Sette, 10 gennaio 2026
Intervista a Benedetta Parodi
Per quasi un decennio ho pensato che avrei voluto incontrarla. Nel 2016, mentre la scoperta di aver contratto l’HIV mi gettava in un gorgo di ipocondria e debolezza sempre più inquietante, l’unica cosa che riuscivo a fare era guardare le repliche del suo I menù di Benedetta. Non sono mai stato appassionato di programmi di cucina e prima di allora sapevo giusto chi fosse: da lì invece mi sembrava persino di volerle bene.
Incontro Benedetta Parodi a casa sua e, per l’occasione, scopro che mi ha preparato i biscotti agli anacardi per cimentarmi nei quali, dopo sei mesi, ho ricominciato a uscire di casa. «Mi capita spesso che mi scrivano per raccontarmi della compagnia che ho fatto nei momenti di dolore: malattia, lutto», dice. «E proprio con I menù di Benedetta: le repliche sono andate in onda tutti i giorni, per anni. Può sembrare banale ma la cucina è potentissima».
Per lei, il cibo?
«È il modo in cui interagisco con le persone a cui voglio bene. Io sono timida, specie con chi non conosco. E il cibo è una cosa tangibile, facile da interpretare. Un gesto materiale che mi permette di dimostrare l’affetto: è il mio linguaggio».
Da dove nasce la passione?
«Non in famiglia. Mia madre, professoressa di lettere, non era una gran cuoca. Ma c’era un periodo dell’anno in cui restituiva le cene agli amici che l’avevano invitata. Per un mese e mezzo, ogni venerdì, organizzava queste serate. Molto formali, sempre lo stesso menù: mio padre alla fine aveva la nausea. Io amavo tutto: la preparazione della tavola, il servizio pregiato, la scelta del vino. Ho deciso lì che, da grande, l’avrei fatto anch’io. Ma all’epoca non sapevo cucinare neanche un uovo».
La svolta?
«Quando sono andata a vivere con Fabio. Come se, nel momento in cui ho trovato il mio nido, mi fosse scattata un’ossessione. Consultavo libri e giornali: in tv c’era solo il Gambero rosso. Passavo le giornate a fare esperimenti, come invasata».
Era già giornalista.
«Ma il telegiornale l’ho sempre odiato. Ci sono arrivata per caso: a ventiquattro anni c’era la possibilità di fare uno stage a Telepiù. Non ero convinta ma la mia famiglia aveva l’ansia di sistemarmi. Poi mia sorella Cristina seppe che a Studio Aperto cercavano per una sostituzione estiva: anche lì i miei mi hanno spinta. Un lavoro bellissimo, ma io non sono una giornalista».
In che senso?
«Non sono curiosa e sono una pessima intervistatrice: se c’è qualcosa che può mettere in imbarazzo non farò quella domanda. E la diretta mi mette l’ansia. Ho scoperto di essere dislessica: l’ho capito quando l’hanno diagnosticata a mia figlia Eleonora. Con le veline dell’ultimo momento sudavo freddo. Per tutti gli anni in cui ho condotto il tg, di notte sognavo che arrivavo in studio e non sapevo nulla di quello che era successo».
La rubrica “Cotto e mangiato”?
«A casa cucinavo tanto e mi sarebbe piaciuto farne un lavoro, ma non sono un tipo intraprendente. Però portavo da mangiare in redazione. Quando Giorgio Mulè diventò direttore mi propose l’idea della rubrica: accettai a patto di poterla fare a modo mio».
Dalla sua cucina di casa.
«Con gli spinaci surgelati, il dado: fu uno scandalo. Molti si indignarono, ma nelle persone scattò l’identificazione. E io in video mi vedevo più comunicativa, efficace: finalmente ero brava a fare qualcosa».
Poi sono arrivati i libri.
«Abituata ai numeri della tv, due-tre milioni mi sembravano risultati canonici: una prima serata che funziona. Poi mi hanno fatto notare che, per un libro, sono risultati clamorosi. Il sogno, da bambina, era quello di fare la scrittrice».
Scriveva?
«Il primo romanzo, di tre pagine, si chiamava Il viaggio di Sofia Loren. Sofia Loren ero io: una bambina che scappava di casa. Al liceo mettevano in scena i miei testi teatrali. Di ispirazione mitologica, in latino: nessuno capiva le battute. Vanitosa, in una commedia sul Ratto delle Sabine mi ero ritagliata la parte della rapita. Solo che sono anche pigra: non volevo imparare troppe battute. Sempre in scena ma muta: fu molto imbarazzante».
Romanzi preferiti?
«Da piccola amavo i feuilleton romantici. Sognavo di essere Maria Antonietta. Uno dei romanzi che amo di più è Anne di Green Gables, da cui è tratto il cartone Anna dai capelli rossi: la storia di un’orfana che si costruisce un mondo di fantasia per superare le avversità della vita. E Pinocchio, che ascoltavo letto da Paolo Poli. Nel nostro lessico famigliare ci sono espressioni che arrivano da lì. Se dico: “Ragazzi, venite a cena da me”, mio fratello Roberto risponde: “Ci saranno i panini imburrati di sotto e di sopra?”».
Oggi parla di libri anche sui social, con le sue figlie.
«Mi piace la lettura che mi porta in posti che non conosco, che siano altri Paesi o altre epoche. Non amo libri come Stoner di John Williams: già la vita è abbastanza noiosa. O Una vita come tante di Hanya Yanagihara: scritto bene ma di un accanimento sadico. Non mi piacciono i libri che ti lasciano solo il nero. Però Stephen King è il mio autore preferito».
Eppure, si dichiara paurosa.
