della letteratura europea della prima metà del Novecento. Da una civiltà al tramonto vennero alla luce romanzi belli e qualche capolavoro. Fu una vicenda che Elias Canetti ricostruì magistralmente nel suo contesto storico».
Che rapporto ha con la Storia?
«C’è chi la ignora o ne auspica l’oblio. Personalmente, anche per deformazione professionale, non posso farne a meno. Sto rileggendo il Diario di Piero Calamandrei, che fu molto amico di mio padre, e mi colpisce la convinzione con cui quella generazione attribuiva alla Storia un potere enorme sulle nostre vite. È probabile che proprio quella sensibilità talvolta tragica mi abbia spinto nel mondo della diplomazia».
Nella decisione di intraprendere la carriera diplomatica quanto ha contato la figura di suo padre, Enrico Serra?
«Abbastanza. Ma di più mia madre, perché era lei quella che aveva l’ultima parola».
Che origini ha la sua famiglia?
«Lontane radici liguri e poi modenesi, da parte di padre. Mia madre vicentina. Entrambi trapiantati a Milano dove si conobbero durante la guerra. La mamma fu staffetta di mio padre durante la resistenza a Milano nel 1944. Finito il conflitto lei volle andar via dall’Italia e convinse mio padre, che aveva una prospettiva di carriera universitaria, a seguirla. Scelsero la Francia e si stabilirono a Parigi. Alcuni amici di papà non compresero quella decisione».
Chi?
«Norberto Bobbio, per esempio. Si erano frequentati durante la guerra. Si stimavano e Bobbio cercò di fargli ottenere la cattedra a Torino. Ci restò male quando seppe che aveva preferito andarsene all’estero».
Secondo lei perché rinunciò?
«Un po’ a causa di mia madre ma anche perché i suoi studi riguardavano le relazioni internazionali. Da giovane era stato a Berlino. Mi raccontò di aver conosciuto Carl Schmitt e di aver trascorso qualche ora con lui. Mi disse che Schmitt apprezzava la scuola giuridica italiana. Ma del suo discorso sul nomos aveva capito ben poco».
Uno dei suoi libri più importanti, “Il nomos della Terra” sarebbe uscito solo negli anni Cinquanta. Suo padre in che anni vide Schmitt?
«Credo fosse il 1937 o 1938. Era a Berlino con una borsa di studio. Tra l’altro sto per ripubblicare la sua tesi di dottorato sull’aggressione internazionale con cui ottenne la libera docenza. Tema, in questo momento, di grande attualità».
Come sono stati i rapporti tra voi?
«Avrei desiderato, più che un padre, un amico. Nessuna intimità sul piano personale e molta, perfino troppa, sul piano intellettuale. Una polemica tardiva l’avemmo in occasione del suo libro di memorie che uscì per il Mulino alla metà anni Novanta».
Il libro è “Tempi duri”, il resoconto di cosa furono la guerra e la Resistenza.
«Un analisi bella e dettagliata. Ma gli rimproverai di aver taciuto, o solo sfiorato, gli anni della sua formazione o deformazione».
Intende gli anni del fascismo?
«Gli anni Trenta, certo. Per quella generazione fu difficile riconoscere gli abbagli che il fascismo aveva generato. E forse avrebbe dovuto avere la forza di parlarne in modo dettagliato e non generico. D’altra parte, capisco che per molti di loro scoprire cosa sia stato realmente il fascismo fu un trauma».
Alcuni che in seguito tacquero, penso anche alla lettera di Bobbio a Mussolini, vissero quel trauma con un senso profondo di vergogna.
«Vero, ma quello stato d’animo andava affrontato. Gli rimproverai che accennarne solo nelle pagine introduttive di un libro che comunque considero importante fu, direbbero i francesi, un escamotage. Un modo per salvarsi l’anima senza andare al fondo del problema».
Per mancanza di coraggio?
«No, mio padre era un uomo molto coraggioso. Direi per una difficoltà psicologica. Enrico Serra era stato un importante membro dell’azionismo. Ma tra le tante ragioni di quella adesione secondo me ci fu anche il desiderio inconscio di sostituire la figura di un “padre” fallito, Mussolini, con un padre nuovo: Ferruccio Parri, eroe della Resistenza. Mi chiamo Maurizio perché era il nome di battaglia che Parri scelse come partigiano».
È interessante tutta questa ricostruzione.
«Temo sia un po’ una psicoanalisi alle vongole».
Però segnala anche il fatto che lei si è ostinatamente occupato degli anni Trenta e in particolare del clima culturale in cui si formò un pensiero di destra. Ha avvertito il bisogno di riempire un vuoto anche personale?
«Di quel mondo mi interessano i perdenti, mentre non ho nessuna curiosità per coloro che dalla storia sono usciti vincitori. Ho iniziato occupandomi dei tedeschi, e soprattutto di Mitteleuropa tedesca e questo ha dato un frutto per me prezioso, il libro L’esteta armato. Poi mi sono occupato dei francesi, anche perché la mia tesi di laurea, pubblicata da Laterza, fu sulla cultura della Francia di Vichy; da lì sono arrivati I fratelli separati. Essendo stato anche a Mosca mi sono interessato ai russi bianchi, quelli che dopo la rivoluzione bolscevica emigrarono a Berlino».
