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 2026  gennaio 10 Sabato calendario

Il governo ha dimezzato gli arresti, ma crescono sia denunce che reati

Il 25 ottobre 2025, a Venezia, accade che ben 23 indagati per furto – tutti dediti a borseggi, 20 donne e 3 uomini – vengono informati che nei loro confronti pende una richiesta di arresto. E così, tre settimane dopo, quando i carabinieri del nucleo investigativo vanno a cercarli, sono ormai irreperibili. Il merito di questo successo? È del governo guidato da Giorgia Meloni. E del ministro di Giustizia Carlo Nordio. Entrambi fautori della riforma che ha introdotto l’interrogatorio preventivo prima dell’arresto (con i risultati che avete appena letto). Ieri il Fatto ha rivelato i dati forniti da via Arenula nella sua relazione annuale sulla custodia cautelare: nei primi 10 mesi del 2025 le misure cautelari sono state 51.703, a fronte delle 94.168 del 2024, circa il 46 per cento in meno. Non sappiamo se, tra queste, vengono conteggiati casi come quello di Venezia. Ma sappiamo che ieri la premier ha dichiarato che la “sicurezza” è uno dei due “focus” del suo governo. D’altronde è così dall’inizio del suo mandato. Da una parte le parole: annunci e proclami, montagne di nuovi reati e di norme-manifesto. Dall’altra i fatti: crimini di strada in aumento, forze dell’ordine sottorganico, leggi salva-delinquenti già approvate e altre in cantiere.
È sul tema della sicurezza, storica bandiera della destra, che il governo Meloni rischia di giocarsi una buona fetta di consenso, per la troppa distanza tra la propaganda elettorale e i risultati ottenuti. Negli ultimi anni i reati denunciati sono aumentati in modo costante, arrivando nel 2024 a 2,38 milioni, il 5,5% in più rispetto al 2022. E a crescere maggiormente, secondo i dati del ministero dell’Interno (fermi al 2024), sono proprio i delitti tipici della criminalità di strada, quelli su cui ci si aspettava la svolta: furti (+9,2%), rapine (+11,4%), violenze sessuali (+6,4%), lesioni dolose (+7,2%). Però in compenso aumentano i nuovi reati (circa 48). Molti sono legati all’ordine pubblico, come il leggendario reato di rave party, inserito nel primo decreto legge dell’esecutivo: un intervento talmente urgente che finora ha prodotto zero condanne (secondo Nordio perché grazie a lui sono scomparsi i rave). C’è poi per esempio il reato universale di maternità surrogata, la “morte e lesioni come conseguenza di delitti in materia di immigrazione clandestina”, l’abbattimento di esemplari di orso bruno marsicano, il blocco stradale, la rivolta in carcere anche se con resistenza passiva, la cosiddetta norma “anti-no Ponte” che punisce più severamente la resistenza a pubblico ufficiale se commessa “al fine di impedire la realizzazione di infrastrutture”. E poi il pugno duro contro le detenute madri o minorenni: le condannate incinte, o madri di bimbi più piccoli di un anno, possono finire in carcere o negli Istituti a custodia attenuata per le detenute madri (Icam). Interventi che poco influiscono sulla sicurezza (o sulla percezione di sicurezza) del cittadino comune. Il governo avrebbe potuto per esempio eliminare la procedibilità a querela, che fa cadere reati come il borseggio, introdotto dalla Cartabia. Non l’ha fatto. Eppure accadono casi come quello di 2 albanesi a processo per aver rapito, legato e imbavagliato un 22enne – aveva comprato marijuana da loro – che però ha ritirato la querela: l’accusa di sequestro di persona cade, nonostante la prova fosse già stata riconosciuta dal gip.
Passiamo al capitolo espulsioni e rimpatri. Non sono mai facili né immediati, comunque molto costosi (e peraltro molti Paesi non intendono riprendere i propri connazionali), ma va registrato che anche il croato che ha ucciso il capotreno a Bologna era destinatario di un’espulsione mai avvenuta. E pure il peruviano che ha ucciso Aurora Livoli (un certificato medico aveva accertato la sua inidoneità a transitare dal Cpr). Un anno fa abbiamo però rimpatriato alla velocità della luce Osama (Njeem) Almasri, generale libico, ex capo della Polizia giudiziaria di Tripoli, arrestato dai nostri poliziotti e ricercato dalla Corte Penale Internazionale (CPI) per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, torture, omicidi e violenze su detenuti (persino minori) dal 2015 in poi. Avremmo dovuto consegnarlo alla Cpi. E invece l’abbiamo rimandato a casa sua. Il motivo? A dimostrazione che la parola “sicurezza” si può usare in tutte le occasioni, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi spiegò che fu rimpatriato per “salvaguardare la sicurezza dello Stato e la tutela dell’ordine pubblico”.