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 2026  gennaio 10 Sabato calendario

Il Messico nel mirino "Pronti a blitz di terra" Con Caracas è disgelo

Qualcosa si muove al di là del Ponte Internazionale Simon Bolivar, che unisce Cúcuta, in Colombia, a San Antonio del Táchira, in Venezuela. Non è soltanto per via della scossa di terremoto di magnitudo 4,1, che alle 7 e 34 di ieri mattina ha fatto tremare anime e tetti a cavallo dei due Stati. A dare segnali di cambiamento è anche Caracas, scossa da un (apparente) ammorbidimento di rotta inaugurato giovedì con l’annuncio del rilascio di prigionieri venezuelani e stranieri detenuti nelle carceri del deposto Nicolas Maduro. Decisione giunta a cinque giorni dal raid compiuto dalla Delta Force nella Repubblica Bolivariana su ordine di Donald Trump, propedeutico alla cattura dell’ex presidente e di sua moglie Cilia Flores. Un blitz che in qualche modo Trump minaccia di replicare in Messico. Il presidente ha evocato attacchi «di terra» contro quei cartelli della droga che, a suo parere, guidano il Paese. Parole che sono una doccia fredda per la presidente messicana Claudia Sheinbaum, messa all’angolo come il colombiano Gustavo Petro.
In Venezuela la transizione sembra invece funzionare. Delcy Rodriguez, prescelta dello stesso tycoon, che l’ha preferita alla leader dell’opposizione Chorina Machado, più ingombrante e momentaneamente meno funzionale agli obiettivi americani, è di fatto un ingranaggio della macchina politica del Venezuela, ben cosciente della forza di Trump e pertanto non impermeabile alle istanze “yankee”, dal petrolio alla gestione del Paese. Sa come muoversi tra gli apparati del potere e, sinora, non si è inimicata i militari. L’unica sua spina nel fianco è il ministro dell’Interno Diosdado Cabello, a cui fanno riferimento le temute milizie paramilitari “colectivos”. Ciò però non ha impedito a Rodriguez di incanalarsi nel solco della transizione. Lo stesso in cui si inserisce la “liberazione di un numero importante di detenuti”, venezuelani e stranieri. Compresi alcuni dei 28 cittadini con passaporto italiano reclusi nelle carceri del Paese. Al momento solo Biagio Pilieri è libero, per Luigi Gasperin c’è il provvedimento di scarcerazione, ma manca il documento che lo rende operativo. Su Alberto Trentini e Mario Burlò ci sono trattative in corso. Secondo la Ong “Giustizia, Incontro e Perdono” sono dieci i detenuti venezuelani e stranieri effettivamente a piede libero, mentre sono circa mille i prigionieri in attesa di rilascio.
Ma che qualcosa si muova lo dice anche Trump. «Caracas sta rilasciando un gran numero di prigionieri politici come segno di “ricerca della pace”. Si tratta di un gesto molto importante e intelligente – scrive l’inquilino della Casa Bianca su Truth -. Gli Usa e il Venezuela stanno collaborando bene. Grazie a questa cooperazione, ho annullato la seconda ondata di attacchi precedentemente prevista, che sembra non essere più necessaria», ma «le navi rimarranno in posizione per motivi di sicurezza».
Alle parole seguono i fatti, così è la diplomazia ad entrare in azione. Il governo Rodriguez ha confermato l’arrivo a Caracas di una delegazione del dipartimento di Stato con l’obiettivo di «realizzare valutazioni tecniche e logistiche inerenti alle funzioni diplomatiche». Nel comunicato dell’esecutivo ad interim si afferma, inoltre, che «una delegazione di diplomatici venezuelani sarà inviata negli Usa per realizzare un lavoro analogo». Non mancano le precisazioni del caso: per Miraflores il Venezuela è stato «vittima di un’aggressione» che sarà «affrontata attraverso la via diplomatica». Inevitabili edulcorazioni per le cure prescritte dagli Usa. Il cammino di Venezuela e Stati Uniti è infatti legato a doppio filo con quello della Colombia. Bogotà e Washington hanno concordato di intraprendere «azioni congiunte» contro la guerriglia dell’Esercito di Liberazione Nazionale (Eln) per impedirgli di utilizzare il territorio venezuelano come retrovia.
L’intesa è emersa durante una recente telefonata tra il presidente colombiano, Gustavo Petro, e Trump. È stato un colloquio distensivo che ha registrato un mutamento di postura da parte del tycoon, il quale non aveva escluso prove muscolari anche in Colombia in risposta «all’inattivismo» di Petro nella lotta al narcotraffico. Mentre quest’ultimo si era scagliato contro il 47esimo presidente americano per il raid e la cattura di Maduro. A perfezionare la triangolazione è stato, in ultimo, l’invito del leader di Bogotà «all’attuale presidente del Venezuela ad agire insieme» nel contrastare i trafficanti di droga che operano lungo il confine tra i due Paesi.
Un altro banco di prova per Delcy Rodriguez, attesa in Colombia subito dopo la visita di Petro alla Casa Bianca, fissata per l’inizio della prossima settimana. Un intreccio di dinamiche perfettamente inquadrato nella trama ordita dall’amministrazione degli Stati Uniti, come uno sciame sismico seguito allo scossone del 3 gennaio.