La Lettura, 11 gennaio 2026
Politica e ambiente sfidano lo sport
Ci sono le medaglie d’oro per gli atleti. E c’è la vetrina, il dividendo politico per i leader dei Paesi che ospitano le Olimpiadi. È un intreccio che ci accompagna ancora oggi, alla vigilia dei Giochi invernali di Milano Cortina (6-22 febbraio). Umberto Tulli, professore associato di Storia contemporanea all’Università di Trento, lo racconta in modo avvincente nella nuova edizione del libro Breve storia delle Olimpiadi. Lo sport e la politica da de Coubertin a oggi (Carocci). Si comincia con un forte richiamo alla tradizione antica: i primi Giochi moderni si svolgono ad Atene nel 1896, poi ecco la grandeur francese (Parigi 1900) e, quindi, l’edizione forse più controversa, nel 1936 a Berlino, già nelle mani di Hitler. Si attraversa tutto il Novecento, tra conflitti mondiali, guerra fredda, boicottaggi incrociati, brevi periodi di pacificazione. Fino ad arrivare al formato gigante degli ultimi eventi: Sydney (2000), Pechino (2008) e ancora Parigi (2024), con la polemica sulle acque inquinate della Senna e le tensioni internazionali per l’invasione russa dell’Ucraina. La politica si specchia nello sport, nella gerarchia internazionale stabilita dal medagliere, con buona pace del celebre motto del barone de Coubertin: l’importante non è vincere, ma partecipare.
A proposito, chi era davvero de Coubertin?
«Su di lui esistono narrazioni apologetiche e quasi mitologiche. L’uomo di pace, che vuole superare la guerra attraverso le competizioni sportive. In parte sono letture corrette. Però de Coubertin è anche un esponente della nobiltà francese, che esce sconfitta dalla guerra franco-prussiana e che vuole affermare il primato e la grandeur del suo Paese. È figlio del suo tempo e della tensione di fine Ottocento tra nazionalismo e internazionalismo. Una tensione, per altro, che è entrata e rimane ancora oggi nelle Olimpiadi».
Tra meno di un mese toccherà a noi. A quale delle edizioni passate somiglierà l’Olimpiade invernale di Milano Cortina?
«La formula diffusa tra più centri, non solo Milano e Cortina, in Veneto, ma anche Rho, Livigno, Bormio e Assago in Lombardia, Anterselva in Alto Adige, Predazzo e Tesero in Trentino, è un elemento nuovo, che rende quest’edizione dei Giochi un precedente importante. Poche settimane fa, anche la presidente del Cio, Kirsty Coventry, ha sottolineato quest’aspetto, che la rende diversa dalle precedenti. Il paragone fatto più volte, forse più nelle intenzioni che nella realtà, è con Lillehammer 1994, un piccolo centro norvegese che vinse la sfida dell’organizzazione e dell’impatto ambientale. Eppure, i contesti sono molto diversi. Il paragone più naturale è con i Giochi invernali di Torino 2006».
Saranno una vetrina per la città di Milano o il Nordest, o avranno riflessi anche per l’Italia in generale?
«La scommessa fatta dai governi, dal Conte I a quello Meloni, è di dare visibilità internazionale a tutta l’Italia. La diplomazia italiana si è mossa presto e molto per raggiungere questo obiettivo. Ma non è detto che sarà così. Come spesso accade, per le edizioni invernali come per quelle estive, sembrano esserci diversi ritardi e problemi nell’organizzazione».
Il tema ambientale ha segnato la preparazione anche di Milano Cortina. Nel suo libro lei racconta come non sia un problema nuovo. Forse si pose in modo acuto proprio a Lillehammer in Norvegia. Che cosa è cambiato negli anni?
«Sono due i passaggi fondamentali. Il primo riguarda il cambiamento climatico che, oggi più che negli anni Novanta, è evidente. Fa parte dell’agenda politica globale, nonostante una certa tendenza di alcuni governi a negarlo. Il secondo riguarda il Cio (Comitato olimpico internazionale, ndr) e il movimento olimpico in generale che hanno fatto dello sviluppo sostenibile uno dei pilastri della loro missione. L’Olimpiade sostenibile non è un elemento accessorio: è una delle essenze dell’olimpismo proprio a partire da Lillehammer. E la candidatura di Milano Cortina ha vinto grazie all’impegno a valorizzare le infrastrutture esistenti e a ricorrere a energia ricavata al 100% da fonti rinnovabili. L’ultimo rapporto di sostenibilità del comitato organizzatore ha sottolineato alcuni successi in questo ambito. Tuttavia, sono dati contestati da più parti: Ong e comitati hanno sottolineato come la riqualificazione degli impianti esistenti si sia, in realtà, tradotta nella costruzione di nuove opere. Un caso, denunciato da più parti, è stato l’abbattimento di centinaia di larici secolari per la costruzione della pista da bob a Cortina».
Ogni Olimpiade è segnata da contestazioni, tentativi di boicottaggio. Quali sono i casi più importanti da ricordare e che cos’hanno lasciato nella storia?
«Con buona pace di una certa retorica, alimentata anche dallo stesso Cio, le Olimpiadi sono un fenomeno politico e subiscono i condizionamenti della politica. Melbourne ’56, Montreal ’76, Mosca ’80, Los Angeles ’84 sono esempi classici di boicottaggi per motivazioni politiche. Poi ci sono i tentativi e le minacce di boicottaggio, ad esempio quelle che hanno preceduto l’Olimpiade di Berlino del ’36. Ogni boicottaggio ha avuto una sua eredità specifica e conseguenze specifiche. Ci sono però due elementi comuni: il primo è il tentativo della comunità internazionale, e non solo del movimento olimpico, di scongiurare il ripetersi dei boicottaggi all’edizione successiva; il secondo è di andare a toccare nervi scoperti del Paese ospitante o della comunità internazionale. Qui l’esempio più evidente è stato offerto dalla campagna per il boicottaggio dell’Olimpiade invernale di Sochi, in Russia nel 2014, che ha intrecciato temi relativi ai diritti umani, alle minoranze nazionali, alla comunità Lgbtq+, ai lavoratori, nonché l’impatto ambientale».
