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 2026  gennaio 11 Domenica calendario

Elisa True Crime: «Bloccata a Shanghai senza un lavoro: così è iniziato tutto. Ecco perché non mi occupo di Garlasco e qual è il caso che mi ha colpita di più»

È il 2020 quando Elisa De Marco, bloccata in casa a causa del Covid, apre un canale YouTube e pubblica il primo contenuto sotto il nome di Elisa True Crime. In quel momento si trova a Shanghai con il marito, Edoardo Coniglio, in Cina per motivi di lavoro. 
Dopo solo una settimana dal loro arrivo, il governo ha imposto il lockdown. Senza un impiego né la possibilità di ottenere il visto a causa delle restrizioni per la pandemia, cerca un modo per reinventarsi. Così si mette davanti alla telecamera del telefono e registra quello che sarà il primo di centinaia di video. 
«Mi sono autorizzata a seguire la mia passione e a raccontare storie di cronaca nera» dice a 7 ricordando come tutto è iniziato «senza la pretesa che un giorno potesse diventare il mio lavoro». Con l’aiuto di qualche appunto, racconta la vicenda di Chris Watts, condannato a cinque ergastoli per gli omicidi della moglie incinta e delle due figlie di tre e quattro anni.
Nel giro di nove mesi raggiunge i 100 mila iscritti e due anni dopo, con il sostegno di OnePodcast, arrivano cinque stagioni in formato podcast. A dicembre, Spotify l’ha incoronata per il terzo anno consecutivo il podcast più ascoltato d’Italia. Nel frattempo ha lavorato al progetto Delitti Invisibili, pubblicato tre libri e raggiunto il milione e mezzo di iscritti su YouTube.
De Marco risponde a 7 durante il suo soggiorno natalizio a New York, dove si trova anche per lavoro: «Non so bene cosa posso anticipare delle novità previste per il 2026, forse niente» scherza, illuminata da quelle che in America sono le prime luci del mattino. «Posso dire che ci saranno nuovi progetti, tra cui la ragione per cui siamo qui… Ma sono scaramantica, non me la sento di dire nulla, ho paura che poi svanisca tutto!».
Il suo podcast è apparso anche sugli schermi di Times Square.
«Era già successo l’anno scorso, ma al tempo mi avevano girato solo una foto. Quest’anno sono riuscita a vederlo dal vivo ed è stato molto emozionante».
Ormai sono cinque anni che racconta casi di cronaca nera, cosa continua ad attirarla?
«Si tratta di una curiosità che ho fin da quando ero bambina, tramandata da mia madre. Ma non riguarda tanto il crimine di per sé, quanto la dinamica che si attiva dietro, come quella persona sia arrivata a compiere quel gesto; soprattutto quando a commetterlo è qualcuno in apparenza ordinario, che vive una vita come può essere la nostra».
Ha mai scartato storie che potevano essere promettenti?
«Ormai i miei follower sanno che se c’è un caso di cronaca nera di cui tutti parlano, io non ne parlerò. Infatti, ho scartato storie come Garlasco, su cui c’è molta confusione. Magari un giorno, quando tutto questo si concluderà, farò un video; ma perché farlo ora? Rischierei di divulgare informazioni errate e sarebbe controproducente».
Come mai siamo ossessionati dal crime?
«Credo che le persone scelgano di guardarmi sia per la stessa curiosità che spinge me a raccontare, sia perché potrebbe succedere lo stesso anche a loro. La maggior parte del mio pubblico è composto da donne, che sono anche, statisticamente, le principali vittime di queste storie. Credo si attivi una componente di protezione, come se, conoscendo la dinamica del crimine, possano prevederlo e proteggersi. Infine, certo, prevale sempre l’interesse verso ciò che non riusciamo a spiegarci».
Elisa True Crime nasce nel 2020, una settimana dopo il lockdown per il Covid.
«Esatto. Ero appena arrivata in Cina insieme a mio marito Edoardo, che adesso lavora insieme a me ma che prima faceva tutt’altro, quando è scoppiato il Covid. Ero bloccata a Shanghai senza un lavoro, perché non potevo richiedere il visto, e con la necessità di reinventarmi».
Delitti Invisibili, invece, come è arrivato?
«Dopo il successo dei video su YouTube, nel 2022, ho aperto con OnePodcast anche una versione podcast appunto. Solo in seguito abbiamo realizzato Delitti Invisibili, un progetto che potesse raccontare sempre storie crime ma insieme alle persone coinvolte, sentendo anche esperti, giornalisti e avvocati. Così da offrire un racconto più completo e con un tono diverso da Elisa True Crime, dove governa invece la spontaneità».
Anche con Elisa True Crime ha potuto dare voce alle vittime. Penso a Maila Micheli, che recentemente è stata intervistata anche da Luca Casadei in One More Time, o a Monica Marchioni, avvelenata dal figlio. Che tipo di emozioni le lasciano episodi di questo tipo, rispetto a quando racconta storie lontane da noi, come può essere un serial killer americano di decenni fa?
