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 2026  gennaio 10 Sabato calendario

Intervista a Marco Giallini

«Mio padre quando rientravo a casa sentiva la chiave nel portone, spegneva la luce sul comodino e finalmente poteva dormire, dopo essersi fumato nell’attesa almeno un pacchetto di Marlboro. Oggi è diverso, come tutti sto sempre con il telefono in mano, i figli li chiamo io, gli chiedo “state a arriva’? “, quando mi dicono di sì e aggiungono che non hanno mangiato, nell’attesa mi metto a spadellare». C’è un argomento di cui Marco Giallini è sempre felice di parlare, un tema che non lo annoia mai e che, a dire la verità, regala infinite sorprese, anche in ambiti inattesi: «Parlo dell’ornitorinco».
In che senso?
«Sì, davvero. Mio figlio mi ha spiegato da dove viene il nome ornitorinco, dagli uccelli, e mi ha anche detto che è l’unico mammifero al mondo che depone le uova. So che sembra una banalità, ma la cosa di cui sono più contento è che tutti e due i miei figli hanno fatto il liceo classico, si sono iscritti all’università, conoscono bene le lingue. Guardano i film in inglese, senza sottotitoli, e ridono alle battute, a me fa pure un po’ impressione… Io non capisco niente e allora ogni tanto chiedo “ma che te ridi?"».
Lei al liceo non è andato. Avrebbe voluto?
«Sognavo di andarci, ma non c’erano proprio le condizioni, e non perché i miei non avrebbero voluto, ma era complicato, le priorità erano altre, dovevo trovare un lavoro. Però la cultura umanistica mi è sempre piaciuta, e dopo, in qualche modo, mi sono rifatto. I miei figli, invece, hanno preso la maturità a pieni voti».
Se pensa a sé stesso, di che cosa è più soddisfatto?
«Di aver fatto una vita varia, di aver affrontato tante situazioni e tanti problemi differenti, insomma, almeno finora, ho saputo barcamenarmi in qualsiasi contesto. Da ragazzo non avrei mai pensato di raggiungere certi traguardi, ci speravo, certo, ma non immaginavo di riuscire a fare l’attore, di avere successo. Di questo sono soddisfatto, e poi, scusi la retorica, ma sono contento di poter leggere negli occhi dei miei figli la felicità di avere questo padre… direi un po’ sopra le righe».
Qual è stato l’incontro fondamentale della sua vita?
«Domanda semplice, quello con mia moglie. Prima di incontrarla ero uno che si giocava i soldi sulle corse in motocicletta, se non avessi incrociato lei starei ancora a fare le impennate sull’Olimpica, su una ruota sola… A farmi male ho provato in tutti i modi… Eravamo due ragazzi splendidi, ci siamo donati l’uno all’altra, lei ha dato un senso a tutto il casino che facevo, ha messo a posto le cose».

Da giovedì 15 sarà nei cinema con il film di Christian Marazziti Prendiamoci una pausa. Lei, nei rapporti con le donne, se l’è mai presa una pausa?
«No, in genere sono loro, le donne, a prendersi le pause. E io aspetto. Se una cosa è veramente importante si cerca in qualche modo di smussare gli angoli. Con mia moglie, per esempio, non mi è mai capitato. Altro che pause, magari mi arrivava un calcione nel c..., quello sì. Oppure la scarpa sulla capoccia, me le lanciava dalla scala, e io facevo le finte per cercare di evitarla».
Quando una storia non funziona più, come si comporta?
«Aspetto che sia lei, la donna, a fare il primo passo. Non ho mai mandato via nessuno, se si capisce che le cose non vanno e lei dice “a Ma’, è meglio che me ne vado”, io rispondo “Dici?"».
Comunque lei con le donne ha un certo successo. Come vive il passare degli anni?
«Faccio finta di non farci caso, a parte il fatto che la mattina faccio fatica a tirarmi su… il resto è uguale a prima. Ho da poco ricominciato a fare bene ginnastica, ho avuto una specie di risveglio, vado in palestra, faccio fisioterapia, voglio continuare a piacere fino all’ultimo minuto».
A 15 anni dalla scomparsa di sua moglie, oggi è di nuovo innamorato?
«Mi pare di sì».
È fedele?
«Sono sempre stato un ragazzo serio, lo giuro. C’è stato solo un periodo in cui non ci facevo tanto caso, mi pareva come se nessuno soffrisse, non ero fidanzato, mi dilungavo un po’ nei rapporti… sono stato un po’ matto, poi ho capito che, comportandosi così, alla gente si può anche fare del male, allora ho smesso».

Sta per riprendere a girare la serie tv Rocco Schiavone. Che cosa le ha dato quel personaggio?
«Comincio le riprese a fine febbraio, starò ad Aosta almeno per due mesi e mezzo. Il personaggio di Schiavone mi racchiude, è uno che non rinuncia alla battuta, interagisce con i superiori e con i sottoposti in modo sempre un po’ ironico e a me quella caratteristica piace molto, forse perché io sono fatto così. Ormai Aosta è casa mia, quando ci torno è come se non me ne fossi mai andato, conosco chiunque, le persone, i ristoratori. Per strada mi chiamano tutti Rocco, viene la gente da fuori a cercare la casa di Schiavone, pure i tedeschi, perché la serie in Germania è andata molto bene».
Che cosa le manca di più oggi?
«A livello professionale tante cose. Vorrei tornare a lavorare con Verdone, con Genovese, con Marco Risi, che mi ha scoperto, scegliendomi per L’ultimo capodanno, e con Edoardo Falcone, il regista di Se Dio vuole, una commedia scritta molto bene. E poi con Claudio Caligari che, purtroppo, ci ha lasciato. Naturalmente mi piacerebbe recitare in un film di Paolo Sorrentino e di Matteo Garrone».
Come sceglie i film da girare?
«Vado a umanità. Contano i partner, le persone con cui mi trovo bene».
Qual è il lato spiacevole della celebrità?
«Mi riconoscono per strada, è una cosa molto bella, ma vuol dire anche che non posso uscire di casa, che andare al cinema sia sempre un po’ problematico. Appena mi vedono cominciano a chiedermi l’autografo oppure vogliono la foto e io sono uno che non dice mai di no. Penso sempre che, se una persona ha tirato fuori anche un solo euro per andare a vedermi, allora non è giusto sottrarsi, non mi piacciono gli attori che si scocciano e tirano dritto. A me capita spesso che la gente, al semaforo, si fermi, tiri giù il finestrino, e cominci a chiedere... domande, curiosità, appuntamenti...». —