Un suo libro recente è dedicato alla Monaco del 1938.
«Si intitola Scacco alla pace: il 1938 è l’anno in cui le democrazie capitolarono in Europa. La data dovrebbe oggi trasmetterci qualche apprensione».
E poi ci sono le biografie, tutte riguardanti il periodo tra le due guerre.
«Sì, D’Annunzio, Mussolini, Malaparte. Su quest’ultimo mi è toccato rivedere alcune ricostruzioni fantasiose».
C’è un aspetto curioso, il rapporto di Malaparte con Albert Camus.
«È una storia nata un po’ dal caso. In un libro di Malaparte, conservato nell’archivio, trovai una lettera firmata Camus. In essa si diceva: sono passato oggi in clinica ma purtroppo lei non era in grado di ricevermi, le stringo la mano affettuosamente, eccetera. E poi la firma. Mi sembrò piuttosto strana».
Perché?
«Camus e Malaparte avevano avuto un contenzioso, attraverso i rispettivi editori francesi, che si litigarono il titolo La Peste. Questo avrebbe dovuto essere il titolo de La Pelle. Alla fine l’ebbe vinta Camus. I rapporti tra i due, non erano dunque dei migliori. Pare che incontrandosi casualmente in un ristorante parigino accennarono a un incontro di pugilato. Perciò quando lessi la lettera pensai: molto nobile il gesto di Camus di andare a trovare in clinica l’avversario sul letto di morte. Ma poi mi chiesi: Camus era a Roma nel marzo del 1957? Bastò poco per scoprire che era in tutt’altro posto». La lettera era un falso?
«Assolutamente no. Il problema è che il Camus che firmava non era Albert, ma un personaggio sulfureo, di estrema destra, amico intimo di Céline. Clément Camus era il nome. Fu il tramite fra Malaparte e Céline, facendo giungere a quest’ultimo i cospicui diritti d’autore dell’edizione francese de La Pelle. Da una lettera di Céline a Malaparte risulta che quei soldi gli vennero donati per ammirazione. Effettivamente arrivarono e furono utilizzati per pagare gli avvocati che lo difendevano nel processo in Danimarca».
Lei si è occupato anche di Italo Svevo.
«Me ne sono occupato come una specie di anti Malaparte. Tanto la vita di quest’ultimo è stata ricca di eventi, quanto è stata piatta quella di Ettore Schmitz, vero nome di Svevo. In realtà ci sono aspetti interessanti che lo riguardano e che furono omessi dalla sua biografia».
Per esempio?
«Il tentativo della vedova di “arianizzare” Svevo, le cui origini, come è noto, erano ebraiche. Accade insomma che le vite vengano per così dire “aggiustate”. Un po’ come fece Moravia dopo le leggi razziali del 1938, tentando con Mussolini di accreditarsi come sostenitore del regime».
È l’arte della sopravvivenza.
«Infatti non c’è da parte mia nessun giudizio morale».
A proposito di fascismo, lei sostiene che D’Annunzio non fu mai fascista.
«Ci possono essere alcuni aspetti in comune ma avevano due prospettive diverse: Fiume, tanto per dire, fu un’operazione internazionalista. Il fascismo fin dall’inizio fu un fenomeno nazionale».
Che idea si può restituire degli anni tra le due guerre, in cui va in crisi la cultura liberale e avanzano ideologie contrapposte ed estreme?
«Si scopre per la prima volta la fragilità delle democrazie. Gran parte di coloro che ne auspicarono il superamento condivisero il dissidio con la modernità. Ne ho parlato ne L’esteta armato, il libro a me più caro, e in Fratelli separati dove, come dicevo, ricostruisco le vicende di tre protagonisti: Drieu La Rochelle, Aragon e Malraux».
Figure molto diverse.
«Un fascista, un comunista e un avventuriero, sballottati nelle tempeste del Novecento. Anticonformisti destinati al fallimento. Tenuti insieme da quel binomio imprescindibile per me di letteratura e storia».
Cosa vede in loro?
«Forse rivedo me bambino e adolescente sprofondato nella solitudine e affascinato dal destino avventuroso o drammatico di certi personaggi».
Che bambino è stato?
«A parte certi svolazzi onirici ho avuto un’infanzia molto banale. A differenza di mio padre non ho amato lo sport. All’attività fisica ho preferito la curiosità intellettuale».
Anche i personaggi dei suoi racconti sono divisi tra la voglia di viaggiare e una inesorabile pigrizia.
«Più che di pigrizia parlerei di rassegnazione di fronte all’esistenza».
E quanto vi si riconosce?
«Neanche tanto, se fossi stato patologicamente un sedentario non avrei intrapreso la carriera diplomatica. Avrei preferito certo dedicarmi a tempo pieno alla scrittura, ma fu un consiglio aureo quello che mio padre mi diede: se vuoi continuare a scrivere trovati almeno un lavoro con cui tu possa mantenerti».