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 2026  gennaio 11 Domenica calendario

Stefania Sandrelli, 50 anni di Novecento. “Sul set un gran freddo, il tè, i baci rubati con De Niro”

Stefania Sandrelli, Novecento compie cinquant’anni. Che significa per lei, ricordare e parlare di quel film?
«È una cosa molto bella, uno dei film più rappresentativi, uno dei più importanti che abbia fatto. Un film enorme, lungo, diviso in un primo tempo e in un secondo tempo, ed è anche per questo che ci sono legata così tanto: è durato molto, ha occupato una parte importante della mia vita. Ci sono legata perché è stato un lavoro che ha creato un legame fortissimo tra tutti noi».
Quand’è che sentì parlare del progetto la prima volta?
«Mi chiamò Bernardo Bertolucci. Non era convinto di un’attrice che era stata pensata inizialmente per il ruolo, alla quale era grato per un successo precedente. Mi disse che però, alla fine, aveva sempre pensato a me. Io mi meravigliai un po’, perché era un film enorme, importantissimo, e il modo in cui me lo disse era molto diretto, quasi confidenziale. Mi chiese di andare subito da lui, sapeva che in quel periodo ero libera: avevo appena finito C’eravamo tanto amati. Ricordo benissimo quell’incontro: quando arrivai, lui stava ascoltando jazz. Io amo molto il jazz, così mi avvicinai piano, quasi in punta di piedi, mi sedetti accanto a lui e ascoltammo la musica insieme per un po’, prima ancora di parlare del film. È stato un momento molto intimo».
Accompagna il film al Sudestival di Monopoli, il 16 gennaio, con una retrospettiva dedicata a Bertolucci. Che cosa le disse del personaggio?
«Che avrei fatto la maestrina. In casa mia, con mia madre, si parlava molto degli anziani: nella mia famiglia i nonni hanno contato moltissimo, hanno vissuto a lungo. Io ho sempre avuto un rapporto speciale con le persone anziane, le ho sempre viste fragili, turbate, preziose. Per questo, quando Bernardo mi parlò di una donna che difende gli anziani nella Casa del Popolo, pensai subito: questo è il ruolo mio. Gli dissi che avrei cercato di farlo al meglio, che sarei stata diligente. Un film così richiede anche disciplina, non basta l’istinto».
Il primo giorno di set e l’incontro con il cast.
«Conoscevo già Gérard Depardieu come attore, lo incontrai sul set, lui il contadino, mio marito, io la maestrina. L’altra coppia era quella di Alfredo Berlinghieri e Dominique Sanda, interpretava una donna colta, inquieta, moderna, con delle turbe psicologiche. Io e Dominique avevamo già lavorato insieme ne Il conformista: l’intesa era fantastica, mi adorava e io la stimavo. Lavorare di nuovo insieme non mi ha mai condizionata negativamente: quando c’è fiducia, tutto diventa più fluido».
Burt Lancaster?
«Lui e Sterling Hayden erano straordinari. Sterling lo conoscevo grazie al mio fratello cinefilo, e di persona era un mito: arrivava ogni mattina con la moto, e già era una scena in sé. Io ho visto, su quel set, le più belle scene che potessi aspettarmi dal mio lavoro di attrice. Lancaster lo avevo visto a Cannes, dove andai per un premio che non mi diedero. Tanto che quell’anno non assegnarono la non protagonista. Una storia lunga su cui sorvolerei...».
Ma no, racconti.
«C’era una grande attrice italiana in giuria e siccome nel film Delitto d’amore ero stata doppiata in siciliano, venne fuori la storia voce-volto che a Cannes non ha mai contato nulla. Che poi io mi ero doppiata tante volte, persino in inglese, non ero una pivella. Quell’attrice poi mi chiese scusa davanti al Teatro Quirino, anni dopo. Ma la frittata era fatta. Ma la colpa fu anche del produttore stronzo del film, per il doppiaggio, già un’altra volta mi era capitata una disavventura con lui». (Nel 1974 in giuria a Cannes c’era Monica Vitti, ndr.).
Il produttore era Gianni Hecht Lucari. Quale fu la disavventura?
«Ai tempi di Il giardino dei Finzi Contini. Tutti volevano me, sia De Sica che Bassani, addirittura io davo le battute agli attori nei provini per i personaggi minori. Ma poi scoprii che Lucari aveva già ingaggiato e pagato Dominique Sanda. Noi stavamo lavorando insieme e lei mi disse “ti devo parlare”, perché sapeva che avrei dovuto farlo io. In camerino mi spiegò che aveva già firmato il contratto. Non mi è mai venuto in mente di prendermela con lei, era colpa del produttore».
Depardieu e De Niro: che impressione le fecero?
«Gérard lo vidi subito sul set, gli dissi che lo avevo visto nei Santissimi, quando ero a Cannes con mio marito per Delitto d’amore. Faceva un freddo tremendo, e lui mi mise addosso il suo pastrano, quel grande mantello di scena. Fu una specie di dichiarazione: mi fece capire immediatamente che ero “sua”. Era molto esuberante, me lo dimostrò presto e bene. De Niro non lo conoscevo, lo incontrai in macchina, di notte. L’autista mi venne a prendere e mi disse che, seduto dietro, c’era un attore. Lui stava zitto. Quando iniziava ad albeggiare, io mi voltai, lo guardai e gli dissi: “Ma quanto sei carino”. Lui si ritrasse un po’. Era completamente diverso da Gérard, silenzioso, trattenuto».
Che clima c’era tra voi tre?
«Tutti bellissimi, era un bel vedere. Ma non c’erano veri corteggiamenti. Gérard era un po’ geloso di De Niro, aveva capito che mi incuriosiva, sì. De Niro era sposato, veniva spesso con la moglie. C’era un posto dove, dopo cena, si ballava. Ma non è che io mi volessi sposare, io non mi sono mai voluta sposare con nessuno. Tra me e De Niro c’è stato qualcosa di inespresso, sì, qualche bacetto rubato, delle emozioni. Ma niente di più. Forse è stato meglio così».

