il Fatto Quotidiano, 10 gennaio 2026
Sondaggi, fronda interna ed Epstein: per Trump stanno arrivando i guai
“Non ho bisogno della legge internazionale. Il solo limite al mio potere è il mio giudizio morale”. Le parole che Donald Trump ha consegnato nella recente intervista al New York Times sono la conferma della scarsa considerazione che il presidente Usa nutre per regole e procedure. A proposito di “morale”, da un sondaggio Npr/Ipsos emerge un quadro sensibilmente diverso. Al 61 per cento degli americani piacerebbe che gli Stati Uniti fossero “leader morali” del mondo. Solo il 39 per cento pensa che lo siano per davvero. L’idea di morale del presidente non coincide con quella della maggioranza dei suoi connazionali. È il segno che qualcosa comincia a rompersi tra l’America e Trump.
Negli Stati Uniti sono tempi di proclami, attacchi, minacce. Venezuela, Groenlandia, Cuba, Messico, Colombia: lo slancio imperialista Usa si scatena senza i vecchi limiti e mascheramenti. Nessuno parla più di nation building ed esportazione di democrazia. “Il mondo reale è governato dalla forza, è governato dal potere”, ha detto Stephen Miller, uno dei principali collaboratori di Trump. Se nel mondo i sentimenti prevalenti sono paura e sorpresa, all’interno dei confini si respira un clima diverso. I fatti di Minneapolis sono stati, per molti, un campanello d’allarme. In città l’amministrazione fa di tutto per alimentare le tensioni. Il Minnesota Bureau of Criminal Apprehension, la polizia locale, è stata esclusa dall’indagine sull’uccisione di Renee Nicole Good. Il Dipartimento alla sicurezza nazionale annuncia l’intenzione di riesaminare migliaia di casi di rifugiati. Aumentano le truppe federali in città. Non tutti, tra gli stessi lealisti di Trump, sembrano però convinti che sia la strategia più giusta. Tom Homan, lo “zar del confine” di Trump, si è lasciato andare a un riflessivo “lasciamo fare all’inchiesta”. E diversi repubblicani attaccano la segretaria alla Sicurezza nazionale, Kristi Noem, per aver scagionato subito e senza dubbi l’agente omicida. “Non si è mai visto un funzionario del governo arrivare a queste conclusioni mentre l’indagine è in corso”, dice il senatore Thom Tillis. Non è come attaccare Trump, ma poco ci manca.
Ad attaccare apertamente Trump ci pensano però altri repubblicani. Sono cinque i senatori del Gop che hanno votato con i democratici per costringere Trump a passare per il Congresso prima di lanciarsi in nuove avventure venezuelane. “Non dovrebbero mai più essere eletti”, ha tuonato il tycoon. Uno dei “ribelli”, Rand Paul, non si è lasciato intimidire e ha rilanciato: “Farò di tutto per evitare l’azione militare in Groenlandia”. C’è poi la Camera, un tempo culla dei Maga più duri e puri. Qui diciassette repubblicani hanno votato con i democratici per rinnovare i sussidi dell’Obamacare, che per Trump equivalgono all’opera del demonio. Sanno che quei sussidi sono popolari tra gli americani. Temono che cancellarli equivarrebbe alla loro fine politica. Se poi da Washington ci spostiamo alla periferia, le cose non vanno meglio per l’amministrazione. I repubblicani dell’Indiana si sono rifiutati di votare il ridisegno dei collegi elettorali chiesto dalla Casa Bianca. Da gennaio a dicembre, Trump ha poi firmato 225 ordini esecutivi, 56 memorandum, 114 proclamazioni. Arresti di migranti. Deportazioni. Migliaia di dipendenti federali cacciati. Editti contro la libertà di opinione. Attacco a studi legali, media, università. Tentativo di levare i food stamp a 42 milioni di poveri. “Epstein Files” prima nascosti e poi, solo in parte, svelati. Archi di Trionfo sul Potomac e sale da ballo spaziali al posto della vecchia Casa Bianca.
L’azione di governo è avanzata veloce, con la grazia di uno schiacciasassi. Alla fine, choc, scontri, polemiche hanno generato stanchezza e delusione. Ciò che Trump aveva promesso in campagna elettorale, non sembra stato realizzato. L’economia americana aggiunge sì posti di lavoro – 50 mila in dicembre – ma prezzi e inflazione restano invariati. Il 45 per cento degli americani pensa che la propria sicurezza finanziaria sia oggi a rischio, di fronte al 20 per cento che ritiene sia migliorata. “Ho fatto male a fidarmi di lui”, ha detto Marjorie Taylor Greene, un tempo pasionaria trumpiana, nel presentare le sue dimissioni dalla Camera. Se lo dice lei, c’è di che preoccuparsi alla Casa Bianca.