Robinson, 4 gennaio 2026
Io che vivo nel paese magico
Ho un vivo ricordo di quando viaggiai al piano superiore di un autobus con mia madre, intorno ai dieci anni. Accadde nei sobborghi alla periferia di Londra. Parlottavo come parlotta un decenne – non rammento di cosa – e mia madre mi zittì dicendo: «Hai troppa immaginazione». Per fortuna, non risentii di quel rimprovero, perché non avevo idea di che cosa significasse quella parola, senza contare che nei decenni successivi mi sarei guadagnato da vivere proprio con quel sostantivo astratto. Le implicazioni delle parole inascoltate di mia madre le sarebbero diventate chiare, alla fine. Non andartene in giro con la testa nelle nuvole, tieni i piedi ben piantati per terra, lavora sodo, ama in modo ragionevole, cercati un lavoro, una moglie, fai bambini e insegna a tua volta a non cedere alle fantasticherie. L’immaginazione è pericolosa. Mia madre era una donna istruita, conosceva i versi di Shakespeare: «Il pazzo, l’amante e il poeta / sono fatti interamente di immaginazione».
Se si indulge nell’immaginazione, questa facoltà potrebbe farti precipitare in un ospedale psichiatrico, nella catastrofe della passione operistica, o nell’indigenza della versificazione. E i confini tra queste sono assai evanescenti. Lo scrittore svizzero Robert Walser trascorse molti anni in manicomio; un giorno gli fece visita un amico che gli chiese se stesse scrivendo. «Non capisci», rispose Walser, «non sono qui per scrivere, ma per essere matto». (E ciò mi sembra abbastanza sensato.)
Se decostruiamo la parola immaginazione senza seguire l’etimologia, possiamo constatare che contiene i seguenti elementi: I(o), magi, nazione. E dunque: l’individuo vive in un paese dove stregoni e saggi offrono alla popolazione visioni da cui possono apprendere e di cui possono vivere. È interessante, e in ogni caso pericoloso – non vi sembra? –, soprattutto se ci si trova al piano superiore di un autobus con il proprio figlio piccolo. Platone aveva messo al bando i poeti dal suo Stato ideale, perché deviavano dalla realtà. E Platone era un uomo saggio, come tutti sanno.
Da un certo punto di vista aveva ragione, perché l’immaginazione è pericolosa quando la si guarda dall’altra parte. È un potere alternativo. Può metterci in guardia e può farci sognare. Può riprodurre un mondo migliore, più pulito, più giusto rispetto a quello che le autorità possono o vogliono cercare di realizzare. Può evocare sia utopie sia distopie. Può declinare la tirannia della religione, anche se essa per prima ha contribuito a svilupparne i miti distintivi. I libri e le opere d’arte vengono distrutti ancora e, laddove vanno al rogo, poco dopo vanno al rogo artisti e scrittori o, per risparmiare legna da ardere, vengono semplicemente uccisi. Plaudiamo dunque all’immaginazione e celebriamone i poteri infiniti e sovversivi. Un mondo senza immaginazione sarebbe come un pianeta polveroso, senza nient’altro da respirare fuorché metano.