Il set era anche fisicamente molto duro.
«Faceva un freddo tremendo, dovevamo riscaldarci in qualche modo. Nella roulotte di Dominique si beveva tè caldo, tè alla menta, con miele, profumatissimi. Era diventata una sorta di bar, un punto di ritrovo per attori, tecnici, gente che passava. Una vera comunità. Quel set non era solo lavoro, era vita condivisa».
Una scena particolarmente difficile da girare?
«La scena in piazza, quando capiamo che è tutto finito, che stanno arrivando i fascisti. Io piangevo a dirotto. Era una scena di massa, l’abbiamo girata tantissime volte, ero distrutta. A un certo punto Bernardo disse a Claire Peploe: “Guarda com’è bella quando piange”. Me lo ricordo come se fosse ieri. Bernardo e Claire erano molto attenti, non confliggevano mai. C’era un grande rispetto, una grande attenzione al corpo dell’attore».
Che tipo di rapporto aveva con Bertolucci sul set?
«Un rapporto caldissimo. L’ho sempre descritto come un cordone ombelicale. C’era un filo continuo tra me e lui. Un’intesa immediata, profonda. Era come essere diretta con amore. Io sentivo che mi guardava davvero».
Quando ha capito che stava facendo un film maestoso, monumentale?
«Subito. Anche solo leggendo la sceneggiatura. Non l’ho mai sentito ingombrante. Bernardo era perfettamente consapevole che stava maneggiando un kolossal. C’erano mezzi enormi, una produzione internazionale, tanti aiuti. Era uno dei rari momenti in cui il cinema italiano parlava al mondo pensando in grande».
Ricorda quando vide il film per la prima volta?
«Andavo spesso a vedere i giornalieri. Mi piaceva moltissimo, perché lì si incontrava la gente, gli attori andavano al bar, stavamo insieme. Ho visto quasi tutto mentre si girava. Poi però mi tenevo le cose per me. Le osservazioni le ho fatte dopo».
Che reazioni le arrivarono dal pubblico e dai colleghi?
«Che avevo fatto bene, che ero giusta. Poi c’era Egidio Magrini, che era un genio: i costumi erano meravigliosi. Io ero anche buffacchiotta, volutamente. Mi aveva fatto una pettinatura strana, due grandi ciocche che prendevano l’orecchio e una specie di fiocco in mezzo. Mi faceva ridere. Era giusta per Anita, che doveva essere un po’ impreparata, un po’ buffa. E poi quando piange, quando va per la strada urlando “aprite le finestre”, lì mi distruggevo. Era giusto che ci fosse uno struggimento: non estetico, ma politico».
Le bandiere rosse furono fatali per il mercato americano: lei gliene parlò?
«Sì, glielo dissi dopo. Gli dissi che erano bellissime, pulite, magiche, ma forse troppe. Lui non mi rispose. Credo che lo sapesse».
Ci furono anche reazioni in Italia.
«Era un po’ un passaparola. Se se ne parlava male all’estero, a maggior ragione se ne parlava male in Italia. E se se ne parlava male in Italia, a maggior ragione se ne parlava male all’estero. Capito? Il film si prestava molto».
Tra i film quelli fatti insieme a Bertolucci, a quale è più legata?
«Il conformista. È uno dei film più belli del mondo. L’ho rivisto restaurato in piazza a Bologna, una piazza piena di giovani. Me lo sono rivisto nei dettagli, col senno di poi».
Il vostro primo film fu “Partner”.
«Bernardo mi telefonò “sono all’Eur, sotto casa tua, giriamo”. Io dissi beh, passo. Andai e mi diedero una parte, lavorai gratis, poi nel film successivo lui e il cugino Giovanni, produttore, mi risarcirono ai tempi del Conformista. Quel film per me fu un sogno, avevo una scena con Sergio Tofano, per me era un mito, lo ricordavo anche disegnato su Il corriere dei piccoli. Quanto ho riso su quel film. Con Bernardo avevamo entrambi con la testa per aria e i pedi per terra».
Negli anni era cambiato?
«Avrebbe preferito non aver fatto Partner, secondo me si vergognava un po’. Perché parlava molto di lui, delle sue fragilità che non voleva mostrare. Anni dopo me lo disse, che forse era l’unico film di cui si era pentito. Era stato come partorire un figlio che ti somiglia e che è brutto, però».
Cosa racconta Novecento rispetto all’oggi?
«Beh, ammazza… direi tutto. Cioè: va bene tutto, ma i fascisti no».