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 2026  gennaio 11 Domenica calendario

Intervista a Ludovico Tersigni

«Durante le riprese di Skam con i miei compagni di set scherzavamo su quale fosse il superpotere che ci sarebbe piaciuto avere: il mio era la sparizione. Ed ecco, a un certo punto, io sono sparito». Era uno degli attori più promettenti e richiesti della sua generazione Ludovico Tersigni: film con Muccino e Molaioli, una serie di culto come Skam, mentre in Summertime, ultimo titolo che gli è accreditato, si trova a incarnare un quasi se stesso, ventenne di successo che si perde, alla confusa ricerca di un posto nel mondo. E a coronamento di questo periodo, nel 2021, “X-Factor”, nel ruolo che era stato di Alessandro Cattelan. Dopo di che è sparito dai radar della tv e del cinema. Lo ritroviamo ora, quasi cinque anni dopo, nelle vesti inattese di scultore: protagonista di una collettiva di giovani artisti alla Galleria Emmeotto di Roma e di una personale,, “Luz. Viaggio verso la redenzione” alla MiArt Gallery di Milano, dove una serie di sue sculture – specie di fiammelle rapprese nel metallo – si affiancano a qualche tela.
Cosa è successo?
«A una serie di coincidenze dovute a pressioni lavorative si è aggiunto il Covid. Mi sono trovato a riflettere: stavo correndo a vuoto, dove non sapevo neppure io. La testa in burnout. Non che quello che stavo facendo non mi piacesse, ma ero arrivato al limite: sentivo una forza che mi spingeva da un’altra parte rispetto a quello che stavo vivendo. Ho deciso di seguire quell’onda».
Troppa pressione, troppo presto?
«Non sono l’unico. È accaduto anche ad altri, proprio della mia generazione. In un’età in cui avresti bisogno di dedicarti maggiormente a te stesso, non ci riesci più, e allora ti senti perso».
A che età ha cominciato a recitare?
«Fin dalle elementari. Ma mai niente che stravolgesse la mia vita. Al Liceo Classico di Anzio ero in una piccola compagnia amatoriale, dove ho praticato ogni tipo di mestiere, dall’attrezzista in su. Per promuovere tra i turisti i nostri spettacoli giravo tra gli ombrelloni: ogni biglietto venduto una piccola vittoria. Adoravo recitare: condividere con altre persone il tempo di una sera della tua vita era una bellissima sensazione. Che però ho perso passando davanti alla macchina da presa. L’avrei riprovata a “X-Factor”, che infatti è un’esperienza che ricordo con molto piacere».
Ma è proprio allora che è sparito.
«A 18 anni avevo iniziato a conoscere la pazienza del set: ore e ore ad attendere di fare qualcosa che dura pochi minuti. A 25 anni volevo riprendere il tempo che avevo lasciato in camerino. Sfruttavo quei vuoti leggendo, ma la lettura non basta per riempirli se la tua indole è attiva e creativa».
E il passaggio dal teatro amatoriale al cinema?
«Colpa di zio, come ho sempre detto».
Prego?
«Diego Bianchi. Stava preparando Arance & Martello e nella storia aveva messo uno studente che un po’mi somigliava. O forse ero proprio io: lo aveva anche chiamato come me. Così pensò di farmelo interpretare. Rifiutai: “Non me la sento: mai fatto cinema”. Il giorno dopo però mi chiama la mia cuginetta di sei anni, sua figlia, e mi minaccia: non mi avrebbe più rivolto la parola se non avessi accettato».
Vittima di una congiura di famiglia, insomma?
«E del caso. Pensavo che tutto sarebbe finito lì. Invece si innescò un effetto a catena. Il film andò a Venezia, dove incontrai una signora che credevo la mamma di un altro attore del cast e che invece era un’agente piuttosto importante: tornata a Roma mi cercò e mi volle in agenzia. Vennero il film di Muccino e quello di Molaioli. Stavo finendo il liceo, pensavo di continuare a studiare. E invece arriva Skam. È stato sempre così: ogni volta che pensavo di fermarmi, venivo ricatturato»
Finché non ne ha potuto più ed è entrato in clandestinità?
«La mia vita è un continuo tira e molla. Mi sono trovato a passare da un ruolo all’altro, obbedendo alle regole di un mestiere che per sua natura non ne ha».
È a questo punto che si è messo a dipingere e scolpire?
«Con un papà pittore e un nonno restauratore, era abbastanza naturale: le mie prime sculture precedono la mia pausa da attore. Solamente non lo dicevo in giro. L’artista e l’attore si sono sempre affiancati».
C’è altro cui si è dedicato in questi anni senza cinema?
«Surf e arrampicata, yoga, libri, studio, viaggi (Usa, Argentina, India). E finalmente mi sono fermato a pensare, che è cosa purtroppo assai sottovalutata».
Tornerà mai più a recitare?
«La porta per nuove proposte è aperta (seppure senza fretta): quando una cosa inizi a farla fin da bambino ti si insinua nel profondo e non puoi più sradicarla. Il rifiuto non è per il mestiere ma per le dinamiche che lo circondano».
Ha interpretato personaggi che, a sentirla oggi, le erano come cuciti addosso, con le sue stesse insofferenze e sofferenze.
«Penso semplicemente che io stavo vivendo – e i miei personaggi rappresentavano – momenti di passaggio davvero comuni a una certa età. Passati i 25 anni, inizi a vedere vicino il traguardo dei 30 e a farti domande un po’più complesse sulla vita, chi sei, dove vuoi andare e dove invece stai andando. E soprattutto qual è il messaggio che porti: come attore. In un mestiere fatto di parole, sguardi e prossemiche, il rischio è perdere i punti di riferimento i e svalutarlo».
Lockdown e Covid hanno contribuito?
«Per me e per tutta la mia generazione è stato una stoccata mortale alla nostra percezione della vita e della socialità. È cambiato tutto, costretti a un periodo di introspezione obbligatoria (un lusso ma anche una disgrazia), di solitudine e isolamento non preventivate».
Un incubo.
«Durante il lockdown – passato a casa dei miei a Nettuno –, ho scoperto la nostalgia e la malinconia, aggredito dai ricordi che erano chiusi nei cassetti dell’infanzia, dove li aveva riposti mamma. Ma è anche accaduto che le relazioni amicali si siano definitivamente trasferite dal mondo normale a quello social».
Tra le sue mete anche l’India: un caso?
«È stato un percorso anche filosofico (c’entra lo yoga e il libro di Mircea Eliade su questa pratica). È sfociato in un romanzo di formazione: “Ci vediamo oltre l’orizzonte”, storia non a caso di un burnout».
Non a caso perché?
«Perché si può scrivere solo di cose che si conoscono bene. È nato come una specie di compendio diaristico molto personale di cose da non dimenticare. Poi Rizzoli lo ha pubblicato».
E ora, Tersigni?
«Ora un paio di corti, che sto contribuendo a scrivere e che interpreterò. Oltre a qualche provino (già fatto) per rimettermi in gioco. Ancora studio. Però, come dice lo scrittore Javier Marìas nel suo romanzo Un cuore così bianco, trovo che come domanda non abbia senso perché il futuro è del futuro: chiedersi in continuazione cosa sta nel futuro significa togliere valore a ciò che stiamo vivendo adesso e a tutto ciò che abbiamo vissuto prima».