Il Messaggero, 11 gennaio 2026
Intervista a Ilenia Pastorelli
Magari fa il botto come nel 2016, quando con il suo primo film Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti vinse il David di Donatello come miglior attrice protagonista. Dopodomani, martedì 13 gennaio, Ilenia Pastorelli debutta come scrittrice pubblicando per HarperCollins il romanzo ampiamente autobiografico intitolato Non so come è successo.
Oddio, com’è successo che anche lei si è messa a scrivere?
«Veramente non lo so. All’inizio io neanche volevo farlo».
E poi? Si è lasciata convincere dal progetto o dal bonifico?
«Se vabbè... Nell’editoria girano pochissimi soldi. Diciamo che la casa editrice ha insistito molto. Prima ho detto di no, anche perché sono pigrissima, poi visto che ogni sei mesi si rifacevano vivi, alla fine ho accettato. Volevo uscire da un momento mio di chiusura verso tutto e tutti».
Che vuol dire?
«Mia madre tempo fa ha avuto dei problemi di salute e io sono stata per un po’ lontana dai set».
L’idea è sua o dell’editore? È un romanzo autobiografico, o no?
«C’è molto di me, ma non è la mia storia. Che è rivolta soprattutto ai giovani».
E a loro cosa vuole dire? Ha scritto un percorso di formazione che va dalla danza alla tv, fino alla recitazione. In pratica, il suo.
«Sembrerò banale, però la mia intenzione è di trasmettere questo: il successo non è come ce lo immaginiamo e non garantisce la felicità».
Anita, la protagonista del libro, soffre di depressione: lei?
«Anche, ma non in maniera pesante come lei. Io ho tempi di reazione molto veloci, dopo due-tre giorni mi riprendo. I miei meccanismi di sopravvivenza sono automatici».
Faccia un esempio.
«Innanzitutto a me viene più ansia che altro, due cose diverse. A me è capitato nel 2011 dopo aver partecipato al Grande Fratello, nel 2016 dopo Jeeg Robot, e nel 2018 dopo il film con Carlo Verdone. Finite le emozioni forti, mi sentivo svuotata. Senza energie. Succede anche a tanti miei colleghi, sono i cosiddetti momenti di down che capitano a tanta gente. Comunque, nel libro non volevo raccontare questo, ma di quegli eventi che in positivo o in negativo ci sorprendono perché non sono mai come ce li aspettavamo».
Quindi in questi suoi primi 40 anni cosa l’ha sorpresa di più?
«In negativo, mi ha scioccato il fatto che dopo il dramma del lockdown non ci sia stato un momento di riflessione globale. In positivo, quello che è successo con il mio primo film, Lo chiamavano Jeeg Robot. Non l’avrei mai immaginato».
Dieci anni dopo quell’exploit e dopo la vittoria del David di Donatello, il suo bilancio com’è?
«Sono ancora viva, quindi buono. È andato tutto oltre le mie aspettative. Sono stata fortunata: ho lavorato con grandi registi come Carlo Verdone, Dario Argento etc. Ho fatto tante cose e ho cercato di trovare un equilibrio fra cose buone e meno buone, quando lavori troppo o troppo poco. Le oscillazioni».
Dopo un lungo periodo così intenso come si presenta?
«Odio le persone che si definiscono con quello che fanno. Se uno ha successo non vuol dire che è migliore degli altri. Diciamo che amo ciò che faccio, ma alla fine mi serve soprattutto per pagare mutuo e bollette».
Scrivendo ha scoperto qualcosa di sé che non conosceva?
«Forse la capacità di curare i dettagli, che in un racconto secondo me fa la differenza».
Cosa teme da un’esposizione di questo tipo? Si aspetta commenti tipo: “Andiamo bene, adesso la Pastorelli fa pure la scrittrice..."
«Io so che mi sono impegnata al massimo. Poi può piacere o non piacere, nessun problema. Ho cercato di esprimermi con naturalezza e per me è stato estremamente liberatorio. Non ho paura delle critiche».
A scrivere l’ha aiutata qualcuno?
«Sì, Valentina. Una giovane editor».
L’equivoco più ricorrente sul suo conto, se c’è, qual è?
«Ho avuto molti uomini gelosissimi sicuri che prima o poi li avrei traditi. Ma io sono talmente pigra che non l’ho mai fatto in vita mia. Già faccio fatica a stare con uno, figuriamoci con due».
Adesso è libera o impegnata?
