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 2026  gennaio 11 Domenica calendario

Intervista a Diego Abatantuono

Una telefonata allunga (anzi, cambia) la carriera. “Ero a casa di una ex fidanzata, squilla il telefono, allora c’era ancora e solo la rete fissa, ed era per me. Noi stupiti. Dall’altra parte della cornetta, dopo un po’, riconosco la voce di Pupi Avati, mi cercava per offrirmi un ruolo in un film. Io non ero neanche la prima chiamata, la prima scelta, ma la seconda. Però mi ha trovato e tutto è cambiato…”.
La “prima” era Lino Banfi, la “seconda” Diego Abatantuono, “la terza, Pupi, non me l’ha mai rivelata”.
E allora via alle riprese a Bologna, poi la villa di Fregene, il grigiore da mare d’inverno, gli anni degli yuppies, delle cravatte improbabili; delle improbabili ascese (economiche) e dei crolli altrettanto repentini; gli anni dell’andare avanti senza voltarsi mai.
Lì, di lato, con un sussurro di quarant’anni fa, Pupi Avati scrive, sceglie il cast e inizia a girare uno dei suoi gioielli, Regalo di Natale, con Diego Abatantuono all’esordio in un dramma, e da protagonista.
Gianni Cavina ricorda: “Sul set pensavamo fosse un filmino delicato, semplice, a basso costo”.
Quando sei sul set difficilmente capisci se stai girando un grande film o una pellicola che può entrare nella storia. Al massimo ne puoi valutare la bontà; (pausa) io lo trovavo interessante, poi i miei interrogativi vertevano su altro.
Su cosa?
Era il mio primo ruolo serio; la preoccupazione, e anche quella di Pupi, era immaginare la reazione del pubblico, se avrebbe accettato il passaggio dal comico, molto comico, al drammatico. Dopo di me, questo tipo di esperimenti sono toccati ad altri attori e non è andata sempre bene.
Avati ha guardato oltre.
Cercava la sorpresa, l’inaspettato. È stato bravissimo: sul set mi seguiva, rassicurava, consigliava. Se dopo un ciak la frase era “va bene così”, non replicavo, perché mi ero affidato.
In Regalo di Natale ha confermato una massima: è più semplice passare da ruoli comici a drammatici, non l’inverso.
Se sceneggiatura e regia sono di maestri come Pupi Avati è più semplice; dal serio al comico è un’altra storia, soprattutto se non hai un talento naturale, perché certi automatismi non li impari.
Secondo Fabrizio Bentivoglio…
(Interviene, subito) Con lui siamo molto amici.
In un libro spiega come la sua generazione provava vergogna nel far ridere, come fosse una deminutio.
(Sorride) Mai provato tale sentimento, certo dipendeva da quale film stavo girando; (ci ripensa) nel nostro gruppo, quello formato con Claudio Bisio, Antonio Catania o Gabriele Salvatores, quando prendevamo una risata eravamo soddisfatti.
Sempre per Bentivoglio bisogna stare molto attenti quando si è sul set con lei.
Lo so, secondo lui cambio le battute della sceneggiatura.
È vero?
Arrivo dal comico, se la scena lo permette, se c’è lo spazio, se si mantiene la medesima tensione, allora posso cambiare qualcosa; (cambia tono) poi c’era il tenere duro per non ridere…
Tradotto?
Sul set, o sul palco, a quel tempo tra di noi partiva una lotta sottile per strappare la risata all’attore che avevi davanti. Che poi erano sempre amici.
Giocavate a mandarvi fuori giri.
Tutti giocavano a tenere duro. E su questo ero molto forte, vincevo.
Questo gioco lo ha testato in Regalo?
Meno, nonostante il forte senso dell’umorismo di Pupi. Era diverso il contesto, le scene erano tutte drammatiche.
Lei arrivava da un momento drammatico.
Altamente, perché all’improvviso ero senza un soldo.
Un po’ come il protagonista del film.
Senza immaginarlo, ero spoglio di risorse economiche: il commercialista non aveva pagato le tasse né l’Iva; poi altre mancanze, altri buchi e, all’oscuro della realtà, avevo acquistato una casa, la stessa che ho oggi. Il film di Pupi corrispondeva a una nuova fase della mia vita, non solo professionale.
Sul set era in soggezione?
Caratterialmente non mi è mai capitato. Poi mi sentivo protetto da Pupi e gli altri attori tutti molto carini.
Carlo Delle Piane non era un uomo semplice.
Solo nella vita privata, mentre sul set era un professionista paziente, coinvolgente…
Nel privato.
Non potevi toccarlo, non potevi avvicinarti, bisognava evitare la stretta di mano o gli abbracci.
Iper-igienista.
Puliva tutti gli oggetti e anche a tavola sapevamo che era gradito non stargli troppo vicino. Anche qui, Pupi mi aveva preparato e bastava seguire quelle piccole regole per non creare problemi.
Lei si prepara al set.
Chiedo, mi informo, cerco di non arrivare da sprovveduto e la stessa cosa successe con Gian Maria Volonté.
Altro soggetto non semplice.
Prima di Un ragazzo di Calabria chiesi a più persone dei consigli, e tutti: “Attento, Volonté è strano”. Ai consigli aggiunsi un particolare rispetto: lo consideravo uno dei più grandi attori al mondo, e avevo accettato di girare il film proprio per stare con lui e con Luigi Comencini (regista della pellicola, ndr).
Torniamo a Regalo: c’è Alessandro Haber.
Con lui ho lavorato tanto, è bravissimo e ha un approccio non comune: con lui sul set puoi anche litigare; (sorride) abbiamo girato insieme in Per amore solo per amore (di Giovanni Veronesi, ndr) e lì Haber interpreta Socrates al quale tagliano la lingua dopo la prima scena. Quindi muto. Eppure ha vinto il David di Donatello.
Infatti si è dichiarato portafortuna altrui.
Anche per Regalo di Natale, a Venezia, vinse Delle Piane; per Il toro (di Carlo Mazzacurati, ndr) la Coppa Volpi l’hanno assegnata a Roberto Citran, non a me.
Benedetti da Abatantuono.
Vabbè, poi qualche premio l’ho ricevuto; (ci pensa, un po’) non giro i film pensando ai premi, a me piace conoscere le persone e mantenere i rapporti pure dopo la fine delle riprese.
Secondo Fausto Brizzi lei è la persona più divertente, uno di quelli che a tavola fa la differenza.
La nostra esistenza è stata costellata da serate uniche; (cambia tono) ne parlavo l’altro giorno con Christian De Sica: tutta la nostra vita è stata come il Capodanno degli altri.
Festa perenne.
Per questo la sera in cui io e molti miei colleghi ci rompiamo i maroni è proprio quella di Capodanno, quando sei obbligato a divertirti.
De Sica narra di feste memorabili, folli, negli anni del Ciucheba a Castiglioncello.
Ci arrivai che avevo 16 anni, quando ero ancora il tecnico delle luci dei Gatti, e abbiamo passato anni fantastici, gareggiavamo su tutto, anche a chi beveva più whisky sott’acqua.