«Di tutto. Prima dei navigatori, in macchina andavo solo nei posti che conoscevo: ero terrorizzata all’idea di perdermi in città. Al Sequoia Park, per gli orsi, non sono scesa dall’auto. Ne ho così tante che combatto solo quelle che entrano in conflitto con le cose che amo: per volare prendo chili di tranquillanti».
Fabio Caressa, suo marito, dice di aver visto in lei una sorta di aura chiara.
«Non sono sempre stata così. Da ragazza avevo momenti di grande sconforto: piangevo, mi sentivo inadatta. In famiglia non facevo altro che farmi i fatti miei e rispondere male. Fabio stesso mi ha trovato in un momento in cui non ero in equilibrio con me stessa».
Racconta del suo look appariscente.
«Sempre con la minigonna più corta di tutte e le scollature più scollate: se non mi guardavano tutti, quando entravo in una stanza, non ero contenta. Col tempo non ho più avuto bisogno di esercitare questo potere. Trovare qualcuno che ti vede davvero cambia tutto. Fabio mi ha aiutato a credere in me stessa: non entra in competizione, né teme di essere trascurato. Da quando sto con lui momenti di tristezza non ne ho più avuti tanti. Solo la morte di mio padre, che ancora non riesco a superare».
Ora avete condotto insieme, su Netflix, L’amore è cieco.
«Basato su intrecci che sembrano un romanzo. È stata la prima volta che abbiamo lavorato insieme: è stato bellissimo, ha dato un nuovo boost al nostro matrimonio. Abbiamo girato in Svezia, in Marocco: uscire dalla routine famigliare ci ha fatto tornare ai vent’anni».
Oggi con le app di dating, come nel programma, il contatto diretto arriva in un secondo momento.
«Delle relazioni online mi colpiscono gli standard rigidi. Anche noi avevamo i nostri codici ma, non essendo nero su bianco, tutto era più aleatorio. Oggi vedo che se hai un profilo Instagram che a mia figlia non piace, lei non uscirà mai con te. I ragazzi sono più controllati, perché tutto quello che fanno viene giudicato in modo implacabile: il difetto si fissa di più».
Coi social?
«Fabio ne fa scorpacciate: adora TikTok. Dice di studiarlo ma resta ipnotizzato. Io mi do dei limiti: dieci, quindici minuti e spengo. Ma per una che è vissuta in un’epoca in cui, per realizzare un’idea, dovevi passare dall’approvazione dei direttori, i social sono fantastici: ho un filo diretto con la gente. Sin dall’inizio il mio desiderio è stato quello di condividere la quotidianità. Anche se a volte penso che io e Fabio stiamo insieme da ventisette anni: siamo una famiglia talmente tradizionale che non vorrei che la nostra immagine fosse anche tradizionalista. Perché non lo siamo».
Lei è molto amata dalla comunità LGBT.
«Per me la famiglia è il nucleo delle persone che si amano: punto. Non esiste altro criterio. Da quando i bambini erano piccoli abbiamo ospitato a casa nostra tanti ragazzi alla pari: quasi tutti erano gay. È stato bello, anche per mio figlio Diego, che così è cresciuto con modelli maschili un po’ diversi da quelli che trovi qui a Milano 2. Una realtà per certi versi abbastanza chiusa».
Anni fa è rimasta coinvolta in un grave incidente stradale.
«Avevo ventotto anni, io e Fabio ci eravamo appena sposati. Ero a Forte dei Marmi con delle amiche: il venerdì sera siamo usciti e c’è stato questo scontro violento. Con l’impatto ho perso i sensi, al risveglio vedevo nero: a causa del colpo per un po’ ho perso la vista. E non sentivo più le gambe. Mi sono detta: la mia vita è finita».
Poi?
«Mi hanno portata all’ospedale di Viareggio. Tac su tac, ma nessuno diceva niente. Avevo il bacino fratturato in più punti: sono dovuta restare immobile per quaranta giorni. La vescica si era squarciata: non potevo prendere antidolorifici, che coagulano il sangue. Avevo un dolore inimmaginabile, ventiquattr’ore su ventiquattro: lo visualizzavo come delle onde. Per la prima volta lì ho capito di poter essere una persona forte».
Conseguenze?
«Non ho mai potuto partorire naturalmente. Solo cesarei: mi hanno lasciato come delle schegge nel bacino».
Il cibo, in quella fase?
«Mangiavo poco perché avevo paura di ingrassare. E il cibo dell’ospedale non aiutava: mio papà mi portava la frittura di pesce e la pizza dai ristoranti di Viareggio. Era l’unico momento felice della giornata. Lo centellinavo: stando coricata, non potevo tirare su la testa. Avevo paura che mi andasse di traverso o di compromettere anche lo stomaco».
È vero che ha avuto un sogno premonitore sulla morte di suo padre?
«Stavamo nella sua stanza d’ospedale: lui seduto sul letto, bello come sempre. Mi diceva: “Io c’ho provato tanto a guarire, ma non ci sono riuscito”. Gli ho chiesto: “Ma ti posso abbracciare?”. L’abbiamo fatto ed è suonato il telefono, che mi ha svegliata. Ho detto a Fabio: “Papà è morto”. Era così. Mia mamma mi ha sempre chiesto: “Perché è venuto da te e non da me?”».
Secondo lei?
«Magari io sono più aperta. O è perché sono quella che, in famiglia, mantiene le connessioni. Conservo di più i legami con Alessandria, dove continua a vivere mia madre. Organizzo i momenti conviviali in cui ci ritroviamo, con lei, Roberto, Cristina e i miei nipoti. Alla fine, sempre grazie al cibo: la famiglia torna unita con la scusa che la zia Benedetta prepara da mangiare».