la Repubblica, 10 gennaio 2026
Salvatore Ottolenghi, l’uomo che inventò la polizia scientifica
Sono trascorsi appena due giorni dalla scomparsa del deputato socialista Giacomo Matteotti quando l’auto utilizzata dai rapitori viene individuata. All’interno si trovano frammenti di impronte, tracce insanguinate, palesi e latenti, ma comunque utilizzabili. Due poliziotti le repertano e accantonano per futuri confronti. Si chiamano Giri e Sorrentino. Un terzo poliziotto, Giovanni Gasti, che da anni “studia” i Fasci, dal proprietario (noto) della Lancia K blu, il giornalista Filippelli, già segretario di Arnaldo Mussolini, fratello del duce, risale agli autori del sequestro: sono quelli della “Ceka”, la squadraccia “operativa” alle dirette dipendenze del fascismo.
Rilevate le impronte dei già schedati Dùmini e Volpi, e confrontate con quelle repertate sulla vettura, il quadro indiziario è servito. Il successivo ritrovamento del corpo del martire socialista non farà che confermare il rapido operato dei poliziotti. I “cekisti” sono incastrati. In tutti i modi il regime, che teme di crollare sotto i colpi dell’indignazione pubblica, cerca di indurre gli investigatori a rettificare, modificare, ammorbidire. Niente da fare. La prova è fatta. Per evitare guai peggiori, e consentire agli assassini di cavarsela con poco, bisognerà cambiare giudici e imbavagliare la magistratura. Ma impronte e macchie di sangue torneranno utili vent’anni dopo, a democrazia restaurata, quando Dùmini e i sopravvissuti saranno finalmente imputati di un giusto processo.
Ma cos’hanno in comune questi sbirri dalla schiena dritta, Giri, Sorrentino e Gasti, il quale anni prima aveva redatto una sulfurea nota sulla personalità di Mussolini, «di forte costituzione fisica sebbene affetto da sifilide… sensuale… sentimentale… disinteressato, generoso, molto accorto… capace di sacrifici per gli amici e tenace nelle inimicizie e negli odi… ambiziosissimo, animato dalla convinzione di rappresentare una notevole forza nei destini dell’Italia e deciso a farla valere», concludendo che «non si rassegna a posti di secondo ordine, vuole primeggiare e dominare»? Ciò che li avvince è di essersi tutti formati alla scuola di polizia scientifica di Salvatore Ottolenghi. Cioè di colui che, a partire dai primi anni del secolo, ha posto le basi – davvero universali – delle moderne tecniche investigative. Aprendo la strada a un difficoltoso, e nello stesso tempo esaltante, percorso di scienza e conoscenza che procede da allora ininterrotto e del quale le ultime acquisizioni sul Dna, tanto per citare un esempio, non sono che il momentaneo approdo.
Ottolenghi, nato con l’unità d’Italia, ebreo astigiano, medico oculista convertito alla criminologia dall’insegnamento del suo maestro, Cesare Lombroso, è ossessionato dal pericolo che corre l’indagine poliziesca quando si affida all’intuizione. La paragona al medico che procede in modo empirico, fra errori e ripensamenti. A volte il metodo empirico funziona, ma quante vittime cadono, innocenti, lungo la strada? Un conto è “intuire” la colpa di Tizio, magari oggetto di delazione da parte di un marito geloso (come accadrà a Girolimoni, ingiustamente passato alla storia come il mostro pedofilo e omicida di Roma), un altro è inchiodarlo perché le sue impronte digitali lo collocano sulla scena del delitto.
Il primo sistema di classificazione dei pregiudicati lo inventa Bértillon. Ma il francese si piega alla politica quando, rendendosi conto che i documenti compromettenti attribuiti al povero Dreyfus non sono di sua mano, ma, anzi, lo scagionerebbero, s’inventa un “autofalso”: Dreyfus che trucca la sua stessa scrittura. E la condanna si abbatte inesorabile in nome dell’antisemitismo.
Ottolenghi è di tutt’altra pasta. La scienza è per lui una religione laica. La precisione un dovere. Da Lombroso ha mutuato l’attenzione per la personalità del reo, non mera carne da macello processuale ma pieno soggetto di diritti: da qui la critica del carcere duro e del manicomio giudiziario come luogo in cui si attua il degrado dell’essere umano.
Nella sua lunga carriera (morirà nel 1934, risparmiandosi gli orrori delle leggi razziali volute dal Fascismo), Ottolenghi avrà modo di occuparsi dei casi giudiziari più clamorosi del tempo. Indifferente alle pressioni del potere, come si è visto, ma anche alle suggestioni della giustizia spettacolo (che, occorre rendersene conto, esisteva, eccome, anche allora): sono i suoi uomini a smascherare il piccolo truffatore Bruneri quando l’Italia intera vorrebbe che fosse il redivivo professor Canella, scomparso in guerra. L’Italia intera: anche la vedova, che infatti finirà per sposare Bruneri e farci tre figli. La figura di Ottolenghi e il suo tempo sono ricostruiti in un agile e documentato saggio narrativo di Roberto Riccardi, generale dell’Arma dalla penna brillante.