La Lettura, 11 gennaio 2026
Paul Murray: "Gli adulti deludono, i ragazzi s’arrangiano"
Che cosa c’è di più estremo dei sentimenti che abbiamo provato durante l’adolescenza, quando eravamo abbastanza grandi da riuscire a farci un’idea di come funziona il mondo, ma ancora abbastanza piccoli perché i nostri giudizi nei confronti degli adulti non venissero appannati dalla pietà, la compassione o la semplice consapevolezza che un giorno anche noi saremmo diventati così? Skippy muore di Paul Murray (Dublino, 1975) racconta tutto questo. Vincitore dello Strega Europeo con Il giorno dell’ape, suo quarto e più recente romanzo, Murray torna in libreria ancora per Einaudi Stile libero con quello che è stato il suo secondo, tradotto da Beniamino R. Ambrosi e già apparso per Isbn nel 2010. Il primo, An Evening of Long Goodbyes del 2003, e il terzo, The Mark and the Void del 2015, sono da noi ancora inediti.
Skippy è Daniel Juster, così soprannominato perché i suoi denti ricordano quelli del canguro della serie tv. Ha quattordici anni e frequenta il Seabrook College di Dublino, la miglior scuola secondaria maschile d’Irlanda dove tutti sono all’improvviso alti e allampanati e parlano di bevute e sperma. Il suo migliore amico è Ruprecht e il romanzo si apre con i due che si sfidano in una gara di ciambelle e Skippy che crolla dalla sedia e che, prima di spirare, usa la marmellata della ciambella per scrivere «DI’ A LORI». Scopriremo presto chi è Lori, come incontreremo l’insegnante di storia Howard il Codardo e i tanti personaggi che danno vita a una meravigliosa commedia di pianti, risate, delusioni e speranze su che cosa sia il senso di solitudine di ogni adolescente e il desiderio di essere capiti dai coetanei e dagli adulti. «Gli adolescenti – racconta Murray – dicono e fanno cose estreme. Crescono simultaneamente ai proprio corpi e improvvisamente avvertono una scarica enorme di potere, ma non sono consapevoli che la loro forza ha dei limiti. Non molto tempo fa, mio figlio mi ha detto che da quando era diventato alto gli insegnanti non lo spaventavano più».
Divertente e preoccupante allo stesso tempo, come i suoi romanzi.
«Sì, gli adolescenti non concepiscono la propria mortalità. Il senso di onnipotenza non è controbilanciato dalla sensazione che un giorno anche loro diventeranno vecchi e fragili. Non avvertono di dover dimostrare compassione, ma solo punizione. È come se stessero per sostituire gli adulti, per distruggerli».
In «Skippy muore» i ragazzi sono costantemente delusi dagli adulti, come se fossero più una minaccia che una fonte d’ispirazione. Per questo si rifugiano in mondi di fantasia, che siano droghe o videogiochi.
«Certo, e se la cosa è ovvia con gli adolescenti, i videogiochi sono uno dei modi in cui anche gli adulti possono eludere le proprie responsabilità. Stanno diventando un problema molto più serio rispetto a quando il libro è uscito. Il pericolo di quei mondi alternativi è che sono diventati così popolari che la tentazione è dire: perché dovrei impegnarmi a essere un adulto, un adulto mortale fallito e con un lavoro noioso quando posso essere un mago in The Legend of Zelda?».
La storia è ambientata nel 2003, quando l’Irlanda era in pieno boom economico.
«E gli adolescenti erano particolarmente vulnerabili. Il Paese cambiava molto, un passaggio da una specie di teocrazia religiosa a un’economia globale. Ricchi, eravamo ricchi: nessuno doveva più emigrare e vergognarsi di essere irlandese. Sembra semplicistico, ma la religione con il suo senso di tradizione o ordine è stata sostituita dal denaro e dal potere d’acquisto. I ragazzi crescevano in una società senza una vera direzione da parte degli adulti, perché agli adulti era stato all’improvviso portato via tutto il loro senso di responsabilità, il loro ruolo di bussola morale. Non c’era più alcun senso di cosa fosse buono e cosa fosse cattivo. I genitori diventavano dei superconsumatori e i ragazzi si sono ritrovati ad affrontare problemi mai visti prima, come i disturbi alimentari e l’autolesionismo. Prima le cose andavano davvero male, ma quella gerarchia dava alla società una struttura molto chiara».
Howard il Codardo, il professore Peter Pan, in un certo senso incarna una società che gira su sé stessa senza sapere dove sta andando.