«In trattativa, come sempre. Diciamo che cerco di capire. In amore sono stata sfortunata e ora l’idea della convivenza mi affatica molto. Meglio vivere in due case diverse: personalmente non riesco più a condividere gli spazi. Anche perché sono disordinatissima. Comunque, nel libro non mi sono messa tanto a nudo. Glielo dico perché un giorno, prima o poi, mi piacerebbe realizzare un libro con le mie confessioni».
Avrebbe tanto da dire?
«Non ha idea. Lo farò fra 15 anni. Adesso non posso».
Dove vuole arrivare?
«Alle Maldive, non ci sono mai stata. Sono stanca nel 2025 ho girato quattro film – vorrei una vacanza».
Lo sfizio da togliersi qual è?
«Domani farò la regia di... No, aspetti: non posso parlarne. Comunque è una cosa che mi affascina, mi sto prendendo i miei tempi per capire e studiare».
Il primo grazie, d’istinto, a chi lo deve?
«Al regista romano Gabriele Mainetti. È stato il primo a capire che potevo fare questo lavoro. Io manco ci pensavo, quando lui ha creduto in me fino in fondo. Grazie Gabriele».
L’errore peggiore fatto finora?
«Scegliere sempre uomini sbagliatissimi. Si vedeva da chilometri che non erano quelli giusti, eppure me li prendevo lo stesso».
Per caso ha avuto relazioni tossiche, violente?
«No, ma psicologicamente sbagliate sì. Ho avuto uomini che non si amavano e non sapevano amare. Da noi purtroppo manca quasi del tutto l’educazione sentimentale e, più in generale, si subiscono troppi condizionamenti dall’esterno. Se le ricorda le Letterine?».
Certo. Che vuole dire?
«Negli Anni ’90 con la tv si impose quel modello fisico che scompensò moltissimo la mia generazione: tutte volevano essere belle e magre come loro. Molte iniziarono a soffrire di disturbi alimentari».
Anche lei?
«No. Io ho tanti limiti e difetti, ma di sicuro non sono manipolabile».
E online la cosa più scema che fa e non riesce a smettere di fare qual è?
«Shopping compulsivo di stronzatine, roba di cui mi vergogno».
Tipo?
«Quattro detergenti a forma di cavallo alato, dieci pacchi di calzini neri...».
La sua peggior magagna qual è?
«Sono disordinatissima. Non riesco a venirne a capo».
I vari fidanzati le rimproveravano anche questo?
«No. Mi contestavano il distacco emotivo, che poi in realtà era solo una mia voglia di indipendenza da tutti e tutto».
Ha conti da saldare con qualcuno?
«Ultimamente ho fatto un bel po’ di terra bruciata».
Addirittura?
«Ho capito che c’erano persone nella mia vita che, nonostante i miei sforzi per capire e far capire, non avevano né la voglia né l’energia per fare altrettanto e venirmi incontro. E allora visto che abbiamo già tanti problemi, meglio tagliare e farne a meno. Ora intorno a me ho solo il meglio».
A conti fatti, è più coraggiosa o incosciente?
«Coraggiosa. Che poi per me vuol dire avere paura ma in qualche modo provare a superarla».
Con Amadeus com’è andata nel suo Suzuki Music Party?
«Gli sono stata accanto come ho potuto, mi sono trovata bene e mi sono anche divertita. Per lui era un canale nuovo, dopo anni in Rai. Per me non è andata male».
Ha appena finito di girare il film “A prova d’amore” di Emiliano Corapi. Il suo personaggio viene pagato dalle mogli che vogliono mettere alla prova la fedeltà dei mariti: quanti hanno ceduto?
«Tutti, tranne uno. Forse...».
Quando vinse il David di Donatello nel 2016, per scherzare su chi fa discorsi accorati e impegnatissimi, disse senza alcun motivo: “Ringrazio Bobo Vieri...”. Lui l’ha mai ringraziata per quella citazione così lunare e divertente?
«Mai. Una volta lo incontrai per caso a Milano e forse fece una battuta, non me lo ricordo».
Sia sincera: dopo quel debutto cinematografico, con tanto di premio più ambito per un’attrice, sull’invidia potrebbe tenere un corso all’università, vero?
«Ahahahaha... (ride, ndr). Questa dell’invidia è una cosa che mi fa star male da sempre. Io non ne soffro, ma sul tema potrei scrivere anche un saggio. Di mille pagine».