«Sono storie che mi rimarranno addosso per sempre. Tutti i casi necessitano il rispetto che gli è dovuto, anche le vittime dei serial killer degli anni Sessanta; ma quando permetti a chi l’ha vissuta di raccontarla, inevitabilmente quella storia ti toccherà tantissimo. È bello dare voce alle persone che, come Maila Micheli, non hanno mai avuto modo di raccontare la loro versione, nonostante magari ci sia già stato un processo. Anche perché, a volte, parlare fa parte del processo di guarigione. E poi avere loro mi permette di dare dettagli più precisi, cosa non sempre facile avendo in molti casi solo documentari e articoli a disposizione».
È difficile trovare un equilibrio tra il rispetto delle vittime e il racconto di un crimine macabro?
«Capita che mi metta nei panni della mamma, dell’amica o della vittima stessa, e mi chieda se sia davvero necessario raccontare un certo dettaglio. Fortunatamente, le persone guardano i nostri video a prescindere, quindi non sento la pressione o la necessità di inserire l’aspetto sensazionalistico solo per fare più visualizzazioni».
È sincera la commozione che a volte inserisce nei video? Capita anche di vederla piangere.
«Sì. All’inizio cercavo di ascoltare di più l’opinione dei follower, alcuni dei quali criticavano il fatto che aggiungessi emotività al racconto. Ma presto mi sono resa conto che molti altri apprezzavano questo aspetto, e quindi ho capito che semplicemente dovevo realizzare il prodotto che avrei voluto ascoltare io. E a me piace l’empatia, mi piace ascoltare una storia raccontata come se il narratore la stesse dicendo direttamente a me».
Per questo inserisce anche le sue opinioni, in alcuni casi?
«Mi piace che queste storie possano essere anche uno spunto di riflessione, pur sentendo un po’ di responsabilità nei confronti dei miei ascoltatori. Quindi sì, senza dire cavolate per il solo gusto di dire qualcosa, cerco di aggiungere anche la mia opinione su quel determinato caso».
In uno degli ultimi episodi ha ribadito che sconsiglia l’ascolto del podcast a un pubblico troppo giovane, in quanto certi temi possono essere impressionanti. Sente la responsabilità nei confronti del suo pubblico?
«Sì, e l’ho iniziata a sentire ancora di più quando mi sono accorta, andando ai firmacopie, di quanto stesse diventando giovane il pubblico che mi ascoltava, e di quanto le mie parole avessero un peso per loro, che cercano anche nei miei video un conforto, un consiglio e un aiuto. E quindi, anche in questo caso, mi metto nei loro panni. Anch’io da adolescente ero facilmente influenzabile, e cercavo un consiglio anche da parte di una youtuber».
Come avviene la ricerca delle storie?
«Ho una collaboratrice, Giulia Formentini, che mi aiuta nella ricerca e nella verifica delle fonti, facendo così una scrematura dei documenti, che da sola è diventata difficile da fare. Per quanto riguarda i testi, invece, li scrivo interamente io. Dovendo far uscire un video su YouTube ogni lunedì, il tempo per la creazione del contenuto è limitato a una settimana, però se ci sono storie più difficili, con più documenti, ci lavoro in parallelo. Per il video di Maila Micheli, per esempio, che era un caso lungo e complesso, ci ho lavorato sei mesi prima della pubblicazione».
C’è un caso che l’ha colpita di più?
«Come dicevo prima, tutte le storie in collaborazione con le famiglie mi sono rimaste dentro. Forse, quello che cito più spesso, ma perché è un caso particolarmente brutto, è l’omicidio di Federico Barakat, un bambino di otto anni costretto ad andare agli incontri con il padre violento che, proprio durante uno di questi incontri, l’ha ucciso nelle stanze dei Servizi sociali di San Donato Milanese. È una storia atroce. In quel caso il video non è stato realizzato in collaborazione con la mamma, ma siamo entrati in rapporti con lei dopo averlo pubblicato e adesso ci sentiamo periodicamente. Siamo diventati amici, e vedere che dopo tutti questi anni c’è questa donna che lotta ancora per avere giustizia… È qualcosa di incredibile».
A furia di parlare di cronaca nera non si inizia a vedere solo il brutto che c’è nel mondo?
«È vero, succedono cose tremende in giro… Ma ci sono anche tante belle persone. Cerco sempre di ricordarmi questo: io mi ritengo una buona persona, mio marito lo è, il mio team è composto da belle persone, insomma, è ovvio che le storie brutte ci sono, ma cerco di non perdere mai questo attacco alla realtà».
In effetti, nel 2024 ha pubblicato Sopravvissuti, un libro sulle storie con il lieto fine.
«Una delle storie è dedicata a un uomo che è rimasto intrappolato sotto una nave affondata ed è riuscito a sopravvivere. Quello che volevo comunicare è che le storie non finiscono con il processo, ma c’è anche un dopo per chi sopravvive, anche se molte volte è un altro inferno».
Manipolatori. Le catene invisibili della dipendenza psicologica riguarda invece la manipolazione.
«È nato in collaborazione con La pulce nell’orecchio (associazione fondata dalla sorella di Roberta Repetto, morta nel 2020 in seguito a un melanoma in metastasi operato due anni prima senza anestesia né esame istologico e non curato; ad aprile la Corte d’assise d’appello ha assolto il chirurgo, ndr), e racconta quattro storie di vittime della manipolazione. Mi piaceva far comprendere che ci sono diversi tipi di manipolazione, dalla setta all’istigazione al suicidio, perché se si impara a conoscere le dinamiche che portano a queste situazioni, ci si può difendere».