Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  gennaio 11 Domenica calendario

Kirsti Moseng: “Vi racconto il mio Oliviero, un marito geniale che l’Italia non ha capito”

Di Oliviero mi manca tutto, entrò come un tornado nella mia giovinezza e il nostro amore è durato cinquant’anni. Però di lui mi manca soprattutto la voce. Quando passi la vita insieme a una persona quel timbro, quel suono diventa parte di te. Il lutto è come un’onda, un giorno ti travolge, il giorno dopo si acquieta. Ho 74 anni, la solitudine non mi spaventa. Da molti mesi sono a Santo Domingo, ospite di mia figlia Ali, ma presto tornerò nella nostra casa in Toscana, tra i boschi e i cavalli, là dove c’è tutta la mia esistenza insieme a Oliviero”.
L’accento norvegese addolcisce la voce di Kirsti Moseng. Un anno fa, il 13 gennaio 2025, suo marito Oliviero Toscani moriva nell’ospedale di Cecina, consumato da una malattia rara, l’amiloidosi e il mondo perdeva uno dei più famosi – e geniali – fotografi italiani. Toscani aveva 84 anni e ben oltre la metà di questi li aveva condivisi con Kirsti, sua terza moglie, ex modella, «il mio unico grande amore, tanto grande che non si può nemmeno nominare», così diceva. Lui il vulcano, lei la saldissima quiete. Lontana dai riflettori. Rare interviste. Nell’ombra per scelta eppure, con le parole di Toscani, Kirsti “luce” per tutti.
 
Kirsti, è passato un anno. Lei sembra serena.
«Quando hai avuto una vita piena come la mia puoi soltanto ringraziare. Ho incontrato Oliviero a 24 anni e il nostro è stato un cammino straordinario, ci siamo divertiti come pazzi. Lui mi ha travolto. Non ho mai sentito il bisogno di essere visibile. Ma c’ero sempre. Studiavamo le sue campagne, curavo i suoi contratti e la sua agenda, giravamo il mondo e non litigavamo. Mai. In cinquant’anni. Oliviero in realtà avrebbe voluto litigare, però diceva che con me era impossibile. Mi chiamava “freno a mano” perché lo tenevo ben ancorato alla realtà, noi e i nostri tre figli».
Rocco, Lola e Ali. Più sei nipoti. Ma la famiglia è ancora più larga con Alexander, Sabina e Olivia, nati dalle precedenti relazioni di Toscani.
«Rocco, Lola e Ali sono stati la mia grande risorsa in questo anno difficile. Quando tornerò a casa, in quella campagna dove negli anni Ottanta comprammo un terreno e un rudere di casa, senza luce né telefono – Oliviero parlava con Parigi, New York, Londra, dalla cabina telefonica di Casale Marittimo – salirò sulla collina dove abbiamo sparso le sue ceneri. Quel giorno eravamo soltanto noi familiari, per ricordarlo, dopo, facemmo una grande festa che si chiamava Viva Oliviero. In trecento abbiamo camminato fin lassù, dove lui era ormai nel vento, al ritorno abbiamo fatto un enorme barbecue con salsicce e vino rosso. Come sarebbe piaciuto a Oliviero».
 
Come avete vissuto gli anni della malattia?
«Insieme. Oliviero non aveva paura di morire ma amava pazzamente la vita. Quando era già molto malato riuscimmo ad andare a Zurigo, al Museum für Gestaltung dove c’era una grande antologica di tutta la sua produzione, anche le campagne sociali, quelle famosissime, sull’Aids, sull’anoressia. Ci teneva molto a tornare a Zurigo, dove aveva studiato. Mi disse: visto che siamo qui, chiamo il mio amico Marco Cappato e mi faccio accompagnare là dove si muore senza soffrire. Non lo fece, anche se io non mi sarei opposta, dobbiamo essere liberi di scegliere. Per fortuna la sua malattia è stata breve».
Lei era una modella famosa quando incontrò Toscani. Che nella sua autobiografia scrive: “Kirsti è regale. Ha le stesse camicie da vent’anni ma è scicchissima. Se l’umanità sopravviverà, le donne saranno fatte come la Kirsti”. Rimpianti per le copertine di moda?
La risata di Kirsti arriva diretta e fresca. «No, nessuno. È vero, le grandi case di moda mi cercavano, avevo una bella carriera. Ma, come dicevo, mi sono fatta consapevolmente travolgere da quella passione, da quell’entusiasmo per la bellezza e l’avventura. E poi quanto dura il successo di una modella? Meglio smettere quando sei in cima».
Senta, è vero che il vostro primo incontro professionale andò abbastanza male?
«Andò malissimo, non male. Sembra che lui, dopo aver visto una mia foto su Vogue, avesse detto ai suoi amici: ecco, lei sarà la mia terza moglie. Comunque chiamò la mia agenzia, Riccardo Gay, e mi diede appuntamento a Milano. Arrivai vestita con una salopette e una bandana al collo. Si infuriò e disse al mio agente: volevo una modella, non una contadina. Presi le mie cose e me ne andai».


Naturalmente non finì così.
«Infatti mi richiamò, per un servizio fotografico a Venezia. Così è cominciata».

Giravate il mondo. Da Man Ray a Andy Warhol, solo per citare due nomi, avete incontrato artisti che restano nella Storia. Compraste un atelier a Parigi. Poi però l’approdo è il casale.
«Difficile, all’inizio, non lo nego. Niente luce, niente riscaldamento. Il primo paese lontano chilometri. Però che silenzio. Pace. È stata la scelta giusta. Lì nascevano tutte le campagne di Oliviero. Ne parlavamo per ore. Poi lui partiva. Oggi è una grande tenuta dove mio figlio Rocco fa il nostro vino e alleva cavalli. Ecco, le passeggiate a cavallo erano un simbolo del nostro amore. I bambini frequentavano una scuola nel bosco e adesso da adulti sono ancora legatissimi a quel posto così incantato».
Kirsti, pensa che l’Italia abbia valorizzato l’opera di Toscani?
«Credo che in Francia abbiano capito meglio il suo lavoro. L’Italia continua a ritenerlo fondamentalmente un provocatore per le sue foto e le sue campagne sociali. Certo, lo era, ma era anche un genio».
Parlavamo della solitudine.
«Dopo cinquant’anni di vita a due, tornando a casa sentirò un grande vuoto. Ma la sua voce resta dentro di me».