Robinson, 4 gennaio 2026
Non chiamatela evasione dalla realtà
Un pesce rosso compie un salto dalla sua boccia che somiglia a un atto di coraggio. Ne supera i bordi. Ma resta sospeso, congelato a mezz’aria, tra una boccia di plastica e un mare che esiste solo come quadretto dipinto acquistato in un mercatino delle pulci. Nel 2019 Banksy ha messo in scena una piccola tragedia domestica, travestita da oggetto d’arredo: Goldfish Bowl, creata per il pop-up store Gross Domestic Product, trasforma un soprammobile in una parabola della condizione contemporanea. Ogni elemento inganna. La cornice simula l’antico, il paesaggio marino promette profondità, l’orizzonte sembra aprirsi. Ma nulla è reale. Il mare non è raggiungibile, la fuga è un’illusione, la libertà è già confezionata come prodotto. Non siamo davanti alla rappresentazione di un’evasione riuscita, ma alla messa in scena di una possibilità interrotta, forse di un atto mancato.
Il momento decisivo non è il salto, ma la sospensione. Il pesce non è salvo né perso. È fermo nell’istante in cui l’immaginazione smette di essere desiderio astratto e diventa scelta concreta. La boccia, del resto, più che prigione violenta, è un ambiente confortevole, regolato, prevedibile. Ed è proprio questo che rende difficile abbandonarlo. L’immaginazione nasce qui, non come evasione spettacolare, ma come incrinatura dell’abitudine. Banksy non racconta l’eroismo della fuga, ma l’ambiguità del desiderio: aspirare alla libertà restando intrappolati in sistemi che ne vendono una versione addomesticata. La domanda che resta sospesa è scomoda: e se l’oceano che immaginiamo fosse soltanto un’altra boccia, più grande e meglio illuminata?
Quell’immagine ci è necessaria perché viviamo immersi in un mondo che produce figure senza tregua. Le consumiamo scorrendo uno schermo, le archiviamo senza trattenerle, le sostituiamo prima ancora di averle comprese. In questo flusso continuo, l’immaginazione rischia di ridursi a riflesso condizionato, a risposta automatica. Eppure, è proprio il luogo in cui l’esperienza prende forma. Senza immaginazione non sapremmo riconoscere ciò che desideriamo, né dare un senso a ciò che viviamo. Non è un lusso estetico, ma una facoltà elementare dell’umano.
È qui che l’immaginazione rivela la sua natura più delicata: non come accumulo di immagini, ma come spazio di scelta, di discernimento. Lo aveva compreso il grande psicologo del profondo Carl Gustav Jung leggendo gli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola, che fondò i gesuiti nella prima metà del Cinquecento. L’immaginazione ignaziana non serve a evadere dal reale, ma a entrarvi più a fondo. Per lui non conta quanto un’immagine sia intensa, ma dove conduce. Jung riconosce in questa pratica una forma esigente di discernimento: l’immaginazione come luogo in cui le forze interiori si manifestano e chiedono orientamento. Le scene dispiegate dalla nostra immaginazione non sono lasciate libere di sedurre, ma vengono attraversate e vagliate nei loro effetti. Senza questa verifica, l’immagine diventa fascinazione; con essa, diventa criterio di scelta. L’immaginazione diventa allora una disciplina della libertà. In questa prospettiva, l’immaginazione non coincide con la promessa dell’apertura, ma con la responsabilità del giudizio. Non ogni visione che si presenta come emancipatrice genera libertà: alcune anticipano il futuro proprio per sottrarci il tempo del discernimento, offrendo scenari già compiuti, chiusi nella loro apparente evidenza.
È a questo punto che il discorso incrocia una delle forme più potenti e ambigue dell’immaginazione contemporanea: quella tecnologica. Nel suo intervento di inizio novembre agli investitori di Tesla, Elon Musk ha delineato ancora una volta una visione del futuro in cui intelligenza artificiale, robotica e automazione non sono soltanto strumenti economici, ma l’orizzonte stesso dell’umano. Le auto diventano nodi cognitivi, i robot una forza lavoro universale, il valore si sposta dall’azione all’architettura di sistemi che agiscono al posto nostro.
