Corriere della Sera, 11 gennaio 2026
Il lungo silenzio di Putin (che sceglie la cautela) sul sequestro delle navi
Da Mosca raccontano che per due giorni Vladimir Putin abbia cercato di telefonare a Donald Trump, per averne un resoconto del sequestro nel Nord Atlantico da parte americana della Marinera, la petroliera della «flotta ombra» che batteva bandiera russa ed era scortata da un sommergibile della Marina di Mosca, e per chiedere l’immediato rilascio dei marinai russi. Ma che il capo della Casa Bianca si sia negato lasciando lo Zar con un palmo di naso, anche se poi Trump ha fatto liberare sua sponte due membri dell’equipaggio, entrambi cittadini della Federazione.
In pubblico Putin è rimasto zitto. Così come aveva taciuto, quando il chirurgico raid militare ordinato dal presidente americano contro il Venezuela, aveva decapitato il regime di Caracas, portando alla cattura del dittatore Nicolas Maduro e di sua moglie, che ora languono in una prigione di Brooklyn.
A parte le blande dichiarazioni del ministero degli Esteri, che ha invitato Washington a rispettare le regole della navigazione internazionale, salvo poi «ringraziare la dirigenza degli Stati Uniti» per la liberazione dei marinai, a parlare in Russia sono state soprattutto le seconde file: deputati, analisti, propagandisti. Così, il presidente della Commissione Esteri della Duma, Leonid Slutsky, aveva definito l’attacco un «atto di pirateria». Ancora più duro il numero due della Commissione Difesa, Aleksey Zhuralev, che aveva equiparato l’azione Usa contro la Marinera a un «attacco al territorio russo». Mentre, secondo Dmitrij Suslov, consigliere di politica estera del Cremlino, la cattura di Maduro e il sequestro della petroliera dimostrano che «gli Usa rimangono un avversario della Russia».
Ma il tono generale, soprattutto da parte dei soliti pifferai della propaganda, è stato all’insegna della cautela e di una ostentata minimizzazione. Significativa in proposito la retromarcia di Dmitrij Medvedev, vicepresidente del Consiglio di Sicurezza, uso a sbracare, il quale prima ha definito le azioni di Trump «illegali», poi ha corretto il tiro, dicendo che la scelta di concedere alla Marinera la bandiera provvisoria russa, per proteggerla da azioni illegali americane, non era del tutto adeguata non avendo gli Stati Uniti mai ratificato la Convenzione Onu sul diritto internazionale marittimo del 1982. Quanto all’editorialista di Komsomolskaya Pravda, Aleksandr Kots, normalmente incendiario, ha gettato acqua sul fuoco, spiegando che «nessuno dei principali attori vuole un inasprimento»: «Gli stessi americani sottolineano che le loro azioni non sono dirette contro la Russia». Detto altrimenti, non ci sarà reazione dura da parte di Mosca, nonostante lo schiaffo ricevuto.
E qui torniamo all’assordante silenzio di Vladimir Vladimirovic, segnale inequivocabile della sua volontà in questa fase di non irritare, tantomeno inimicarsi l’amico Donald. La ragione? «Putin ha un solo obiettivo: vincere in Ucraina, tutto il resto è subordinato a questo», dice al New York Times Hanna Notte, politologa di Eurasia. Ma quello dello Zar non è solo calcolo strategico. È anche la presa d’atto che c’è poco o nulla che Putin possa fare per frenare la progressiva erosione del suo global power, risucchiato com’è dal pantano ucraino. Non lo ha fatto in Asia Centrale, abbandonando al suo destino l’Armenia in guerra con l’Azerbaigian. Né in Siria, mollando Assad. E non lo ha fatto in Venezuela per salvare il suo cliente Maduro. «La guerra contro Kiev è un buco nero che consuma tutte le risorse della Russia», dice Alexander Gabuev, direttore del Carnegie Russia Eurasia Center.
L’unica risposta, lo Zar l’ha data proprio in Ucraina, sua ultima spiaggia. Di fronte all’intesa raggiunta da Francia e Regno Unito sull’invio di un contingente militare a garanzia di un eventuale accordo di pace, lo Zar ha ordinato di lanciare su Leopoli un Oreshnik, il supermissile ipersonico con capacità nucleare. Debole sulla scena globale, Putin segnala di esserci con l’unico asset rimastogli.