«È egocentrico, ma invecchiando anche io mi sono reso conto che i sentimenti dell’adolescenza non se ne sono andati: non sono all’improvviso diventato maturo. Dal punto di vista dei ragazzi, questo è deludente, ma credo che il vero arbitro della maturità sia la consapevolezza della nostra mortalità. Nella scuola dove sono andato, c’erano insegnanti che di fronte a situazioni davvero oscure preferivano voltare lo sguardo dall’altra parte. Per mia esperienza, gran parte della vita adulta è composta da persone che fingono e i romanzi sono interessanti proprio perché mettono i personaggi in situazioni in cui i travestimenti non reggono. Howard ha quasi trent’anni. Finge ancora di essere un adolescente, si nasconde dall’età adulta, ma lui perlomeno è consapevole di essere un codardo. Potrebbe sembrare un Peter Pan, ma c’è qualcosa dentro di lui che va oltre l’essere un ragazzino».
E infatti attraverso la storia della Prima guerra mondiale indica agli studenti quanto i legami siano importanti.
«Gli adulti hanno mandato i ragazzi in guerra senza preoccuparsi di che cosa sarebbe successo. Ovviamente è un parallelo estremo, ma i legami che si sono formati tra quei soldati adolescenti sono stati fortissimi. Credo che uno dei punti del libro sia che, se ti trovi in una società iper-consumistica, arrivi a capire che il consumismo non aiuta e le relazioni umane sono l’unica cosa che conta davvero. In un mondo in cui per la maggior parte del tempo ci sentiamo soli, la soluzione è guardarsi dentro. Fino alla morte di Skippy, i ragazzi si sono intimoriti l’un l’altro e coperti di battute stupide. Ora hanno capito che non tutto è un gioco e che devono piuttosto prendersi cura l’uno dell’altro perché nessun altro lo farà».
Il libro uscì nel 2010. Quanto sarebbe diverso se l’avesse scritto adesso?
«Credo solo nella presenza della tecnologia. Sono molto interessato alla tecnologia, al modo in cui domina le nostre vite. Ho iniziato a scrivere il libro nel 2002 e pochi anni dopo è nata la piattaforma Bebo. Nelle università irlandesi tutti ne erano ossessionati e per un po’ ho pensato che dovesse essere parte della trama, ma nuove tecnologie emergono di continuo: MySpace era un fenomeno e poi è sparito. Se cercavo di stare al passo con la tecnologia, il libro sarebbe presto diventato datato, ma se lo scrivessi oggi sicuramente ci sarebbero i cellulari».
Come in «Il giorno dell’ape».
«Sì, in quel libro i cellulari hanno un ruolo importante. Adesso sono davvero interessato all’intelligenza artificiale. Voglio scriverne, ma è difficile perché la tecnologia è in evoluzione e chi lo sa che ruolo avrà fra un anno o due. Sarà ovunque o sparirà?».
Scrivere di temi seri con umorismo è tra i compiti più difficili, ma alcuni autori hanno pubblicato veri capolavori. Pensiamo a George Saunders, Gary Shteyngart, Lorrie Moore...
«Adoro Saunders: è uno scrittore straordinario e stimolante. Allo stesso modo, con Storia d’amore vera e supertriste, Shteyngart ha anticipato tantissimi aspetti del Ventunesimo secolo. Meraviglioso. E Lorrie Moore... Quando ho iniziato a scrivere pensavo che la letteratura dovesse essere profonda e seria. Poi ho letto la sua raccolta di racconti Amo la vita e ho cambiato idea. Aggiungerei anche David Foster Wallace e P. G. Wodehouse, che è divertente in modo sublime».
Qualche irlandese?
«Mi vengono in mente Flann O’Brien o Samuel Beckett, che ovviamente scrive opere sull’esistenza profondissime, ma è molto, molto divertente: Aspettando Godot è una commedia ad ampio raggio, con trionfi di comicità fisica, come la scena in cui al protagonista cadono i pantaloni. È stato un libro importantissimo per me, ai tempi della scuola. Cupo ed esilarante al tempo stesso».
In «Skippy muore» temi seri e umorismo stavano già nella prima bozza?
«Sì, direi di sì, ma è nato come un racconto e presto mi sono reso conto che scrivere di questi ragazzi era un piacere enorme. Le loro interazioni erano piene di umorismo. Se scrivo qualcosa che è solo divertente non provo soddisfazione, è come se provassi a intrattenere il lettore senza catturarlo. Allo stesso modo, se scrivo solo cose cupe, solenni o serie, mi sembra che manchi una dimensione. I due poli si arricchiscono a vicenda. Quando scrivo qualcosa di divertente, sento che sto creando spazio per esplorare il lato oscuro e riesco a farlo risuonare meglio».
Come capisce quando una battuta funziona?
«Semplice: se lavoro a un libro per sette anni, la maggior parte del tempo la passo a revisionare le stesse cose all’infinito. Se dopo cinque anni una battuta mi fa ancora ridere, la tengo».