Corriere della Sera, 11 gennaio 2026
Diplomazia delle cannoniere
L’intervento americano in Venezuela si è presentato in stile hollywoodiano con gli elicotteri, le forze speciali e il dittatore in manette. Come nei film in fascia protetta, però, non ci è stata mostrata la morte degli 80/100 cubani che proteggevano il presidente Maduro e neppure le ragioni più profonde dell’attacco. Il blitz, infatti, non è un colpo di testa del solito Supertrump. Il blocco navale al Venezuela, la minaccia di prelevare altri leader latini se non righeranno dritto, l’inseguimento delle petroliere ombra nell’Atlantico, l’assedio alla Groenlandia hanno tutta l’aria di far parte di una strategia. Qualcosa capace di cambiare il corso della politica internazionale. I rapporti tra potenze tornerebbero ad assomigliare all’ordine che dominava nell’800. Aggiornato ai tempi della mutua distruzione atomica, qualcosa di simile alla «diplomazia delle cannoniere» britannica. L’obbiettivo è sempre vendere le proprie merci e prelevare a prezzi di favore le risorse naturali altrui. Ma in un mondo sempre più popolato, più ancora del profitto immediato, quel che conta è avere le materie prime per continuare a produrre e l’energia per i server dell’intelligenza artificiale. In sostanza garantirsi la sicurezza che se qualcuno dovrà stare a secco, di acqua, batterie, elettricità, quelli non saranno gli americani.
Trump dice che il Venezuela dovrà consegnare il proprio petrolio agli Usa e con il ricavato, la Casa Bianca provvederà ai bisogni del Paese. Ha chiesto già ai «migliori geni dell’industria petrolifera» di rimettere in piedi l’attività estrattiva di Caracas. Per ironia ha avuto più promesse dall’italiana Eni e dalla spagnola Repsol che dall’americana Exxon, ma è un dettaglio. Con i ricavi dell’export («al prezzo di mercato» assicura Trump) sarà il viceré Marco Rubio ad acquistare in Usa quel che serve alla sopravvivenza dei venezuelani. Se ci riesce, già alle elezioni di midterm il partito repubblicano sarà premiato.
Perché non ci siano falle nello scambio forzoso, la Casa Bianca usa la flotta militare. Chiunque tenti di violare il blocco, come le petroliere ombra sarà abbordato e sequestrato. Speriamo non ci tentino navi militari russe o cinesi.
L’idea non è uguale, ma simile a quella dei britannici a metà dell’800. Siccome la Cina aveva un surplus commerciale negli scambi con Londra, cioè vendeva seta, porcellana e tè più di quanto acquistasse dall’Europa, la Compagnia delle Indie di Sua Maestà si inventò un modo per pareggiare i conti. Vendere ai cinesi un prodotto di cui Londra aveva il monopolio: l’oppio. L’idea geniale e diabolica funzionò. La droga divenne una moda prima tra i mandarini, poi nelle classi popolari. Quando però l’imperatore si accorse dell’epidemia di tossicodipendenti capì la trappola. Chiuse i porti alle navi britanniche e vietò l’import della droga. Siccome Londra era più forte militarmente dell’Impero celeste, bombardò Shanghai, Canton, si impossessò di Hong Kong e obbligò la Cina a riaprire i commerci senza dazi o limiti. Quegli scontri presero il nome di Guerre dell’Oppio.
I futuri storici potranno forse chiamare l’intervento in Venezuela, la Guerra delle catene di valore. Segnerebbero l’addio al libero commercio e ai principi di concorrenza internazionale. Il più forte decide cosa e dove gli altri Stati possano comprare e vendere. Londra giustificò l’aggressione con il diritto a vendere droga, Washington con il diritto di bloccare l’arrivo della droga. Allora l’oppio, oggi fentanyl e cocaina, ma il senso non cambia: la forza militare per guadagnarsi vantaggi economici.
Quando Trump parla di greggio a prezzo di mercato ha ben chiaro di poter imporre il costo dell’energia su scala mondiale. Gli Usa sono il primo estrattore di idrocarburi e già vendono gas a un prezzo politico agli europei. Ora controllano le prime riserve del mondo (Venezuela), sono saldamente alleati con le seconde (Arabia Saudita), minacciano di annettere le terze (Canada) e bombardare le quarte (Iran). C’è chi dubita che Washington non sappia imporre il «prezzo di mercato» che desidera?
Il controllo del petrolio non basta. Obbiettivo americano è la Cina. Come nell’800, Pechino esporta molto più di ciò che importa. Entro questo decennio può arrivare a produrre il 45% di tutti i beni del mondo. Gli anni in cui Silicon Valley poteva equilibrare la bilancia commerciale con gli iPhone sono finiti perché dopo quello manifatturiero anche il dominio tecnologico occidentale sta tramontando. Resta però saldo quello militare con le 750 basi Usa sparse per il globo. E a cosa serve l’intenzione del presidente (scritta su Truth) di aumentare entro il 2027 del 50% il bilancio del ministero della Guerra se non a difendere le rotte commerciali e l’accesso alle risorse? In tempi di bombe atomiche non è conveniente scontrarsi con la Cina. Basta tagliarle i rifornimenti o almeno garantirseli per sé.