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 2026  gennaio 11 Domenica calendario

Intervista a Federico Grom

Federico Grom. Per sempre un masterpiece del gelato internazionale. Ora non lo fa più (da diversi anni) ma nessuno si è neppure sognato di cambiare nome al brand, insieme a Guido Martinetti hanno cambiato davvero qualcosa nella food Industry targata Italia. E non solo. Federico Grom non è un «figlio di papà», anzi, piuttosto è uno che ha saputo destreggiarsi bene tra «fame e sazietà», tra vittoria e sconfitta. Si è sempre giocato bene le sue carte, per lo meno, sa come giocarsele. E il tutto è partito da un sacrificio. Quello dei suoi genitori.
Grom, che scuole ha fatto?
«Vengo da una famiglia medio borghese: non mi è mai mancato nulla. In quegli anni se eri figlio di dipendenti non ti mancava niente».

Però?
«Però erano dipendenti. I miei hanno fatto sacrifici per mandare me e mio fratello alla Sacra Famiglia. Io ho memorie meravigliose di quei Fratelli, persone che avevano deciso di dedicare la loro vita all’educazione. C’era tantissima attenzione anche al tempo libero, strutture sportive disallineate rispetto alla scuola pubblica: una piscina, campi da calcio, palestra, pallavolo, pallanuoto. Ho fatto elementari e medie bellissime».
Tanto da considerarle uno dei periodi più belli della sua vita?
«Una volta si diceva : “Chi non ha testa ha gambe”. Vincevo regolarmente le gare di sci alle elementari e Fratel Giancarlo sceglieva per me la coppa più grande».
Sempre un vincente?
«Un anno siamo in finale ai Giochi della Gioventù. Calcio, stadio del Toro, io tiro il rigore. Sbaglio. Mi sono messo a piangere: facevo quinta elementare. Ma alla fine della partita li abbiamo vinti quei Giochi. Nello stesso momento ho vissuto una grande delusione e subito dopo una grande vittoria».
Liceo?
«San Giuseppe. Noto per la severità e la preparazione degli insegnanti. In effetti, in quanto a matematica, ho fatto Economia e Commercio in rilassatezza, dopo. Non posso che parlarne bene. Certo, queste scuole ti mettono in contatto anche con ambienti che non sono i tuoi…amici con la macchina quando tu te la puoi sognare».
Lei di che anno è?
«Del 1973».
I paninari…
«Pieni. Moncler giallo bombato e Stone Island. Io quei jeans non potevo averli».
È stata tosta?
«Si, lo è stata. Ha avuto un epilogo dopo l’università. Il giorno in cui ho trovato lavoro mio padre mi ha detto: “Puoi andare, arrangiati”. E mi propose un alloggio alle Vallette dove aveva vissuto mio nonno. Sei mesi di crisi totale…. Poi mi sono detto: chi mi ama mi segua».
E chi l’ha seguita?
«Tutti. Casa mia alle Vallette è diventata il punto di ritrovo della compagnia. Sono stato da dio. Una volta dimenticai il computer nel parcheggio e me lo riportarono a casa. In centro ne avrei trovati due».
È in quel periodo che incontra Guido Martinetti?
«No, mentre io andavo al San Giuseppe, lui faceva il Galfer. Avevamo qualche conoscenza in comune. Ci siamo ritrovati al militare: dormivamo uno di fianco all’altro in caserma».
Pensa che quel senso di inadeguatezza rispetto alle classi più agiate della sua sia stato lo stimolo che ha spinto in alto il suo ascensore sociale?
«Non mi ero mai domandato se avrei finito per fare lo stesso percorso frequentando le scuole pubbliche…la risposta, forse, è: probabilmente meno. Ci si cerca di uniformare all’ambiente che si frequenta. Io godevo della serenità data da ciò che avevano i miei amici, e man mano cresceva in me la voglia di arrivare. L’unico modo è pedalare e farsi il mazzo. 
Determinazione e volontà».
Chi l’ha influenzata di più?
«Quel rigore sbagliato, mi ha influenzato. Fratel Giancarlo mi ha influenzato. Se vinci da piccolo pensi di poter vincere tutto. È il super io dell’imprenditore. Alla Sacra Famiglia c’era una comunità incredibile: genitori, fratelli, maestri. Era più una questione di valori che di religione».