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 2026  gennaio 10 Sabato calendario

Le manovre di Pahlavi e le mosse americane: tra l’ipotesi di un blitz e lo scenario siriano

Non ci si accorge subito quando comincia una rivoluzione. Il giorno della presa della Bastiglia, Luigi XVI era a caccia come sempre e quando scese da cavallo sul diario scrisse «niente». Ieri la Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamanei, è comparso come sempre al suo pubblico di donne in chador nero e uomini in grigio. Nelle strade i suoi sgherri tagliano internet, sparano ai manifestanti e li arrestano, eppure Khamenei ha detto che «quel mucchio di vandali vuole solo fare un favore a Trump». Forse un giorno gli storici dovranno spiegare la miopia di chi non capisce di avere i giorni contati. Forse no.
L’Iran è sull’orlo del collasso almeno dal 2009, quando milioni di iraniani contestarono i brogli elettorali. Allora il sistema poteva riformarsi, ma decise di stroncare la protesta. Il candidato sconfitto è tutt’oggi agli arresti domiciliari. Ora il regime è ancora meno popolare, azzoppato da decenni di sanzioni economiche e indebolito dalle vittorie israeliane. La caduta prima o poi arriverà, ma chi sarà decisivo?
Rispetto alle proteste degli anni scorsi questa ha il vantaggio di saldare la contestazione politica a quella economica. Sfilano assieme poveri, studenti e «bazarì», commercianti. Era successo di rado. In più è comparso un terzo attore: le minoranze. Gli scontri sono stati più sanguinosi nelle regioni a prevalenza curda, azera e araba. Mahsa Amini, la ragazza da cui era partita la rivolta del movimento «Donna, Vita, Libertà», era curda. Disoccupati, classe media e minoranze assieme hanno più possibilità di prendere il carcere di Evin, come i francesi presero la Bastiglia. Il regime però resta forte. Ha apparati fedeli e una penetrazione economica tale da ricattare i padri di famiglia. Tieni tuo figlio a casa o perderai il lavoro.
C’è anche un altro angolo da cui guardare la crisi. La Repubblica Islamica è nemica degli Stati Uniti e di Israele sin dalla nascita nel 1979. Ostilità pienamente ricambiata. Il progetto di esportazione dell’Islam sciita è un pericolo «esistenziale» per Israele e strategico per gli Usa. Gli ayatollah inseguono proseliti tra i sunniti che gli Usa preferiscono divisi. E lo fanno difendendo la causa palestinese che per Israele è l’incubo. Il tentativo di rivolta avviene in questo contesto, non in un’ampolla sigillata. Per gli ayatollah è più pericoloso.
La Casa Bianca sa di non poter invadere l’Iran. Dopo l’esperienza dell’Iraq e dell’Afghanistan, non vuole morti americani all’estero. Anche l’idea della proxy war, la guerra fatta combattere a qualcun altro, è fallita dopo 10 anni di scontri tra Iraq e Iran. Il presidente Trump ha annunciato una linea rossa: se la repressione sarà sanguinosa, le «meravigliose armi americane» difenderanno gli insorti. Tradotto: bombe.
Negli anni passati i dissidenti iraniani hanno osteggiato l’ipotesi. La premio Nobel Shirin Ebadi è rimasta ferma sulla «non interferenza», ma la protesta 25-26 è diversa anche sotto questo aspetto. Reza Ciro Pahlavi, il figlio dell’ultimo scià, è più ambiguo sull’intervento straniero. Esule tra Los Angeles e Parigi lancia appelli online alla rivoluzione, ha un seguito rilevante tra gli expat e in strada si sentono cori chiedere il suo ritorno. Il 13 gennaio secondo influencer trumpiani sarà a Mar-a-Lago, la reggia di Trump in Florida. Si proporrà per guidare la transizione a un presidente piuttosto scettico. La nostalgia monarchica si somma alle altre frustrazioni per far cadere il regime. Basterà? No. Ci vuole altro.
Due gli scenari: quello libanese-venezuelano e quello siriano. Il primo è un mix di intelligence e cacciabombardieri per individuare ed eliminare i vertici del nemico. L’ha sperimentato Israele contro i filo iraniani di Hezbollah in Libano e l’ha «americanizzato» Trump con il rapimento del presidente venezuelano Maduro. Via la «testa del serpente», la speranza è che il corpo cambi atteggiamento. Senatori americani parlano apertamente di «uccidere Khamenei».Trump non si pone limiti di legalità.
Il secondo scenario prevede di finanziare e armare qualsiasi gruppo ostile al regime. In Siria il sistema è costato 650 mila morti, ma alla fine il dittatore se n’è andato. In Iran sperano che la storia, per loro, sia diversa.