Eh…

Con Enzo Trapani andavamo in apnea con in mano la bottiglia e vinceva chi ne trangugiava la maggiore quantità. Ero avvantaggiato perché nuotavo.

È competitivo
Se gioco è per vincere.
E con il poker?
Ogni tanto, su qualche set. Lo conosco bene perché in varie sere della mia infanzia ho visto o miei genitori con le cinque carte in mano. Ho l’immagine di loro al tavolo avvolti dal fumo; (abbassa di un tono) non ho mai avuto il vizio della sigaretta, ma se oggi ho la bronchite credo sia per quegli anni.
Nel 1986 uno dei maggiori successi al cinema è Yuppies con De Sica, Jerry Calà, Massimo Boldi. Sembra l’altra faccia di Regalo di Natale.
In teoria sarei potuto starci anche io, rappresentava il mio filone artistico: quei film incassavano tanto.
E il suo nome già “spostava”.
Ne ho girati anche dodici in due anni, con una gestione malaugurata che ha esaurito il mio personaggio prima del tempo.

Sono in Sballato, gasato, completamente fuso con due big come Edwige Fenech ed Enrico Maria Salerno, ma il titolo riprende un mio tormentone; idem per Scusa se è poco con Monica Vitti e Ugo Tognazzi.
In Fantozzi la scena con lei è storica.
Sì, ma il personaggio di Paolo Villaggio era e resta potentissimo a prescindere da me.
I suoi film se li trova in tv, li vede?
Dipende dall’umore: se sono allegro e in compagnia, mi diverto; se sono solo mi posso immalinconire, perché ti vedi giovane, ricordi periodi particolari, amici straordinari, fasi magnifiche.
Dove… ?
Ridevamo 24 ore al giorno ed è impossibile mantenere quel ritmo, devi modificarlo a seconda dell’età e invecchiare non è il massimo.
Allora 40 anni fa, la chiamata di Avati.
Ero in quella casa per puro caso: con la ragazza del periodo ci eravamo lasciati, ma stavo lì per salutare la figlia di cinque anni; prima di me aveva tentato con Lino Banfi e non ho mai saputo chi c’era dopo di me.
Andò al Festival di Venezia?
Lì venni coinvolto in una serie di colpi scena con in mezzo Fabrizio Corallo.
Quali?
Fabrizio sapeva tutto, aveva le informazioni sottobanco, così arrivava da noi e ci aggiornava delle varie possibili decisioni della giuria: “Diego, pare che hai vinto la Volpi”; “No, la Coppa a tutti e quattro…”. “No, alla fine va a Carlo”.
Ci rimase male.
No, era importante esserci. E da lì si è spalancata, da subito, una stagione nuova.
I colleghi di “prima” l’hanno guardata con occhi diversi?
La nostra carriera si sviluppa con modalità imprevedibili, ci sono attori magari bravi quanto me, con meno fortuna.
Come Mauro Di Francesco?
Sul comico era fortissimo, con un carattere particolare, poi è stato sfortunato perché al primo ruolo da protagonista, il film è andato male (Puro cachemire, ndr).
Di Francesco ha raccontato al Fatto del vostro pranzo a casa di Ugo Tognazzi.
Quando abbiamo mangiato il fegato di pesce crudo?
Sì.
Un’altra volta, con Ugo Conti, ci sediamo alla sua tavola e tutto il tempo Tognazzi ci parla di un dolce meraviglioso. Alla fine chiama il cameriere, gli chiede di portarlo, torna con il carrello, e vediamo un panettone tagliato a pezzi. Ugo perde la testa. Urlava. E voleva inseguirlo con il coltello in mano.
Che aveva combinato?
Il colpo di scena era la forma a tacchino: il cameriere l’aveva devastato.
Lei chi era 40 anni fa?
(Ride) Uno che ha risposto al telefono della ex.