La Stampa, 10 gennaio 2026
Quando l’arte diventò liquida
Il lustro che avrebbe cambiato per sempre il mondo iniziò 25 anni fa con due eventi apparentemente distanti. Il 9 gennaio 2001 Apple lanciava iTunes, applicazione che proponeva le canzoni come file scaricabili e acquistabili singolarmente. Il 15 gennaio esordiva Wikipedia, l’enciclopedia online che mostrava come la conoscenza possa generarsi per accrescimento orizzontale, senza centro né gerarchie. Cinque anni dopo (curiosamente sempre a gennaio), Nikon annunciava l’abbandono delle fotocamere a pellicola, Western Union chiudeva negli Usa il servizio telegrammi, in funzione da prima della guerra di secessione. Ad aprile sarebbe nato Spotify, l’anno successivo Netflix e i Kindle, i lettori di ebook di Amazon. Presentati come semplici innovazioni tecnologiche, avrebbero segnato la fine di un’epoca: quella in cui l’arte, la memoria e la comunicazione presupponevano l’esistenza di un supporto.
La celebre riflessione sull’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica individuava nella perdita dell’«aura» – il qui e ora irripetibile dell’oggetto artistico – il prezzo della democratizzazione culturale. Ma era il 1935 e Walter Benjamin ancora ragionava dentro una logica della presenza: la fotografia e il cinema moltiplicavano l’opera, non la cancellavano. Oggi non siamo di fronte alla riproducibilità seriale dell’oggetto d’arte, ma alla sua smaterializzazione. La fotografia non giace più nel cassetto, testimone ostinata del tempo trascorso, con le pieghe e i bordi ingialliti. Ora esiste nel cloud, duplicata automaticamente, priva di singolarità. Non più un negativo originale, fragile e prezioso, ma un file Raw, una matrice di numeri infinitamente riproducibile e manipolabile.
Anche ascoltare un disco in vinile aveva il sapore del rito: si estraeva dalla custodia, si posizionava sul piatto, si abbassava la puntina. C’era attesa, gesto, attrito, con il crepitio iniziale e le imperfezioni come parte integrante dell’esperienza estetica. Oggi Spotify elimina ogni mediazione materiale, la musica appare istantanea, levigata, intercambiabile. Non si ascolta più un album, si consumano playlist algoritmiche, in un flusso sonoro infinito in cui la musica diventa tappezzeria, onnipresente eppure inconsistente.
La materialità del supporto non è un dettaglio accessorio, ma determina la struttura stessa dell’esperienza. La smaterializzazione ha provocato in noi conseguenze psicologiche profonde che gli studi sulla cognizione incarnata hanno appena cominciato a mappare. Il neuroscienziato francese Stanislas Dehaene ha dimostrato come la lettura su carta attivi aree cerebrali diverse rispetto alla lettura su schermo. Possedere un libro, annotarlo, sfogliarne le pagine consente di creare nella memoria una traccia più solida rispetto allo scorrimento di un testo digitale. La dematerializzazione produce una forma di amnesia strutturale: ricordiamo meno perché l’esperienza è più volatile, meno ancorata al corpo e allo spazio.
Con questo ordine nuovo mutano radicalmente i concetti di proprietà e controllo. Quando acquistavamo un disco o un libro ne diventavamo proprietari, lo potevamo conservare, rivendere, trasmettere. L’oggetto fisico resisteva a mode e censure. Netflix, Spotify e Apple Music, al contrario, non vendono prodotti ma accessi temporanei. L’utente non possiede nulla, paga un abbonamento per un diritto di fruizione, revocabile con un clic. Ecco dunque interi cataloghi musicali scomparire da un giorno all’altro per dispute sui diritti, opere letterarie modificate in tempo reale secondo le mode culturali del momento, film tagliuzzati in ossequio alla cancel culture divenuti irreperibili in versione originale. Il sociologo bielorusso Evgeny Morozov parla di «feudalesimo digitale»: noi siamo i mezzadri che coltivano le terre – generiamo dati, contenuti, attenzione – ma non possediamo nulla. La proprietà è esclusiva dei latifondisti delle piattaforme.
C’è infine la questione della durata nel tempo delle opere. I supporti fisici avevano una loro inerzia: un libro può sopravvivere secoli, un disco o una fotografia decenni. Al contrario, gli odierni formati digitali diventano obsoleti in pochi anni. Oggi chi potrebbe leggere un floppy disk o accedere a file in formati proprietari degli Anni 90? Conserviamo miliardi di fotografie, ma su supporti che potrebbero diventare inaccessibili in meno di vent’anni. Produciamo quantità industriali di contenuti, «non opere» destinate all’oblio immediato.
Sarebbe semplicistico cedere alla nostalgia. La dematerializzazione della cultura ne ha democratizzato l’accesso in modo impensabile. Intere biblioteche, discografie, filmografie sono lì, a portata di mouse. Artisti sconosciuti riescono a raggiungere pubblici globali senza intermediari. Wikipedia ha reso disponibile un sapere enciclopedico gratuito in centinaia di lingue. Viene però da interrogarsi sui costi nascosti di questa abbondanza fantasmatica. Quando deleghiamo agli algoritmi la scelta di cosa ascoltare, guardare, leggere, quando la produzione diventa automatica e i suoi supporti impalpabili, rischiamo una forma di alienazione più sottile ma più profonda di quella industriale. Le nostre esperienze estetiche vengono amministrate, mediate, quantificate da sistemi che ci precedono e ci sopravviveranno.
Questi 25 anni hanno visto compiersi la trasformazione della cultura in spettro. Canzoni, immagini, storie, persino i saluti che ci scambiamo sono divenuti nuvole di 0 e 1 in server lontanissimi. Fantasmi, appunto. Chissà se riusciremo mai a farli davvero nostri, o se ci dissolveremo insieme a loro nell’etere digitale, consumatori compulsivi di un infinito destinato a non lasciare traccia.