la Repubblica, 10 gennaio 2026
Anna Ferzetti: “Le mie figlie si lamentano per le mie assenze. A loro dico seguite le passioni”
Anna Ferzetti, La grazia si è manifestata con un laconico messaggio da Paolo Sorrentino: «Tu».
«Sì. È stato l’arrivo della scelta che ha fatto Paolo Sorrentino. Felicità, gioia, grandi pianti. Dopo tanti incontri, self tape, provini. Una gratitudine enorme. E poi la sceneggiatura: ricca, piena di cose che mi hanno fatto riflettere, piangere. E poi il rapporto padre-figlia. Una grandissima occasione».
Quando passa un treno bisogna salirci senza mancare lo scalino.
«Lo scalino lo avevo ben chiaro. Ci ho provato molte volte, mancandolo altrove. È arrivato in un momento in cui ero pronta ad affrontare certe cose. Credo che per interpretare determinati ruoli serva viverli in un certo momento della vita. Dieci anni fa non ne sarei stata capace».
Una porta in faccia che ricorda più delle altre?
«Ho imparato a rimuovere. Da piccola mi legavo tutto al dito. Crescendo ho capito che trattenere fa solo male».
Cosa ha rivissuto del rapporto con suo padre, l’attore Gabriele Ferzetti?
«Il modo di parlarsi attraverso altro. Nel film Mariano e Dorotea parlano di legge; io con mio padre di arte, cinema, teatro. Ma sotto c’era sempre un “ti voglio bene”, un “ho bisogno di te”, un “sto andando bene?”. È una complessità che riconosco. Ed è quello che fanno anche Mariano e Dorotea: cercare di far vedere a un padre rimasto ancorato al passato che esiste un futuro diverso, e che bisogna adeguarsi a un futuro diverso. Questa complessità nel dirsi le cose, questa ironia: sono tutte cose che ho ricordato».
Un fermo immagine con suo padre?
«Un viaggio in treno verso Trieste. Lui era in scena la sera di Capodanno. Viaggiammo in cuccetta, io avevo dodici anni. Passammo la notte di Capodanno insieme, guardando i fuochi dalla finestra. È uno dei pochi viaggi fatti da sola con lui: mia madre ci raggiunse dopo. È un ricordo molto forte».
Suo padre era un attore amato, popolare.
«Da piccola non lo capisci, poi cresce l’orgoglio. Oggi capisco, so che significa quando ti fermano per ringraziarti: hanno scelto di passare con te un’ora e mezza, due ore. È una responsabilità verso il pubblico».
Lui come prendeva il suo voler fare l’attrice?
«Malissimo. “Tra tutti i bei mestieri devi fare proprio il mio?”. Diceva che era un mestiere complesso, complicato, che avrei preso tante porte in faccia».
E lei è forte di carattere?
«Lo sono diventata. Con tutte le mie rotture, certo.
Un momento in cui Toni Servillo le ha ricordato suo padre?
«Non un gesto preciso, ma una familiarità. Con Toni Servillo mi sentivo protetta sul set, come da un padre. Alcuni mi hanno detto che a un certo punto sembriamo assomigliarci».
Il film affronta il tema della grazia. Come vive lei vive la “malagrazia” del quotidiano?
«Credo che la grazia sia un atteggiamento di vita. Comunicazione, ascolto, cura degli altri, modo di porsi. Abbiamo perso un po’ tutto questo. Spero che il film smuova qualcosa: ognuno vede ciò che vuole vedere, ed è la bellezza del cinema».
Il suo personaggio crede molto nella legge sull’eutanasia.
«Sì. Tema delicatissimo. Mi sono documentata. Ho una grande paura della morte, una paura arrivata con la maternità. Non so se avrei quel coraggio. Ma credo che ognuno debba avere il diritto di vivere e di finire la propria vita con dignità. Quella legge ci vorrebbe. E spero che il film accenda il dibattito».
Dopo Sorrentino, che si fa?
«Sì sta con i piedi per terra. Come sempre. E poi il teatro: People, Places and Things di Duncan Macmillan, con Pierfrancesco Favino. Un testo sulle dipendenze, non solo alcol e droga, ma anche quelle invisibili che riguardano tutti».
La sua dipendenza?
«Il controllo. Sto lavorando per mollare. Guardare il personaggio da fuori, così compresso dal controllo, è stato rivelatore».
Il suo personaggio a un certo punto incontra il ballo. Lei e Favino vi siete conosciuti ballando...
«Sì. Il ballo per me è libertà pura, come recitare. Chiudo gli occhi, non mi sento giudicata. È un linguaggio che condividiamo. Fa sorridere che nel film ritorni il ballo: forse è un caso, forse no».
Nel film il cambiamento arriva col sorriso delle donne. E nella sua vita?
«Io sono felicemente accompagnata con un grandissimo collega, ma per me è il mio compagno di vita, il mio amico, il mio amante, il mio tutto. Condividiamo tante cose, a partire dalla passione per questo mestiere e dal modo in cui lo affrontiamo. Siamo simili. Non vedeva l’ora di vedermi gioire. Vederlo alla Mostra di Venezia in lacrime mi ha fatto ridere: gli ho detto “no, non piangere, per favore”. Sono orgogliosa di lui. Vedo l’impegno, i sacrifici, le mancanze con le figlie, le cose che ci perdiamo. Ma poi torniamo a casa felici».
Le sue figlie come vivono questo lavoro?
«Con fatica, per le assenze. Me l’hanno chiesto: “Non potevi fare un lavoro normale?”. Rispondo sempre che una madre frustrata non sarebbe meglio. Torno stanca, ma felice. Dico loro di inseguire le passioni, capire cosa vogliono fare e farlo davvero».
Che spera per quest’anno appena iniziato?
«In un reset. Un riallineamento. Per i ragazzi, per il futuro delle mie figlie. Mi dispiace lasciargli un mondo così. Questo film offre un’idea diversa di speranza e di ascolto. I giovani hanno tantissimo da dire. Dobbiamo ascoltarli. Come si dice nel film, faranno meglio di noi. Devono».