Il tono non è apocalittico, ma messianico. Si parla di abbondanza, di un mondo in cui la scarsità sarà superata e il lavoro perderà centralità. Le immagini sono potenti: miliardi di robot, intelligenze artificiali che apprendono più velocemente di qualsiasi individuo, città ripensate come organismi perfettamente efficienti. Non è soltanto un piano industriale, ma un immaginario coerente e totalizzante. Una narrazione che promette sicurezza, controllo, ottimizzazione. Le immagini sono potenti, cinematografiche, non lontane dall’estetica di Blade Runner 2049. La differenza è che Musk rilancia l’immaginazione come esca dell’economia e degli investimenti. Quando l’immaginazione si riduce a previsione algoritmica, perde la sua funzione morale e diventa pianificazione: design dei comportamenti, gestione dell’imprevisto, neutralizzazione del conflitto. È qui che avviene uno slittamento decisivo: l’immaginazione non orienta più il possibile, ma lo rimpiazza. Il futuro non viene attraversato come rischio, ma presentato come necessità tecnica, sottraendo spazio alla decisione, all’errore, alla responsabilità umana. Immaginare un’umanità liberata dal lavoro apre allora una domanda decisiva: che cosa accade al desiderio quando non incontra più resistenza?
In un mondo completamente automatizzato, l’immaginazione rischia di sopravvivere solo come intrattenimento, non come discernimento. Il futuro accade per l’umano, ma raramente con l’umano. La promessa di libertà si traduce in una delega silenziosa. L’immaginazione, però, non riguarda soltanto il futuro che progettiamo. Riguarda il modo in cui abitiamo il presente. Quando tutto è orientato alla performance e all’efficienza, l’immaginazione perde il suo carattere pubblico e diventa decorativa. Ci serve una contro-immagine radicale rispetto all’immaginazione tecnologica dominante. Dove l’immaginario tecnologico di Musk si fonda su una proiezione in avanti, accelerata e funzionale, un artista come Anselm Kiefer opera un movimento inverso: non lancia il pensiero verso il futuro, ma lo costringe a scendere negli strati profondi del tempo, là dove la storia non è superata, ma sedimentata. L’universo visivo di Kiefer è fatto di materia che pesa, di rovine che non vengono rimosse, di simboli che non cercano efficienza ma risonanza. È un immaginario che non promette salvezze tecniche né fughe cosmiche. Agisce come risposta dell’inconscio collettivo a un eccesso di razionalizzazione e di proiezione prometeica. Quando l’immaginazione viene ridotta a calcolo del possibile, a roadmap del futuro, ciò che è rimosso – il trauma, la colpa, l’ombra – ritorna sotto forma di immagini dense, oscure, perturbanti.
Lì dove l’immaginario di Musk tende a esternalizzare il futuro, a collocarlo altrove – su Marte, nell’algoritmo, nella macchina – sottraendolo al lavoro interiore, le opere di Kiefer costringono lo sguardo a confrontarsi con ciò che non è stato integrato. In questo senso la sua è un’immaginazione simbolica, non strumentale: non serve a dominare il mondo, ma a renderlo psichicamente abitabile.
Coltivare l’immaginazione significa restituirle spessore, permetterle di tornare a essere un luogo di discernimento collettivo. Non un rifugio privato, ma uno spazio condiviso in cui il futuro non viene semplicemente previsto, ma interrogato. È in questa capacità di immaginare senza chiudere, di vedere senza possedere, che l’umano continua a riconoscersi. Il pesce rosso ora / s’agita nel cristallo/ e a tratti viene a sbattervi / coi grandi occhi stupiti (Cesare Pavese): forse non fuori dalla boccia, ma nel gesto fragile e decisivo di capire quando è il momento almeno di urtarne il vetro.