Corriere della Sera, 11 gennaio 2026
Rodríguez la leader fragile
Sette giorni di incertezze, minacce, negoziati dietro le quinte. Sette giorni di fragile doppiogiochismo. Riuscirà l’avvocata Delcy Rodríguez, potente ma non carismatica neoleader di Caracas, a guidare «il nuovo momento politico» (sua definizione), e a superare indenne il piano in tre fasi di Trump per «ricostruire» il Venezuela, evitando un colpo di Stato interno?
Non era scontato che il presidente statunitense puntasse su di lei, 56enne numero due del regime «chavista», figlia di un marxista ma educata in Francia e Gran Bretagna, già ministra delle Comunicazioni, dell’Economia, degli Esteri, delle Finanze e degli Idrocarburi. Sempre all’ombra di Nicolás Maduro. Complice la Cia, che mise in guardia dai rischi di instabilità se la leader dell’opposizione, María Corina Machado, avesse assunto il potere, il segretario di Stato Marco Rubio è stato determinante nella scelta di chi avrebbe dovuto governare il Venezuela dopo la cattura di Maduro. Rodríguez, d’altronde, era un nome conosciuto a Washington: la spregiudicata Signora del Petrolio che, per ammorbidire le relazioni con gli Usa, nel 2017 aveva dirottato una donazione da 500.000 dollari all’insediamento di Trump I, attraverso la Citgo Petroleum, allora sussidiaria statunitense della compagnia petrolifera statale venezuelana (Pdvsa).
Il giuramento
Appena 48 ore dopo la cattura di Maduro del 3 gennaio, Delcy Rodríguez presta giuramento come presidente ad interim davanti alla nuova Assemblea generale, presieduta dal fratello Jorge. È un Parlamento di fatto monocolore, eletto nel maggio 2025 con solo una manciata di deputati d’opposizione, i pochi che hanno accettato di scendere a patti con il regime. «Vengo con dolore per la sofferenza causata al popolo venezuelano a seguito di un’illegittima aggressione militare contro la nostra patria. Vengo con dolore per il rapimento di due eroi che teniamo in ostaggio negli Stati Uniti», dice la nuova líder máxima. Poi, aggiunge: «Ma devo dire che vengo anche con onore a pronunciare questo giuramento».
Inizia l’era dei fratelli Rodríguez, la coppia di potere che per anni ha gestito ampi settori economici (e relative finanze) del Paese. È la sorella la più forte e determinata fra i due, dicono i bene informati. La ministra che irrompeva ai meeting internazionali dove non era stata invitata e che osò puntare il dito contro i diplomatici Usa ed europei per difendere la repressione del 2014 contro i «terroristi», in realtà giovani che manifestavano contro il regime e furono uccisi o arrestati a centinaia. «Le sue tattiche combattive», scrive il New York Times «le tornarono utili mentre scalava i ranghi di un governo dominato da uomini». Militari od ex militari, perlopiù, come il ministro della Difesa Vladimir Padrino o il ministro dell’Interno Diosdado Cabello, i due guardiani della Rivoluzione Bolivariana. Entrambi, il 5 gennaio, le assicurano il loro sostegno. E così Nicolasito, figlio di Maduro, che in aula esclama: «La patria è in buone mani, papà».
La notte dei misteri
La tregua dura poco. Una misteriosa sparatoria contro droni «amici» sopra il Palazzo presidenziale di Miraflores e la prova di forza di Cabello e i suoi sgherri paramilitari per la strade di Caracas – «Fedeli sempre, traditori mai», gridano nei video – rivelano da subito la gracilità dell’Era Rodríguez. Questione di ore ed accorre in aiuto alla neopresidente Trump in persona che, tramite intermediari, avverte lo scalmanato Cabello di abbassare i toni dello scontro all’interno del regime: se non collabori, fai una fine peggiore di Maduro. Minaccia simile a quella lanciata fin dal primo giorno a Delcy. Che però, assicura il leader Usa, «fa tutto quello che gli diciamo».
La «luna di miele»
Da quel momento, iniziata la luna di miele fra Washington e Caracas. Già domenica sera, Rodríguez invita Trump a «lavorare insieme su un programma di cooperazione, orientato allo sviluppo condiviso». Il 7 gennaio una nota della Pdvsa, conferma l’avvio dei negoziati con gli Stati Uniti sulle forniture di petrolio: «una transazione strettamente commerciale, nel rispetto dei principi di legalità, trasparenza e reciproco vantaggio», dice la nota ufficiale. E il 9 gennaio, la presidente ad interim riceve alcuni funzionari del Dipartimento di Stato per discutere la riapertura dell’ambasciata Usa a Caracas. Non sarà un percorso facile. La sfida più complessa per Rodríguez sarà gestire (o allentare) i profondi legami politici ed economici del Venezuela con Cina, Russia, Iran e Cuba, collaborando contemporaneamente con Trump.
Il «first gentleman»
La ex rivoluzionaria diventata tecnocrate, sopravvissuta ad innumerevoli purghe e alle guerre sotterranee degli altri gerarchi di regime, sta dando prova di grande equilibrismo politico. Ad esempio, ieri, visitando una comunità a Sucre, ha ribadito la sua lealtà a Maduro e alla first lady Cilia Flores («Non ci fermeremo un minuto finché non li avremo di nuovo con noi») ma poche ore dopo ha confermato i negoziati in corso con le autorità statunitensi per la riapertura delle rispettive ambasciate, definendoli uno strumento per «ribadire la condanna» dell’intervento militare statunitense. Giochi di parole per accontentare tutti. Stretta fra i voleri di Trump, che pretende di governare il Venezuela «per gli anni a venire», e da innumerevoli forze centrifughe nei palazzi di Caracas, la leader ha il difficile compito di stabilizzare le istituzioni, silenziare il dissenso e tenere in vita un’economia traballante. In attesa del «miracolo» promesso dalla Casa Bianca.
Delcy, d’altronde, sa come maneggiare soldi e favori. Ha corteggiato investitori stranieri e imprenditori venezuelani. Ha domato l’iperinflazione e avviato la crescita economica. E le cose non vanno male neppure in famiglia. Il compagno di origine libanese Yussef Abou Nassif Smaili, è uno degli uomini d’affari più ricchi del Venezuela. Il «first gentleman», 36 anni, secondo il quotidiano messicano Reporte Índigo ha accumulato all’ombra del regime una fortuna di 500 milioni di euro. Forse il tycoon Trump apprezzerà anche questo.