Qual è stato l’approccio di Putin all’Olimpiade?
«Il rapporto della Russia di Vladimir Putin con lo sport si sviluppa su più livelli. Un primo piano mostra come Putin abbia seguito una strategia di sportwashing: ha usato lo sport e l’Olimpiade come vetrina per vendere il proprio regime. Un altro riguarda i due grandi problemi dello sport in Russia: lo scandalo relativo al doping di Stato, emerso con Rio 2016, che ha portato a una prima sospensione del Comitato olimpico russo; l’invasione dell’Ucraina. Su questo mi preme chiarire che la sospensione riguarda i comitati olimpici nazionali di Russia e Bielorussia e non i singoli atleti “neutrali” dei due Paesi. Poi c’è tutto il discorso sulla tregua olimpica che viene annunciata alla vigilia dell’Olimpiade e che viene votata dall’Assemblea generale dell’Onu. È una risoluzione che ha solo un valore simbolico, che può essere violata senza conseguenze, come è successo. La Russia di Putin l’ha violata tre volte: nel 2008, con l’intervento in Ossezia del sud e in Abkhazia; nel 2014 con la guerra nel Donbass; nel 2022 con l’invasione dell’Ucraina».
Forse più complesso il rapporto tra la Cina e i Giochi. Con due versioni diverse: l’Olimpiade estiva del 2008, con Hu Jintao alla guida della nazione, e quella invernale del 2022, sotto il controllo di Xi Jinping...
«Il protagonismo cinese nella politica internazionale e nello sport mondiale è cresciuto negli ultimi decenni, entrambe le edizioni l’hanno dimostrato. Così come il fatto che vi siano state, in entrambi gli eventi, campagne e tentativi di boicottaggio. C’è una differenza di fondo: il messaggio dell’Olimpiade del 2008 è stato inclusivo, quello di una Cina che si apre al mondo; nel 2022, con una dichiarata vicinanza alla Russia di Putin, è apparso più come una sfida a un mondo a guida occidentale».
È una questione che ci riporta quasi alle origini, alla celebre Olimpiade di Berlino nel 1936, che per altro fu assegnata alla Germania prima che Hitler salisse al potere. Perché fu importante?
«Sono tante le ragioni che attribuiscono un ruolo di primo piano a quell’edizione: l’uso della propaganda interna e internazionale; l’occasione per rafforzare la costruzione del regime, mantenendo la repressione; l’innovazione del cerimoniale olimpico; una campagna internazionale di boicottaggio per condannare le politiche antisemite di Hitler».
Il caso positivo, forse, è Seul 1988. Anche se quel clima di distensione sembra perso...
«È una delle eredità della Guerra fredda non ancora risolte. Nel 1988, quell’Olimpiade ha contribuito a rafforzare la democratizzazione della Corea del Sud e la sua apertura al mondo e, da quel momento, le due Coree hanno trovato nello sport e nell’Olimpiade un ambito per portare avanti il loro dialogo e momenti di distensione. Oggi, complici anche tensioni internazionali crescenti, tutto ciò sembra quasi impossibile».
Lei racconta come la storia delle Olimpiadi sia segnata dal difficile rapporto tra il blocco europeo-americano e il resto del mondo. Per quale motivo?
«Il Cio nasce alla fine dell’Ottocento in uno spazio transatlantico costituito da imperi. E nasce anche come un’organizzazione fondata da élite e da soli uomini. Queste due caratteristiche sono state dure a morire e hanno scandito la storia delle Olimpiadi fino ad anni recenti. La percezione è che lo sport internazionale sia stato dominato da atleti, pratiche e discipline per le più occidentali. Tanto più per l’Olimpiade invernale. Da una quarantina d’anni, il Cio ha allargato la propria composizione, più donne e meno europei. In tempi più recenti, ha iniziato a riconoscere il peso di alcuni nuovi Paesi emergenti, in particolare i cosiddetti Brics: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, oltre a Stati asiatici. Senza per questo rinnegare le radici europee e atlantiche del Cio. Non è uno scontro, anche se si tende automaticamente a leggerlo così, ma un’apertura globale».
Più o meno dalla metà degli anni Ottanta in poi, abbiamo visto l’avanzata tumultuosa degli sponsor e dei capitali privati. Il fenomeno si sta esaurendo?
«Un’Olimpiade costa. Molto. E sempre di più. Secondo alcune stime, l’Olimpiade invernale di Sochi ha bruciato 50 miliardi di dollari; quella di Milano Cortina ha sforato i 3,5 miliardi, e secondo alcune testate nazionali hanno già superato i 5-6 miliardi. Rappresenta una vetrina mondiale. È automatico: i governi non possono farsi carico di queste spese; le grandi corporation vogliono avere visibilità. Tutto questo, però, ha dovuto affrontare momenti di crisi, quella finanziaria post 2008, il Covid, le guerre recenti. Anche questo rende il futuro delle Olimpiadi incerto. Sono sempre meno le città disposte a candidarsi per ospitare i Giochi. La formula della sostenibilità, ambientale, di genere, ma anche economica, è una risposta anche a questo problema».