Corriere della Sera, 11 gennaio 2026
Tecnologia e sicurezza: Xi vuole evitare tensioni con il rivale americano
Xi Jinping militarizza la Cina da più di un decennio, ma ancora non ritiene di poter affrontare l’America alla pari. La cattura di Maduro non lo rassicura. Lungi dal ricavarne un implicito «via libera» per invadere Taiwan, quello spettacolo di efficienza americana lo spinge alla cautela. In quanto all’Europa, la lezione da Pechino è severa: siamo in una fase dove gli imperativi di sicurezza nazionale penetrano tutta l’economia.
Lo spiega un esperto di geostrategia, di origini cinesi e nazionalità britannica, che lavora negli Stati Uniti. Tai Ming Cheung dirige l’Institute on Global Conflict and Cooperation alla University of California-San Diego. È autore del saggio «Innovate to Dominate: The Rise of the Chinese Techno-Security State». Definisce la Cina come uno Stato fondato sull’integrazione totale fra tecnologia e sicurezza nazionale.
«Il dibattito a Pechino è in corso – spiega Tai Ming Cheung – e si distinguono due approcci. Il primo è favorevole alla logica delle sfere d’influenza. Il secondo, che riflette il pensiero di Xi, è più cauto: non pensa che gli eventi in Venezuela segnino un ritorno a logiche del XIX o del XX secolo. La cautela viene anche dalle forze armate. Dicono: siamo ancora inferiori all’America. Non abbiamo fiducia di poter invadere Taiwan con successo. Per Pechino è chiaro che Taiwan non è il Venezuela».
Xi punta a militarizzare l’economia cinese, in vista di possibili guerre di logoramento e di lunga durata. La militarizzazione complessiva della Cina avanza sotto Xi, ma l’uso effettivo della forza militare incontra difficoltà. Il Venezuela potrebbe convincere Xi a diventare più audace «se prevalesse a Pechino l’interpretazione che l’America si concentra solo sull’emisfero occidentale. Ma non è quello che dice la nuova strategia di sicurezza nazionale della Casa Bianca. Segna un allontanamento Usa dall’Europa, non dall’Indo-Pacifico. L’America vuole rimanere un attore rilevante in Asia». Inoltre – sottolinea il professor Cheung – il vertice comunista cinese non può escludere che siamo di fronte a una strategia americana che durerà solo per altri tre anni e poi verrà rovesciata. Non c’è nulla che incoraggi ad azioni precipitose. E Xi non è uomo da mosse avventurose».
Il concetto di «Stato basato sulla tecno-sicurezza» con cui questo studioso definisce la Repubblica Popolare, spiega la relazione fra tre dimensioni: innovazione tecnologica, sicurezza nazionale, economia. Collegate dal ruolo attivo dello Stato. Punta all’auto-sufficienza, con due facce: la Repubblica Popolare deve essere sempre meno dipendente dagli altri, e deve rendere il resto del mondo più dipendente da sé stessa.
Rompe con la visione benevola della globalizzazione e il ruolo benigno di Pechino nel sistema. Xi ritiene che la guerra mondiale sia già in corso, anche se per adesso viene combattuta soprattutto con armi economiche come dazi, sanzioni, embargo. Il 2027 viene fissato come anno-traguardo all’Esercito Popolare di Liberazione, è la scadenza entro la quale deve aver sviluppato una tale capacità deterrente da scoraggiare Stati Uniti e Giappone dall’intervenire in difesa di Taiwan.
L’evoluzione cinese lancia una sfida all’Europa: «Non viviamo più in un’era post-bellica. Viviamo in un’era pre-bellica, molto più simile all’interregno tra la prima e la seconda guerra mondiale. Per Xi è più facile fare tutte le scelte necessarie visto che non deve discuterle con un’opinione pubblica. Ma l’Unione Europea deve essere chiara con i suoi cittadini. La spesa militare cinese supera già il 5-6% del Pil. L’Ue deve avvicinarsi a questi livelli, sapendo che quelli della Russia e della Cina andranno ancora più su».
La militarizzazione – che Cheung distingue dal militarismo, perché non deve sfociare inevitabilmente nella guerra – è un processo di lungo termine. «Il ruolo dello Stato e quindi della politica industriale è centrale. Si allarga il numero di settori economici che sono considerati duali, cioè dagli usi sia civili che militari. Ma la Cina dimostra che questo può dare sostegno alla crescita».