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 2026  gennaio 11 Domenica calendario

Spesa cresciuta del 22% in dieci anni la folle corsa alle armi dell’Africa

È meno vertiginosa che in Europa, Asia orientale e Nord America, ma non risparmia nemmeno l’Africa la crescita impetuosa delle spese militari. Anzi, il Continente nero surclassa percentualmente i tassi d’incremento bellici di altre macro-regioni del sud del mondo, avendo investito nel ramo più di 52 miliardi di dollari nei 365 giorni del 2024. È un balzo del 3% nel giro di un anno o, se si preferisce, del 22% nel volgere dell’ultimo decennio.
A settentrione, sono Algeria, Marocco ed Egitto ad accelerare, mentre a sud del Sahara magna pars è giocata da Etiopia, Sudan, Nigeria e Sudafrica. I primi sei programmano investimenti decennali di oltre 130 miliardi di dollari in uomini e dotazioni, non tutte più di provenienza esogena.
Rampanti e ambiziosi, i clienti africani dell’industria bellica sono animati da governi in cerca di partenariati multiformi, fatti di compensazioni economiche, colocalizzazioni produttive e condivisione di saperi. Vogliono che un 13% di quegli esborsi futuri si trasformi in armi infra-africane e fabbriche autoctone. C’è un fermento di iniziative, di fiere belliche, dall’Egitto alla Nigeria, passando per il Sudafrica: vi convergono big internazionali e attori locali, come all’Edex cariota delle scorse settimane. Si stringono affari e si mostrano i propri prodotti. Puntano molto sul mercato africano i controversi emiratini di Edge Group, sbarcati in forza al salone. Che dire poi della Turchia e della Cina, entrate con forza in un oligopolio di commerci d’arma pancontinentali, sempre sorvolando sull’uso finale dei sistemi e mai eccependo sul rispetto o meno delle convenzioni belliche.
Racconta il pensatoio britannico Jane’s che 42 dei 54 Paesi africani integrano ormai prodotti militari cinesi, parte di pacchetti di investimenti infrastrutturali e crediti delle sino-banche di import-export.

Mantiene un portafoglio d’ordini africani da 4 miliardi di dollari anche la russa Rosoboronexport, in uno scenario cangiante, in cui il rapporto fornitore-cliente non è più univoco ma si nutre di produzioni sinergiche di droni, armi guidate di precisione, veicoli blindati, centri logistici e manutentivi e poli addestrativi. L’agenzia di approvvigionamento bellico del dipartimento sudafricano della Difesa sta puntando molto sui partner del formato Brics, con una collaborazione già in itinere con la stessa Rosoboronexport, disponibile ad eleggere il Paese ad hub manutentivo-riparativo di prodotti russo-sovietici delle forze armate continentali. Di più: Pretoria punta a integrare sistemi russo-sudafricani nelle armi pavesate sui mercati.
Alcuni cacciabombardieri malesiani di fattura russa montano già strumenti di allarme polisensoriale di matrice sudafricana, segno di in un “do ut des” mortifero vincente, che i sudafricani ambirebbero a replicare in India. Molteplici e recenti sono altri memoranda d’intesa, con legami industriali crescenti fra Rdm – joint venture fra il gruppo tedesco Rheinmetall (51 percento) e Denel Munitions – e la controparte asiatica Pintad, apprezzata pure dal gruppo Paramount. Parliamo di realtà sudafricane fra le più dirompenti nel mercato delle armi: Rdm, di cui la Denel autoctona detiene il 49% del pacchetto azionario, è un megaesportatore di munizionamento in Medio Oriente, specie a vantaggio di emiratini e sauditi, soprattutto durante le operazioni in Yemen.
Medio Oriente che concentra la gran parte dell’export dell’industria bellica sudafricana: un comparto agguerrito, forte di oltre 600 realtà, proteso nei desiderata a crescere del quadruplo nelle forniture a clienti africani e ai Brics, e a guardare con interesse a Europa e Nord America.
Potenza regionale, nel quinquennio 2018-2023, il Sudafrica è stato il 21esimo esportatore mondiale di sistemi d’arma, piazzandosi al 25esimo gradino l’anno scorso, ed è stato l’antesignano continentale delle ricerche sulle declinazioni civili e militari dell’intelligenza artificiale, fresco di creazione di un istituto ad hoc all’accademia militare della baia di Saldanha, microcosmo del futuro che si sta delineando in altri Paesi africani, come Nigeria ed Egitto, già produttori di droni, blindati, armi leggere e munizioni. Il Marocco ambisce a diventarlo, mentre il Sudan si schermisce da tempo con la Defense Industries System, sotto sanzioni statunitensi ed europee.