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 2026  gennaio 10 Sabato calendario

Venezuela, lo scoop del Washington Post: Parolin voleva “portare” Maduro a Mosca

Anche il Vaticano sarebbe stato tra gli attori che, nei giorni precedenti la cattura di Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti, hanno mediato per un salvacondotto per l’ex presidente venezuelano. La notizia è del Washington Post e non è stata smentita dalla Santa Sede, già indicata nei giorni scorsi dal giornale dei vescovi, Avvenire, come mediatrice per i 28 detenuti italiani nelle carceri di Caracas. A mediare sarebbe stato il segretario di Stato, Pietro Parolin, che, alla vigilia di Natale avrebbe convocato d’urgenza Brian Burch, ambasciatore degli Usa presso la Santa Sede per chiedere dettagli sui piani Usa in Venezuela.
La domanda di Parolin sarebbe stata se Trump avrebbe preso di mira di lì a poco i narcotrafficanti oppure avrebbe operato un cambio di regime. Maduro deve andarsene, ha ammesso lo stesso Parolin, stando ai documenti, ma avrebbe esortato gli Usa a offrirgli una via d’uscita. Russa. Di cui il cardinale per giorni avrebbe tentato di parlare con il suo omologo Usa, Marco Rubio “nel disperato tentativo di evitare spargimenti di sangue e la destabilizzazione del Venezuela”, scrive il WaPo. Ed è a Burch che affida poi il messaggio natalizio: la Russia è pronta a concedere asilo a Maduro e per questo chiede gli americani di avere pazienza e convincere il dittatore ad accettare l’offerta. “Ciò che è stato proposto a [Maduro] era che se ne andasse e che potesse godersi i suoi soldi”, ha detto una fonte a conoscenza dell’offerta russa. “Parte della richiesta era che Putin garantisse la sicurezza”.
Il Vaticano è da tempo un elemento chiave nei negoziati internazionali con l’isolato governo venezuelano. Dieci anni fa, la Santa Sede ha tentato, senza successo, di raggiungere un accordo tra Maduro e l’opposizione divisa. Di recente, il Vaticano ha cercato il dialogo con il governo venezuelano attraverso gli alti esponenti del clero nel Paese, e Papa Leone XIV ha messo in guardia gli americani dall’uso della forza.
“Credo che la violenza non porti mai alla vittoria – ha detto Leone XIV a novembre – La chiave è cercare il dialogo”.
Parolin, nunzio apostolico a Caracas, profondamente interessato al Venezuela e da tempo è stato mediatore anche con Trump su Ucraina e Russia. Tavoli che si sarebbero incrociati quando il Venezuela diventa centrale anche nei negoziati tra Mosca e Kiev portati avanti dal Vaticano: “Mosca avrebbe rinunciato al Venezuela se fosse stata soddisfatta dell’Ucraina”.
Ma le cose non sono andate come Parolin auspicava e – nonostante la sicurezza di Maduro nell’ultima intervista in cui si dice al sicuro nel suo bunker – una settimana dopo, lui e sua moglie verranno catturati. Ma non c’è solo l’incontro in Vaticano. Mentre arriva la conferma di un prossimo incontro tra la premio Nobel Maria Corina Machado e Trump alla Casa Bianca, dopo che il presidente ha scaricato quella che sembrava la designata alla successione di Maduro, l’intento fallito di Parolin non sarebbe stato l’unico: sarebbero andati male anche i russi, i qatorioti e i turchi. La Santa Sede non ha smentito e con l’ufficio stampa si è detta “delusa dalla divulgazione di parti di una conversazione riservata che non riflettono accuratamente il contenuto della conversazione stessa, avvenuta durante il periodo natalizio”. Usa e Russia non hanno invece commentato. Il punto dello scoop del Washigton Post resta: “Ci sono stati sforzi globali di vasta portata per costringere Maduro all’esilio ed evitare l’intervento di Trump” che in quei giorni di Natale la giurava all’omologo venezuelano con un ultimatum che lo metteva spalle al muro, benché lui sembrasse non consapevole del proprio destino, nonché sulla decisione Usa di collaborare con l’attuale vicepresidente del Venezuela, anziché con il leader dell’opposizione che Washington aveva a lungo sostenuto. Maduro avrebbe ripetutamente rifiutato “molteplici vie d’uscita”. “Non avrebbe accettato l’accordo”, ha detto un’altra persona a lui vicina. Voleva solo starsene lì seduto a guardare la gente che creava una crisi”. E – a detta di Parolin nel dialogo con Burch – pare fosse disposto a dimettersi dopo le elezioni del 2024, ma fu convinto da Diosdado Cabello, l’intransigente ministro degli Interni, che farlo sarebbe costato la vita a lui, a Cabello e anche a Rodriguez.
Anche questa convinzione si è rivelata fallace. Gli Usa hanno optato per il “piano Rodriguez”, più consona alla successione anche per la Cia, nonostante “Delcy” e suo fratello Jorge fossero stati sanzionati proprio da Trump nel primo mandato.
A prevalere è stata una visione più pragmatica da parte Usa quando proprio gli inviati del tycoon hanno messo in dubbio le capacità di Machado “non adatta a portare avanti la transizione” nonché “senza sufficiente consenso interno” e quindi incapace di “garantire la stabilità di cui le aziende petrolifere Usa hanno bisogno”, nelle parole dello stesso Trump. E Trump ieri – a riprova dell’importanza della stabilità per i suoi interessi – ha celebrato il rilascio dei prigionieri politici in cambio di nuovi raid. Mentre comincia a guardare al Messico come possibile obiettivo nella lotta al narcotraffico.