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 2026  gennaio 10 Sabato calendario

Enrico Fabris: "Le Olimpiadi ti segnano per sempre Milano-Cortina come Torino 2006"

Da Torino a Milano e Cortina. Sono passati vent’anni e la vita di Enrico Fabris torna a legarsi ai cinque cerchi, dopo i due ori e il bronzo intagliati nel ghiaccio dell’Oval, quando iscrisse il suo nome sulla Walk of fame dello sport italiano, dove campeggia tra le statue del Foro Italico. Indossò per la prima volta i pattini che aveva sei anni e la velocità da allora è stata il suo mestiere; almeno fino al 2011, quando annunciò il ritiro con trent’anni sulle spalle, due ginocchia malandate e tre medaglie olimpiche al collo.
Ora che le primavere sono diventate 44, tornerà anche per lei a spirare il vento olimpico. Emozionato?
«Sarà un grande evento, come lo fu quello di Torino. Io questa volta sarò dietro le quinte con il ruolo di Deputy sport manager del comitato organizzatore. Un passo indietro, ma non meno impegnato».
Un pizzico di nostalgia?
«No, al contrario. Penso di essere fortunato a poter rivivere le Olimpiadi in questa nuova veste».
Se si volta indietro, cosa le è rimasto di quei giorni torinesi?
«La passione della gente, il grande calore dei volontari che ci stavano sempre vicino e non vedevano l’ora di festeggiare con noi. E poi le bandiere italiane che sventolavano davanti a me sul podio della Medal Plaza in piazza Castello: ci salii per tre volte e furono tutte indimenticabili».
Tra una gara e l’altra c’era il modo di staccare la spina?
«Stavamo sempre tra di noi del pattinaggio, non c’era modo di uscire o fare comunella con gli altri atleti, ma ricordo ancora le infinite partite a biliardino con i ragazzi della squadra e lo staff. Una cosa tipicamente italiana».
Riusciste a celebrare tutti insieme quei trionfi?
«Sì, l’ultima sera prima della partenza. Andammo ai Murazzi e fu una lunga notte di festa».
Ripensando a quei giorni, in che modo pensa che questi eventi stiano evolvendo?
«Oggi, rispetto ad allora, ci sono i social. Successi e lacrime non si condividono con amici stretti e compagni di squadra, ma con tutto il mondo».
Cosa vuole dire a quei ragazzi che s’apprestano a gareggiare?
«Di vivere questi giorni fino in fondo. Le Olimpiadi sono un dono, disputarle in casa è qualcosa di irripetibile, che ti segna per sempre. Così è stato per me e così, ne sono certo, sarà anche per loro».
È stata dura ritrovarsi dopo il ritiro?
«Penso sia normale un attimo di smarrimento dopo aver dedicato allo sport tutta la vita, ma ho saputo ritrovare la mia dimensione nel piacere per le piccole cose. Ecco, diciamo che ho continuato a trovare soddisfazione nelle sfide di tutti i giorni».
Quali sono oggi le sue sfide?
«Sono tornato nella mia Roana, do una mano alla società in cui sono cresciuto, vivo a pieno mia moglie Anne, che è al mio fianco sin da quando gareggiavo, e i miei figli Chanel e Marcel, di 14 e 12 anni. Lei fa danza, lui invece ha iniziato a pattinare».
Con il pattinaggio, però, non vi siete mai persi troppo di vista. Un po’ come certi amori, che poi ritornano?
«Ho allenato fino al 2022 come assistente alle Olimpiadi in Corea e a Pechino. Poi ho smesso per avvicinarmi alla famiglia. Intanto faccio parte della commissione tecnica dell’Isu, la Federazione internazionale. Quindi sì, il pattinaggio è il mio passato ma anche il presente e chissà, forse anche il futuro».
Poi c’è la musica.
«Sì è vero. Da ragazzo avevo iniziato a strimpellare con la chitarra elettrica, ma non c’era il tempo di approfondire: gli allenamenti, le gare in giro per il mondo, insomma c’era solo il pattinaggio».
Finita la carriera sportiva, però, poteva iniziarne un’altra. Giusto?
«Sì. Ho fatto passare qualche anno, poi ho preso delle lezioni e ora suono in una band, i Ragemaker, in onore dell’omonimo gruppo tedesco».
Heavy metal, non si risparmia neanche sul palco?
«Abbiamo iniziato con le cover dei Rage, ora però spaziamo tra rock e metal. Ci divertiamo: siamo tutti ragazzi di Roana e Asiago, ci conosciamo da un po’ di tempo».
Ora che non pattina più quali sono i suoi sport?
«Sono un uomo di montagna. Amo le escursioni, lo sci di fondo e lo sci d’alpinismo. D’estate, quando la neve si scioglie, c’è la mountain bike. In un modo o nell’altro quei sentieri restano la mia strada.
Il suo libro del cuore?
«Il bosco degli urogalli di Stern».